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Le Storie di Zonalocale

Sanità e salute

Gli approfondimenti con i professionisti del settore

Dottoressa Sciotti: "Il virus circola. Non abbassare la guardia e rispettare le restrizioni"

Dal reparto di Malattie Infettive l’appello alla responsabilità dei cittadini

Antonelli, Sciotti e Mancino"Non bisogna abbassare la guardia. Ci sono delle regole e vanno rispettate". Arriva dalla dottoressa Maria Pina Sciotti, responsabile del reparto di Malattie Infettive del San Pio di Vasto, e dalle sue colleghe Simona Antonelli e Paola Mancino - a completare l'equipe medica è Paolo Roselli - il chiaro messaggio a tutti i cittadini per fronteggiare l'emergenza Coronavirus. Il reparto vastese era già pronto ad applicare tutti i protocolli sanitari riguardanti il Covid-19 sin da prima che il virus arrivasse in Abruzzo.

Il primo caso da affrontare, quasi un mese fa, è stato quello della 17enne lancianese risultata poi negativa al test. In queste settimane, così come su tutto il territorio nazionale, la mole di lavoro è cresciuta per il diffondersi del virus. "Non si scherza con questa patologia - dice la dottoressa Sciotti -. Dobbiamo continuare a fare tutto ciò che ci viene detto", spiega la dottoressa richiamando i cittadini al senso di responsabilità. "Stiamo vivendo in Abruzzo e anche nel nostro territorio, quello che hanno vissuto in altre Regioni. Se la gente pensa che in una bella giornata, si va a passeggio, sbaglia. Ci sono delle misure restrittive da portare assolutamente avanti".

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

In tempo di pandemia le notizie sanitarie non sono solo negative ma possono esserci piccoli segni di speranza

Nascite in crescita, Matrullo: "Lo viviamo come segnale di speranza in questi tempi difficili"

Niente papà in sala parto e ingressi ridotti: "Tutti stanno collaborando al meglio"

Sono giorni illuminati da tante nascite quelli vissuti nel reparto di Ostetricia dell’ospedale San Pio di Vasto. In tempi complessi, con l’emergenza Coronavirus che condiziona ogni attività quotidiana, il reparto guidato dal dottor Francesco Matrullo va avanti nella sua attività quotidiana. "Il numero delle nascite è aumentato - spiega il dottor Matrullo a Zonalocale -. Dall’inizio dell’anno siamo già a 190 parti, con un trend positivo. Questi numeri risentono sicuramente della chiusura dell’ospedale di Termoli. Ma noi, in un clima di collaborazione, stiamo cercando di dare risposta all’utenza del vicino Molise".

L’incremento delle nascite "nel particolare momento che stiamo attraversando, lo viviamo come un segnale di speranza - spiega il dottor Matrullo -. È come se la vita volesse rispondere caparbiamente, ogni giorno, alla sensazione di catastrofe imminente che stiamo vivendo".

Le norme vigenti hanno modificato l'attività del reparto. "Abbiamo limitato gli accessi, ora ridotti al minimo, ai papà non è più consentita la presenza in sala parto. Devo dire che l’utenza ha capito bene la gravità della situazione e collabora bene all’applicazione delle misure di sicurezza". In reparto è stato inoltre "attivato un percorso interno per l’assistenza al parto o al taglio cesareo nell’eventualità di accesso di una paziente positiva al Covid-19. Abbiamo riservato una stanza e la sala operatoria per il parto o taglio cesareo. Inoltre la direzione generale sta mettendo a punto una procedura anche per il trasferimento di eventuali pazienti Covid presso il centro di riferimento a Chieti”.

Ai papà è consentito "vedere i bambini subito dopo la nascita. Poi possono accedere per un tempo limitato in reparto, restando con il bambino per mezz’ora". Nulla è invece cambiato nel rapporto tra le mamme e i neonati. I neo genitori, che già in questi giorni hanno vissuto queste restrizioni rispetto al passato, "hanno capito, sono molto disciplinati e non abbiamo avuto nessuna obiezione. Ci fa piacere che abbiano compreso la situazione e le restrizioni necessarie. Ma stiamo dando il forte messaggio che la vita continua in questa situazione difficile". 

Per le donne in gravidanza "svolgiamo tutti gli esami fondamentali. Le pazienti in attesa continuano ad essere seguite nel loro percorso". Limitata, invece, l’attività per le pazienti ginecologiche, "ai soli casi di emergenza e urgenza. Purtroppo - spiega il primario - per la situazione contingente che riguarda le sale operatorie non possiamo dare risposta chirurgica se non in situazioni di urgenza". 

Anche il reparto di Ostetricia e Ginecologia deve fare i conti con "la carenza di dispositivi di protezione. Per questo ringraziamo l’azienda Torricella, che ci ha donato una fornitura di mascherine e ci affidiamo anche alla sensibilità di chi può dare una mano”. Il lavoro va avanti, giorno dopo giorno, "con l’impegno di tutti i collaboratori del reparto - conclude il primario -. Ai colleghi medici, le ostetriche, alle infermiere, al personale di sala operatoria, a tutto il personale che lavora in reparto, va un sentito grazie per quanto stanno facendo".

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Nei momenti difficili ha ancora più valore dire il proprio “sì, ci sono”

Il dottor Litterio a Torino con la protezione civile: "Giusto dare una mano dove serve"

Il primario di Neurologia del San Pio in servizio al Martini di Torino

Inizia oggi l'esperienza del dottor Pasqualino Litterio con la task force di medici della protezione civile inviati a rinforzare le strutture sanitarie nei territori dove l'emergenza Coronavirus è più forte. Il primario del reparto di Neurologia del San Pio di Vasto ha risposto senza esitazioni al bando con cui la protezione civile ha chiesto ai medici italiani la disponibilità di un periodo per supportare i loro colleghi in altre strutture del territorio nazionale. "Dieci giorni fa ho inviato la mia disponibilità. Nel nostro reparto si svolge solo l'attività di urgenza, c'è una media di tre malati al giorno e quindi mi è stato possibile fare questa scelta perchè ci sono i miei colleghi a garantirne il buon funzionamento".

Litterio, nel suo percorso professionale, ha sempre avuto una grande attenzione verso le zone del mondo che vivono emergenze sanitarie. Da una ventina d'anni partecipa a campagne in Africa con la ong Pro.Do.C.S., di cui è responsabile per la zona di Vasto. "Ma non mi interessa fare clamore", ci dice con la consueta schiettezza mentre è sul bus che dall'aeroporto di Torino lo porta verso l'ospedale in cui presterà servizio per i prossimi 21 giorni. Ciò che conta, ora, è rimboccarsi le maniche, in qualunque luogo ci si trovi, e darsi da fare per aiutare l'Italia ad uscire dall'emergenza.

Il suo viaggio, nell'aereo in cui c'era anche il ministro per gli affari regionali Francesco Boccia, era iniziato da Pratica di Mare, insieme ad altri 75 colleghi destinati agli ospedali di Piemonte, Lombardia, Valle d'Aosta, Marche e a Trento. "Io sono stato assegnato all'ospedale Martini di Torino. Qui l'emergenza è più sentita, ci sono molte case di riposo colpite".

E proprio ieri per il Piemonte è stata una giornata nera, con il superamento della quota dei mille morti e dei diecimila contagiati. Ma crescono anche i guariti, anche grazie al sostegno dei medici piemontesi e di quelli che sono arrivati in rinforzo. Ieri, ad accogliere Litterio e i suoi colleghi, c'erano anche il sindaco Appendino, il presidente della Regione Cirio e il commissario regionale per l'emergenza Coccolo. 

"In questa situazione è giusto dare la mia disponibilità dove serve. Io sarei andato anche a fare i turni in pronto soccorso a Vasto, se ce ne fosse stato bisogno. Non sono venuto qui in vacanza, terminato questo periodo se ci sarà ulteriore necessità nella nostra Regione darò il mio contributo lì". In Piemonte l'arrivo dei medici è stato accolto come una boccata d'ossigeno in tempi di estrema criticità. "Sono state le strutture sanitarie a richiedere le diverse professionalità e la protezione civile ha fatto la selezione tra tutti i medici che avevano dato disponibilità". 

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Il valore della solidarietà fa nascere belle storie

La dottoressa Manso nell’ospedale di Desenzano: "Si inizia a vedere un po’ di luce"

Da Vasto alla Lombardia: "Ho sentito che dovevo andare"

"Da questa esperienza sto ricevendo tanto, molto più di quanto sto dando". La dottoressa Loredana Manso dal 27 marzo è in servizio all'ospedale di Desenzano del Garda, partita con il primo contingente di 22 medici selezionati dalla protezione civile per rinforzare le strutture ospedaliere del Nord Italia che hanno necessità di personale per fronteggiare l'emergenza Coronavirus. Lei è nell'equipe del reparto di chirurgia dell'ospedale di Vasto e, quando è stato pubblicato il bando di reclutamento, "non ci ho pensato un attimo. Leggere il bando e inviare la mia domanda è stato un passaggio immediato". 

Al San Pio "l'attività operatoria è ridotta alle situazioni di emergenza e urgenza. Sentire che c'erano tanti ospedali dove mancavano medici, dove non riuscivano più a fare i turni di riposo perchè tanti colleghi si sono ammalati, mi ha colpito. Non mi piaceva l'idea di restare a Vasto dove la situazione è gestibile mentre c'erano dei posti dove c'era bisogno. Ho sentito che dovevo andare". Il primo contingente di medici è stato inviato nella zona più critica, nelle province di Bergamo e Brescia. La dottoressa Manso è stata assegnata alla Medicina interna di Desenzano.

Le giornate lavorative in ospedale "non hanno orario. Si inizia prima delle 8 e non si possono fare mai previsioni sull'andamento della giornata. Quello che c'è da fare si fa". La dotteressa vastese ha trovato un ambiente "con grande professionalità, sia di medici che infermieri. C'è una grande cortesia nel rapportarsi con i pazienti. Sono quasi tutti anziani, spesso vengono da case di riposo o Rsa. Siamo noi medici a parlare con i figli per aggiornarli sulle loro condizioni salute. 

Qui ho trovato altri colleghi volontari, alcuni vengono dalla stessa Lombardia. Io sono stata accolta con un senso di gratitudine davvero incredibile. I medici che sono qui sono contenti avere aiuto e di poter collaborare". L'attività quotidiana, che mette a dura prova la resistenza del personale sanitario sta portando però i suoi risultati. "Si inizia a vedere un po' di luce - dice la dottoressa Manso -. Nei due giorni scorsi è andata molto meglio. Ieri è stata la prima mattina in cui non sono arrivati ricoveri in reparto. Un collega è andato in pronto soccorso e ha visto che anche lì c'è stato un calo degli arrivi".

Questa situazione, però, non deve far abbassare la guardia. E questo vale sia per la Lombardia che per il suo Abruzzo. "Il fatto che ci sia un'apparente fermata nella diffusione del virus - spiega la dottoressa Manso guardando i dati degli ultimi giorni - è proprio frutto della chiusura e delle attenzioni che gli abruzzesi hanno avuto. Questo ci deve far capire che è la strada giusta e che la prevenzione è l'arma vincente". 

L'assegnazione, come per tutti i colleghi del contingente, è per 21 giorni. "Ma, se mi sarà data possibilità, vorrei restare tutto il mese di aprile. Questa esperienza che ci è permesso di vivere, grazie all'iniziativa della protezione civile, è stupenda. Uscire fuori dal proprio luogo abituale, confrontarsi con altri colleghi, cambiare ambiente e interagire con altre persone è un arricchimento professionale e umano che non si può ricevere da nessun'altra esperienza. La sanità italiana dovrebbe essere una. Solo il confronto con gli altri ci migliora". E, guardando ai giorni già trascorsi a Desenzano, aggiunge: "Io da questa esperienza sto ricevendo tanto, molto più di quanto sto dando. Non bisogna avere paura del nuovo e dello sconosciuto, il nuovo diventa tuo e ti arricchisce".

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Donare se stessi è il modo più bello per ricambiare ciò che si è ricevuto

La dottoressa Tamburro dal San Pio alle Rsa liguri: "So cosa vuol dire essere sostenuti"

L’urologa dell’ospedale di Vasto è partita con la task force della Protezione Civile

La foto sulla tuta di protezione per mostrare il volto ai pazienti assistitiDallo scorso 15 aprile la dottoressa Fabiola Tamburro, del reparto Urologia dell’ospedale di Vasto, è in Liguria con la task force della Protezione Civile che sta dando manforte alle strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza Coronavirus. È da poco terminata la sua giornata lavorativa quando la contattiamo telefonicamente per farci raccontare come sta vivendo questa esperienza professionale e umana a servizio della comunità.

Dove sta svolgendo il suo servizio?
Sono nella Asl 4 della Liguria. Stiamo facendo vigilanza in case di riposo ed Rsa - sono 29 in tutto - che oggi rappresentano la nuova emergenza. Da alcuni giorni sono all’istituto Torriglia, che si è trovato in grande difficoltà con alto numero di positivi tra i degenti e anche nel personale e ha dovuto affrontare problematiche notevoli. Va considerato che queste strutture non nascono come strutture per malati acuti, non sono ospedalizzate. Per evitare di sovraccaricare gli ospedali ci siamo dovuti organizzare per tenere i degenti e restituire queste strutture un minimo di “normalità”.

Perché ha deciso di partire affrontando questa esperienza?
È stata una decisione presa di getto
come successo quasi a tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare. Ho sentito la necessità di dare una mano ai colleghi delle Regioni che sono più in difficoltà, considerando che nell’ospedale in cui lavoro, soprattutto nel mio reparto, la situazione è più sotto controllo. La necessità, il desiderio di sostenere queste persone nasce dal fatto che io stessa so cosa significa essere sostenuti. Sono aquilana, sono reduce del terremoto sotto tutti i punti di vista. E so bene che la condivisione e il sostegno che possono venire dalla solidarietà sono veramente d’aiuto. Quella che sto facendo è un’esperienza forte ma condivido quello che dicono tutti: ricevi più di quello che dai.

Come stanno vivendo questa situazione le persone che sta incontrando nelle strutture dove svolge il servizio?
Sono stata accolta benissimo, ho trovato persone spaventate ma con una grande volontà di superare questa situazione e, soprattutto, cercare di tornare quanto prima a una “normalità”. Dal un punto di vista umano è veramente un’esperienza importantissima perché riesci a conoscere le persone dal vero. L’accoglienza nei confronti di noi medici della Protezione Civile, è molto affettuosa, c’è tanta gentilezza. Si è riusciti a creare una task force veramente utile unendo le energie dei sanitari del luogo, di noi della Protezione Civile e della Asl che ha messo a disposizione le sue risorse e i suoi mezzi. 

La dottoressa Tamburro e un collega in viaggio verso la LiguriaNel suo lavoro incontra quotidianamente gli anziani che sono tra i più colpiti dalla pandemia. Come stanno vivendo questi giorni difficili?
Gli anziani in questo periodo sono la popolazione fragile. Sono spaventati, disorientati ma ci si rende conto che basta una carezza per dare loro sollievo. In tutte queste strutture dove sto lavorando non possono ricevere ormai da tempo i loro cari. Organizzare delle videochiamate, far vedere loro i familiari, è già quello un percorso terapeutico. 

Quando rientrerà a Vasto?
L’esperienza, come per tutti i medici della task force, dura 21 giorni, quindi il 5 maggio sarò a Vasto. Seguirò le indicazioni per tutti e poi quella della direttrice sanitaria per il rientro in ospedale. Mi mancano il mio lavoro e il mio reparto. 

Ci si avvicina alla tanto attesa fase 2. Come affrontarla?
Sicuramente bisogna seguire i protocolli che ci vengono consigliati perché arrivano da un tavolo di tecnici. È logico che è anche necessario cercare di ritornare, non dico alla normalità - perché la parola normale ora ha un significato diverso e lo avrà nel futuro, perché non è sicuramente quello che abbiamo lasciato - ma a qualcosa che le si avvicini. È un percorso diverso ma che bisogna iniziare a fare con tutte le precauzioni e le cautele che dobbiamo seguire.

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Foto - La dottoressa Fabiola Tamburro nelle Rsa liguri

Ciò che riscalda un cuore è ciò che va oltre il normale agire

Geriatria del San Pio: "Con le cure cerchiamo di dare calore umano ai nostri pazienti"

L’intervista alla dottoressa Claudia Sacchet

In questo periodo segnato dall'emergenza Coronavirus si avverte in maniera ancor più evidente la fragilità di alcune fasce della popolazione. Gli anziani sono coloro che hanno pagato il tributo più alto a causa del virus - specialmente nelle Regioni del Nord Italia - e, ancora oggi, rappresentano un aspetto cruciale da tenere costantemente sotto attenzione.

Nel Reparto Geriatria dell'ospedale di Vasto, l'impegno quotidiano è massimo per curare i pazienti qui ricoverati. "Abbiamo riorganizzato gli spazi del reparto per accogliere pazienti provenienti da tutta Asl a seconda delle esigenze - spiega a Zonalocale la dottoressa Claudia Sacchet -. Nelle stanze non vengono utilizzati tutti i letti presenti, per garantire le distanze di sicurezza e ci sono alcune camere singole lasciate libere per l'eventuale ricovero di pazienti Covid o sospetti Covid". 

Dopo una prima fase segnata dalla carenza di dispositivi di protezione ora le cose vanno per il meglio. "Nella prima fase c'erano un po' di incertezza e paura nel personale. Ma tutti si sono impegnati con senso del dovere e di responsabilità. All'inizio c'è stato chi ha acquistato personalmente i dispositivi di protezione, ora siamo più forniti e quindi più tranquilli. Noi medici siamo stati sempre presenti per affrontare insieme ogni situazione". 

In un reparto come quello di Geriatria - e lo stesso vale per Medicina - è importante riuscire a dare "un sostegno morale" agli anziani ricoverati, alcuni anche non autosufficienti. "Dover essere in reparto con tutte le protezioni addosso per noi operatori è difficile - spiega la dottoressa Sacchet -. La nostra mission ci porta ad avere un contatto, anche fisico, un colloquio costante, una vicinanza che oggi non è possibile avere o che può avvenire in modo limitato". Ma la protezione, per il personale e per i pazienti, deve essere al primo posto "e così cerchiamo di essere loro vicini in modalità diverse da quelle consuete" per far sentire un po' di calore umano.

Nell'attività lavorativa quotidiana sono divenute molto importanti le fasi di vestizione e svestizione senza fare errori. Oltre alla gestione dei propri reparti, inoltre, il personale di Geriatria e Medicina si occupa anche dell'area preCovid del San Pio dove si trovano i pazienti fortemente sospetti. "Facciamo tutto ciò che serve per proteggerci al meglio e questo vale per medici, infermieri, OSS e pazienti. Tutto il personale del reparto ha fatto i tamponi e sono stati tutti con esito negativo", anche con la presenza di pazienti positivi.

Le attività ambulatoriali, oggi ferme, a breve dovrebbero riaprire. "Non sarà semplice gestire gli spazi e l'interazione tra medici e pazienti". È stato sospeso anche il percorso ambulatoriale sull'alzheimer. "Continuiamo ad assistere i pazienti con i piani terapeutici, cerchiamo di avere un contatto telefonico". Da due mesi sono fermi anche i Caffè Alzheimer e il corso dell'Associazione Avi Alzheimer. "Vediamo se, nei prossimi mesi, sarà possibile tornare ad incontrarsi in sicurezza, magari all'aperto".

La dottoressa Sacchet rivolge poi le sue parole a tutti i cittadini. "È importante non drammatizzare la situazione ma avere consapevolezza. Ci viene chiesto di fare cose semplici, non cose assurde. Ad ognuno di noi vengono chieste azioni normali come lavarsi le mani, rispettare le distanze. Questa fase che arriva è pericolosa e sarà importantissimo avere comportamenti individuali consoni. Se ne verrà fuori piano piano se tutti faranno la loro parte".

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Foto - Vasto, il reparto Geriatria

Presa di consapevolezza e coscienza comune: sono le strade da percorrere per sconfiggere il virus

Covid 19, Sciotti: "È importante che tutti applichino le misure di prevenzione"

L’appello del primario di Malattie Infettive del San Pio

"I contagi da Covid-19 sono in aumento in Abruzzo e in tutta Italia. Si stanno riempiendo di nuovo i reparti di malattie infettive con casi che tornano nelle terapie intensive. Per questo occorre fare molta attenzione". Maria Pina Sciotti, primario del reparto Malattie Infettive, con la sua equipe è da mesi in prima linea per fronteggiare la pandemia. Un reparto, quello vastese, che da anni è punto di riferimento nel territorio e che, anche in questa circostanza, ha dato il suo contributo alla tutela della salute pubblica. 

In occasione della consegna dei 3mila euro raccolti dagli studenti del Mattei con il progetto QuorinTana [LEGGI], abbiamo fatto il punto con la dottoressa Sciotti sulla situazione del contagio e su come fronteggiare l'evenienza di una seconda ondata. Dal primario di Malattie Infettive arriva un accorato appello a tutti i cittadini, affinchè "applichino le misure di prevenzione ed evitino comportamenti che possono contribuire alla diffusione del contagio".

Con lei abbiamo parlato anche dell'imminente campagna di vaccino antinfluenzale e sul ruolo importante che hanno i medici di base in questa fase.

di Redazione Zonalocale.it (redazione@zonalocale.it)

Nel percorso di cura servono azioni quotidiane che vadano "oltre"

Alzheimer: far crescere la consapevolezza per sostenere i malati e i loro familiari

L’approfondimento con la dottoressa Sacchet e la presidente di Avi Del Gesso

Claudia Sacchet e Maria Teresa Del GessoCi sono oltre mille persone, nel Vastese, che soffrono di demenza, la porzione più ampia è quella di affetti da Alzheimer. “In mancanza di dati certi - spiega la dottoressa Claudia Sacchet - ho elaborato uno studio basandomi sul numero della popolazione over 65 di cui sappiamo, per studi scientifici, che circa il 6% è affetto da demenza”. Emerge così un quadro che si incrocia con i numeri dei pazienti seguiti dai Reparti di Geriatria, Psichiatria e Neurologia del San Pio e con le visite nell’ambulatorio del Distretto Sanitario di Base e che rivela come ci sia un’ampia fascia di persone che  non viene intercettata dal percorso di cure. Problematica che, soprattutto nei piccoli centri dove la popolazione anziana ha una maggiore incidenza, potrebbe portare ad una mancanza di assistenza sanitaria e sociale.

Claudia Sacchet, dirigente medico dellla U.O.C. di Geriatria e del Centro disturbi cognitivi del San Pio, e Maria Teresa Del Gesso, psicologa e presidente associazione Avi Alzheimer Italia, sono due figure preziose nel territorio dal punto di vista della cura medica e del sostegno ai malati di Alzheimer e dei loro familiari. Ed è con loro che abbiamo fatto un punto della situazione rispetto al nostro territorio.

LA DIAGNOSI E LA PREVENZIONE. Nella prevenzione della demenza incidono fattori come l’ipertensione arteriosa, il colesterolo alto, il diabete, il fumo, l’alcool, lo stress, la poca attività fisica. Un fattore di rischio importante che sta emergendo ora, e che prima non era considerato, è l’inquinamento atmosferico. Insomma, una persona attenta alle malattie cardiovascolari è attenta anche alla salute mentale. Il controllo di tutte queste patologie è importante per la prevenzione della demenza ma è altrettanto significativo avere stimoli ed interessi, relazioni, fare vita sociale. 

I segnali clinici, che aiutano a capire che sta cambiando qualcosa nelle capacità cognitive di una persona, ci sono ma è sempre difficile coglierli. Nelle forme come l’Alzheimer sicuramente la perdita della memoria è uno dei più frequenti e facili da riconoscere. Ma non c’è solo quello, insorgono delle difficoltà che creano nella persona una perdita di autonomia nella vita quotidiana. Inoltre ci sono caratteristiche particolari della memoria episodica, ovvero la difficoltà di collocare nello spazio e nel tempo un evento personale. Poi ci sono i disturbi del linguaggio, il non riuscire a trovare le parole giuste, il non riconoscere più i luoghi: per questo è facile che ci si perda fuori da casa e, poi, anche in casa. I disturbi del riconoscimento dei volti, il non riconoscere anche le persone più vicine. Sono tuttavia sintomi molto diversi in base alla zona del cervello colpita per prima e a seconda delle caratteristiche della personalità del soggetto. 

LE CURE. I farmaci a disposizione sono quelli per l’Alzheimer che funzionano in una certa fase della malattia, soprattutto iniziale. Per le altre forme di demenza sono del tutto inefficaci, si utilizzano perciò altri farmaci, magari contro il disturbo del comportamento o il sonno. La ricerca ristagna, per le case farmaceutiche non c’è business e quindi non vanno avanti, ora, più che mai, in cui si sono buttati tutti sul vaccino anti-Covid. E quindi anche la ricerca del famoso vaccino per l’Alzheimer ha rallentato la sua corsa. In realtà non è un vero e proprio vaccino ma sono dei farmaci che dovrebbero inibire la formazione delle placche amiloidi che sembrano essere la causa del danno, anche se ci sono ancora diverse ipotesi a riguardo. Purtroppo non si ha ancora la causa certa e definitiva di questa malattia, ancora sconosciuta, la cui patogenesi non è ancora chiara, probabilmente è una concausa di fattori che insorgono insieme.

La Asl ha pubblicato un percorso diagnostico-terapeutico- assistenziale, “a cui ho partecipato nel gruppo di lavoro, che dovrebbe regolamentare l’organizzazione della diagnosi, della presa in carico dei pazienti sulla base del piano nazionale sulla demenza - fatto già da qualche anno -, facendo convergere i dati di tutti i punti di erogazione - spiega la dottoressa Sacchet -. La Regione ha già recepito da tempo il piano, poi spetta alle Asl la strutturazione dei servizi sia ospedalieri che territoriali”. Ad esempio, è prevista la presenza di punti di erogazione chiamati CDCD, Centri dei disturbi cognitivi e demenza, con specialisti del settore ma anche psicologi, sia per la diagnostica che per il supporto ai familiari. In questo processo vengono coinvolti anche i distretti per l’erogazione di servizi domiciliari. 

Claudia Sacchet LE DIFFICOLTÀ. In questo momento i familiari stessi cercano di non stare troppo a contatto con i malati per timore di contagiarli. Ma, personalmente, penso che con le dovute precauzioni i familiari, dove è possibile, dovrebbero stare vicini agli anziani coltivando anche una relazione fisica che, in questi casi, è fondamentale. Il contatto, il linguaggio non verbale diventano strumento per trasmettersi emozioni visto che molti di loro perdono anche la capacità di capire le parole. 

Molti studi clinici evidenziano che sono più efficaci le terapie non farmacologiche che quelle farmacologiche, in cui, per il momento, al netto di nuove scoperte, non ci sono grandi novità. Ma, sopratutto nei disturbi del comportamento, sono molto efficaci le diverse attività che si possono proporre con la terapia occupazionale. Purtroppo si vede troppo spesso nei familiari la tendenza a cercare la medicina pensando che possa risolvere tutto, quando invece per ora può solo rallentare o migliorare in parte un comportamento. Ma sul piano dell’autonomia o la vita quotidiana serve molto di più l’educazione del familiare, insegnare a come approcciarsi interpretando nel modo giusto i loro gesti, spesso in risposta ai loro con modalità che si fa fatica a comprendere. 

La festa per i 3 anni dell'associazioneL’ASSOCIAZIONE.  L’associazione Avi Alzheimer Italia esiste a Vasto ufficialmente da 3 anni anche se l’attività era già avviata da prima. Il primo passo, con il Rotary Club Vasto, è stato quello dei corsi di formazione per gli operatori dei servizi sociali del Comune che assistevano a domicilio anziani e pazienti con demenza. La parte pratica di questi corsi era far incontrare le persone malate insieme ai familiari e gli operatori, iniziando così a fare i primi Caffè Alzheimer, svolti nella sede dei servizi sociali del Comune di Vasto che ora, causa Covid, non è possibile utilizzare per attività di gruppo. Nell'equipe sono presenti anche delle psicologhe, per attività con i pazienti e supporto ai familiari.  

Ed è proprio in questa circostanza che "i familiari si sono conosciuti e hanno capito l’importanza dello stare insieme, di condividere le loro esperienze sul come affrontare la nuova condizione che si presenta tra le mura domestiche con una persona affetta da Alzheimer", spiega la la presidente Del Gesso. Oggi fanno parte dell’associazione una ventina di malati, poi ci sono i familiari e altri soci che danno una mano. È una minima parte rispetto ai malati presenti sul territorio, "c’è ancora una sorta di timore nell’affrontare momenti pubblici - sottolinea la dottoressa Del Gesso -, si ha sempre il timore di essere etichettati". Sin da subito c'è stata collaborazione con gli enti pubblici e con altre realtà associative del territorio per cercare di raggiungere un obiettivo comune. Chi partecipa alle alla vita associativa trae molto beneficio dalle attività che vengono proposte. Ed è per questo che, negli ultimi mesi, è mancato il potersi incontrare. Ed è proprio questo uno dei problemi grandi portati dalla pandemia.

Per l’associazione è importante ritrovarsi assieme, oggi però c’è il problema della distanza. Ci sono stati degli incontri, all’aperto, nella villa comunale, ma non è molto semplice perché bisognerebbe avere uno spazio dedicato dove non ci sono altre persone. La sede dell’associazione è piccola, si potrebbero fare incontri con poche persone e non sempre, per ovvi motivi, si riesce a garantire l’uso della mascherina da parte dei malati. Pensare di fare gli incontri online non avrebbe senso, al centro di tutto c’è la relazione, queste persone fragili hanno bisogno di presenza, di contatto. Solo per i corsi di formazione, per familiari e volontari, potrebbero essere fatti online. In questa fase l'associazione - chiamando il numero 3294453154 - è a disposizione, con incontri personali e in piccoli gruppi, per dare supporto a personale di assistenza e familiari. 

Maria Teresa Del GessoCOSA FARE IN FUTURO. Nel corso degli anni è aumentata un po’ la consapevolezza delle persone nel cogliere alcuni segnali. L’ideale sarebbe che tutto partisse dal medico di medicina generale, che per primo intercetta e individua il soggetto affetto da demenza e poi lo indirizza verso un percorso di diagnosi e cura. Spesso, però, per tanti motivi, i medici di base, non sono - come dovrebbero - i primi alleati nella diagnosi. Magari si tende a dare la colpa di alcuni sintomi all’età che avanza, o si cerca di ridurre la richiesta di prestazioni per non sovraccaricare il sistema sanitario. Nell’ultimo anno, poi, con le tante problematiche legate al Covid, si sono ridotte anche le visite e quindi questi segnali non vengono colti. 

"Oltre al percorso serve una maggiore sensibilizzazione del problema", dice la dottoressa Sacchet. Confrontando i numeri dei potenziali affetti da demenza e quelli presi in carico dalle strutture sanitarie si nota come ci sia una parte di persone non seguite. Ancora minore - davvero bassa - la percentuale di chi ha colto nell’associazione Avi Alzheimer una reale opportunità di impegno condiviso per poter sostenere tanto i malati quanto i loro familiari nel percorso di vita segnato dalla demenza.

Ci sono degli esempi di paesi - molto piccoli per dimensioni - friendly in cui viene insegnato anche ai negozianti come rapportarsi con questi pazienti quando girano, per quanto possibile, anche da soli. Bisogna sicuramente lavorare di più per far comprendere a tutti la malattia. Purtroppo la demenza colpisce la testa e come tutto quello che riguarda la testa rende difficile l’accettazione. Il fisico, anche con un “pezzo” in meno, in qualche maniera è riparabile, invece per questo tipo di problema non c’è soluzione.

Un evento pubblico in piazza RossettiLA FORMAZIONE DI CHI ASSISTE. È qui che si gioca la sfida decisiva. Perché il percorso di cura nelle strutture sanitarie arriva ad un certo livello. Poi, però, c’è da riorganizzare una vita quotidiana, c’è da permettere ai malati di Alzheimer di continuare la loro vita. Ed ecco che servono - in questa fase ancora di più - persone formate che possano andare a domicilio dai pazienti. Occorrono luoghi adeguati, all’aperto o coperti, e spazi protetti per organizzare degli incontri. Una scelta lungimirante per il territorio sarebbe quella di avere una struttura moderna, multifunzionale, adatta a persone con diverse patologie per andare incontro alle tante esigenze che saranno, in futuro, sempre più frequenti.

Forse, in questo momento manca più la volontà che lo spazio, che si può sempre trovare, probabilmente per la poca consapevolezza. Il grande interrogativo, alla luce della perdurante situazione della pandemia, è quello di riprogettare modalità di incontro per rispondere alle tante e differenti esigenze, continuando nella formazione e, ancor più importante, nell’opera di sensibilizzazione e conoscenza. 

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Prima della cura occorre la prevenzione, in ogni aspetto della propria vita

Urologia, dottor Cindolo: "La prevenzione è fondamentale. Ad ogni età la sua azione"

L’approfondimento con l’urologo e andrologo

L’urologia è la disciplina che si occupa dell’apparato urinario (reni, vescica, ureteri e uretra) dell’uomo e della donna. C'è poi il campo dell’andrologia con lo studio, la prevenzione e il trattamento delle patologie e delle disfunzioni sessuali maschili. È una disciplina che non copre solo l’età adulta o geriatrica - come spesso si è erroneamente portati a pensare - ma interviene già da appena il bambino è nato. Uno dei primi controlli nel neonato è il controllo dello stato dei genitali, la prima ecografia che si fa è quella dei reni (insieme alle anche). Ecco che siamo di fronte ad un apparato cruciale per la salute delle persone su cui interviene in maniera importante l’azione preventiva. In un confronto con il dottor Luca Cindolo, urologo e andrologo, abbiamo passato in rassegna come questa specializzazione della medicina interviene nelle diverse fasi della vita, in particolare per quanto riguarda gli uomini.

La prevenzione nei più piccoli. Il primo controllo “è quello fatto in maniera egregia dai pediatri per lo sviluppo dei genitali”. All’inizio della pubertà, con lo sviluppo ormonale, ci sono poi delle importanti variazioni che vanno semplicemente controllate, senza dover necessariamente fare interventi di tipo terapeutico. Dopo i 12 anni le ragazze devono sottoporsi al vaccino contro l’HPV (papilloma virus). È un aspetto cruciale nella prevenzione di lesioni dermatologiche di natura viraleche magari possono essere considerate di poco conto ma che ospitano un pericolo di induzione di tumore in età adulta. Ad oggi, nei maschi il vaccino è ancora a pagamento e la scelta di vaccinarsi è lasciata all’iniziativa dei genitori o dei ragazzi stessi, purtroppo con tassi vaccinali decisamente troppo bassi.

Cosa fare tra i 16 e i 18 anni. In questa fase è fondamentale che i ragazzi vengano sottoposti a un controllo urologico, al pari di come le ragazze vanno dal ginecologo. Non necessariamente bisogna fare indagini invasive ma si verificano lo sviluppo dei testicoli o la eventuale presenza di fimosi, ernie, idroceli o varicoceli. Sono queste patologie di scarsa rilevanza al momento della constatazione ma possono avere ricadute sulla fertilità. Ecco che il controllo sul potenziale di fertilità del maschio - che trova solitamente compimento ai 28-30 anni, quando statisticamente avviene la procreazione - va anticipato di una dozzina di anni: se ci sono problematiche in età adolescenziale che non vengono affrontate poi se ne pagano le conseguenze quando si chiede al proprio corpo la fertilità. Ma oggi è molto bassa la percentuale di controlli preventivi cosa che invece non accade tra le donne. Di fatto, la nostra società ha digerito negli anni la ginecologia come una sorta di necessità, con aspetti che hanno portato la donna a comprendere l’importanza del controllo. L’assenza di prevenzione nell’uomo, ritenuto “immune” da determinate situazioni, è un fattore culturale. Ma i numeri ci dicono ben altro, i problemi ci sono. Pensiamo solo al varicocele - la vena che si gonfia attorno al testicolo, prevalentemente il sinistro, inficiandone il funzionamento -, che si manifesta in circa il 24-25% della popolazione. Certo, non tutti vanno operati, ma questo è un altro aspetto. Va però sicuramente monitorato e, oggi, si controlla appena il 4-5% dei maschi. 

Cosa accade dai 18 ai 36 anni. Questa è la fascia di età in cui si presenta il rischio del tumore del testicolo. Un tumore tanto chiacchierato fino a sconfinare nella stupida ironia. Ma ricordiamo che tanti spot - a livello italiano e internazionale - sono proprio quelli che invitano a “toccarsi”, questo toccarsi i testicoli che per molti ha a che fare con lo scaramantico, con una subcultura per allontanare rischi di cose che possono accadere. Ma l'autopalpazione del testicolo [GUARDA],  al pari dell’autopalpazione della mammella nelle donne, è preziosa nella prevenzione. Perché non c’è nessun miglior uomo che conosce i propri testicoli come il paziente. Trovare una difformità, nel senso di scoprire all’interno dei testicoli delle nodularità solide, è il campanello di allarme che consente di identificare celermente una malattia, trattarla velocemente e salvare il paziente. Il tumore del testicolo si cura bene e ha dei tassi di sopravvivenza del 95% a 5 anni. Ma bisogna prenderli in tempo. Quando ci si trova in stadio avanzato con radioterapia, chemioterapia e intervento chirurgico si riescono a curare ma sono cose impattanti. Ci sono tanti movimenti, come Movember, nato in Australia, che proprio a novembre celebra l’importanza della tutela della salute del maschio. 

La prevenzione negli adulti. Nella fascia 36-48 anni, se non ci sono state difficoltà nel procreare, non si ravvisano particolari criticità (ricordandosi sempre della  auto-palpazione preventiva). Superati i 48 anni inizia la prevenzione dei disturbi di natura prostatica. Ogni anno dovrebbe essere fatto il controllo della prostata con le analisi in cui si misura il dosaggio del PSA, sostanza che si trova nel sangue e che si associa al tumore della prostata. L’azione preventiva nella ricerca dei tumori è cruciale perché o sono impattanti - come quello del testicolo - o perché, nel caso della prostata, hanno un’incidenza di un uomo su dieci dopo i 50 anni. Oggi ci sono molti strumenti per curarli a patto che vengano presi in tempo. 

Cosa accade nella terza età. Un fenomeno da tenere assolutamente sotto controllo è l’eventuale presenza di sangue nelle urine (naturalmente anche in età più giovane). Questo è un aspetto assolutamente da non sottovalutare. Il sangue nelle urine non deve esserci, ogni ematuria va considerata pericolosa fino a prova contraria. Novanta volte su cento ha una valenza benigna ma, nel 10% dei casi, è associata a patologie che possono rivelarsi serie. Non va fatto assolutamente l’errore di lasciar correre anche un singolo episodio.

I reni, preziosi ma spesso sottovalutati. Se, per molti aspetti l’urologia si rivolge alla popolazione maschile, quando si parla di apparato urinario sono interessati ambedue i sessi. Negli ultimi anni, nonostante esistano dei sistemi per migliorare le disfunzioni renali, le patologie sono in aumento. L’insufficienza renale è in aumento, i tumori renali sono in aumento, la calcolosi renale è stabile come incidenza  sulla popolazione ma è sempre molto dolorosa da affrontare. I reni sono organi che vanno tenuti in grandissima considerazione e i cui aspetti preventivi sono molto interessanti e, nelle loro buone prassi essenziali, possono essere riconducibili a due situazioni.

Innanzitutto si aiutano i reni a funzionare bene quando si introduce una certa quantità d’acqua. Berne almeno un litro e mezzo al giorno dovrebbe essere un mantra per tutti. Questa è la quantità minima per dare ai reni il loro giusto equilibrio. Chiaramente la quantità può essere aumentata a seconda di stili di vita o attività, ma la base deve essere per tutti. 

Bisogna fare molta attenzione all’uso dei farmaci. Oggi vengono assunti con facilità antinfiammatori e antidolorifici di tipo FANS (non steroidei). Ma bisogna sapere chiaramente che sono farmaci nefrotossici. In pratica, ogni bustina o compressa “toglie” un pezzetto di rene. Occorre quindi stare molto attenti, perché l’uso - per non parlare dell’abuso - di questi farmaci crea un danno permanente. Ecco perché, finché si può, bisognerebbe evitare di assumerli magari preferendo farmaci non dannosi per i reni.

Prevenzione per tutti. Emerge quindi in maniera chiara l'importanza di una sana prevenzione. "Da ora in poi, sia che tu soffra di un sintomo, sia che ti trovi in perfette condizioni, è meglio che ti trovi un urologo con cui vai d'accordo... è l'amico della tua funzione urinaria e il custode della salute genitale maschile!".

 

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

La ricerca è un qualcosa di prezioso, da sostenere e guidare per raggiungere importanti obiettivi nelle cure

Emma Di Carlo guida il progetto Airc sul tumore alla prostata: "È importante sostenere la ricerca"

Si studia come bloccare una molecola che fa sviluppare il cancro

La professoressa Di CarloLa professoressa Emma Di Carlo, professore ordinario presso l'Università G.D'Annunzio che dirige l'unità operativa di Anatomia Patologica e Immuno-Oncologia del CAST, è alla guida di un progetto finanziato dall'Airc per lo sviluppo della cura dei tumori alla prostata attraverso l'immunoterapia personalizzata utlizzando la nanotecnologia. Nel periodo dei Giorni della ricerca, in cui l'Airc pone l'attenzione sui professionisti impegnati in importanti progetti in campo oncologico. Abbiamo colto la preziosa occasione di strappare per un po' di tempo la professoressa Di Carlo all'attività del suo laboratorio per capire come, con la sua equipe, sta portando avanti il progetto di ricerca che punta ad un'alta efficacia e alla minimizzazione degli effetti collaterali della terapia oncologica.

IL PROGETTO DI RICERCA. Si tratta dello step evolutivo di un precedente progetto finanziato dal Ministero della Salute che ha dato dei risultati di notevole importanza. "Con il finanziamento Airc ho preparato un disegno sperimentale per traslare i risultati di quel progetto sul piano clinico, quindi più vicino al paziente. I nostri studi hanno provato che, nell’ambito del carcinoma della prostata, c’è una molecola che svolge un ruolo molto importante nel promuovere la proliferazione del tumore, nell’indurre uno stato di immunosoppressione nel micro-ambiente tumorale per favorire la progressione del tumore e lo sviluppo di metastasi. Queste metastasi sono la causa della morte legata al cancro della prostata, secondo tipo di tumore maschile per frequenza nei Paesi Occidentali dopo quello del polmone". Con queste proporzioni è evidente l’impatto sulla salute pubblica e quindi l’importanza degli studi in corso.

"Con il progetto quinquennale dell’Airc possiamo portare avanti una nostra scoperta sul ruolo di una piccola molecola, denominata Interleuchina(IL)-30 (Clin Cancer Res., 2014 Feb 1;20(3):585-94; Cancer Res. 2018 May 15;78(10):2654-2668). Queste molecole hanno un ruolo nel sistema immunitario ma, nel contesto della genesi del tumore, ne favoriscono lo sviluppo e la progressione. Avevamo scoperto che questa molecola è un fattore di crescita per le cellule staminali tumorali prostatiche e abbiamo dimostrato che, bloccandone la produzione, venivano bloccata la capacità delle cellule staminali tumorali di generare tumore e inibita la capacità metastatica delle cellule tumorali, cioè la capacità di disseminarsi e andare a colonizzare midollo osseo, polmone e altri organi". I risultati di quello studio sono stati pubblicati su una rivista scientifica internazionale Journal for Immunotherapy of Cancer (J Immunother Cancer. 2019 July 31;7(1):20).

"Le evidenze sperimentali erano molto stringenti e ora, con il progetto Airc, questa idea può essere sviluppata. Il progetto prevede di utilizzare un modello animale sperimentale che sviluppa spontaneamente cancro della prostata in base a una mutazione genetica. Ma non si utilizzerà solo questo modello animale, verranno sviluppati dei modelli in vitro, a partire da tessuto e cellule del sangue di pazienti con cancro della prostata. In maniera artificiale verranno ricostruite, su delle piattaforme estremamente tecnologiche, i tumori della prostata del paziente stesso a partire dalle sue cellule tumorali e dalle sue cellule del sistema immunitario. Si riprodurrà in vitro una specie di organo artificiale che non è una semplice coltura cellulare ma è un sistema che riproduce il micro-ambiente immunologico, la componente vascolare e connettivale del tumore di origine". 

IL METODO DA "PREMIO NOBEL". "Nel contesto di questo organo artificiale riprodotto in laboratorio verrà testato il sistema di inibizione della molecola IL-30 - che ha attività di fattore di crescita e di immunosoppressione - e quindi, in questi modelli, si studierà l’efficacia del "targeting" selettivo della molecola. Si realizzerà la soppressione di questa molecola per vederne l’efficacia. Si sta procedendo con il sistema dell’editing del genoma, cioè la manipolazione del genoma con un sistema tecnologico innovativo che ha consentito di guadagnare il Nobel per la chimica alle due professoresse Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier. Il metodo in questione consente di eliminare dal Dna un gene che produce una specifica proteina - in questo caso la nostra IL-30 che ha un’attività tumorale -. A differenza dei metodi precedenti questo è abbastanza selettivo, consente il taglia e cuci del Dna e l'eliminazione del gene di interesse, evitando di colpire altri sistemi. Nel nostro progetto Airc si prevede, con questo sistema, di sopprimere il gene responsabile della produzione di questa molecola ad attività pro-tumorale. L’idea innovativa è quella di utilizzare la nanotecnologia, quindi sistemi di nanoparticelle biocompatibili e costituite da sostanze già approvate per l'uso clinico dall’Agenzia Europea del Farmaco. Si sfrutteranno questi nanovettori per veicolare queste forbici molecolari che devono raggiungere esclusivamente la sede di sviluppo del tumore, con la prospettiva di evitare effetti collaterali. Si mira alla selettività, per cui il nanovettore si deve sviluppare in modo da raggiungere solo il tumore e i focolai metastatici che eventualmente si fossero sviluppati in altre sedi". 

LE APPLICAZIONI PER LA SALUTE. "Siamo già nella fase della sperimentazione animale, che utilizziamo nel pieno rispetto dei limiti etici. Io sono il principal investigator (la responsabile e coordinatrice del progetto) e sono affiancata da una serie di collaboratori che operano, oltre che nel nostro Centro Ricerche di Chieti, in diverse università italiane come quelle di Bologna, Padova, Pavia ed estere come quelle di New York, San Diego e la Jinan University, in Cina. È una rete di cui fanno parte ricercatori con diverse specializzazioni. Negli studi sugli animali "stiamo mettendo a punto la farmacodinamica e la farmacocinetica di queste particelle. Dobbiamo innanzitutto valutarne la biodistribuzione, cioè la capacità di questo vettore di raggiungere e fermarsi dove si trova il tumore. Poi passeremo nella seconda fase, caricando su questi nanovettori queste forbici molecolari per colpire in maniera selettiva il gene responsabile della sintesi e produzione della molecola da noi studiata. Tutto parte dal dato di fatto che l’immunoterapia, che adesso sta avendo successo in vari tipi di neoplasie, in stadio avanzato non risulterebbe efficace per il trattamento del cancro della prostata. Questo perché nel microambiente del cancro prostatico c’è una condizione di immunosoppressione imponente. A differenza di altri tumori, il tumore della prostata è formato da tanti focolai di tumore incastonati in un tessuto connettivale molto robusto che è molto difficile da penetrare con i farmaci". 

UNA SVOLTA PER L’EFFICACIA DELLE CURE? "Innanzitutto bisogna considerare i dati in maniera rigorosa. Oggi non è possibile annunciare già il passaggio in clinica. L’Airc finanzia le ricerche coprendo un periodo di cinque anni che consente di mettere a tiro la tua progettualità perché in ogni step si incontrano una miriade di difficoltà. Più ti avvicini alla realizzazione verso il paziente e più puoi incontrare delle difficoltà. È sempre sbagliato annunciare qualcosa prima di averla completata. Noi stiamo facendo ogni sforzo per avvicinarci alla clinica. Pubblicare è bello, dà sicuramente soddisfazioni, ma ci interessa poterci avvicinare al problema pratico. Il nostro attuale obiettivo è avvicinarci al successo sperimentale che ci consentirà poi di produrre una formulazione di vettori che possano essere sperimentati nell’uomo. Di recente ho allargato le mie collaborazioni perché voglio tentare tutte le formulazioni di vettori per scegliere quella migliore sotto il profilo dell’efficacia e della compatibilità per ridurre al massimo il rischio collaterale. Nel momento in cui raggiungeremo dei risultati solidi nel modello animale e del modello in vitro si potrà ragionare su una formula da proporre alla sperimentazione umana". C’è ottimismo però, allo stesso tempo, molta cautela perché occorre avere dei dati molto solidi sempre seguendo, come è costume dell’Airc, un’analisi estremamente rigorosa dei risultati che vengono vagliati a livello internazionale.

IL LAVORO DI SQUADRA. In un progetto di ricerca "credo sia fondamentale la determinazione, bisogna interagire costantemente con tutte le componenti, mantenere alta l’attenzione. È quasi come svolgere una battaglia, possono esserci degli insuccessi che causano grande sconforto ma, all’indomani, si riparte con una maggiore determinazione e desiderio di raggiungere gli obiettivi. Qui a Chieti sono coaudiuvata da giovani leve e sono sempre alla ricerca di nuovi talenti perché la ricerca va sempre alimentata con nuovi professionisti, anche se diventa sempre più difficile reclutarli perché è un lavoro che richiede particolare dedizione. È un grande impegno ma è anche una grande soddisfazione ed un onore poter lavorare per Airc, poter lavorare per la nostra società, diciamo da dietro le quinte. In questo periodo di pandemia abbiamo dovuto rallentare il nostro programma ma non abbiamo mai interrotto. È stata data possibilità alla ricerca di andare avanti. Ho subito manifestato la necessità di non fermarsi,  perciò io ed il mio gruppo ci siamo organizzati con dei turni per ridurre le presenze in laboratorio. Ho subito fatto presente alla dirigenza della nostra Università che non era possibile interrompere e buttare via soldi e lavoro di diversi ricercatori e che quindi eravamo disposti, con l'adozione di tutti i dispositivi di sicurezza necessari, ad andare avanti. C’è stata grande disponibilità da parte di tutti i componenti del gruppo ad organizzarsi evitando così l'interruazione delle attività". 

LE POTENZIALITÀ DELLA RICERCA. "C’è sempre un margine di miglioramento e potenziamento per poter fare di più. L’appello è alle autorità affinché siano più accorti verso l’attività di ricerca non considerandola come "figlia di un Dio minore" e invece è motore per il progresso. È anche un volano per l’economia perché, grazie ad Airc, si riescono a bandire delle borse di studio per giovani- che lavorano con grande impegno e spesso senza orari - ed offrire loro delle opportunità di crescita culturale e professionale. Spesso non si fa abbastanza per proteggere la ricerca. Tutti dovremmo sostenere la ricerca e chi fa questo tipo di lavoro. Non dobbiamo ricordarcene solo nei momenti di crisi perché la ricerca richiede tempo, non la metti su in 15 giorni. Oggi la ricerca sul Covid non deve far dimenticare quella in campo oncologico. Le dirigenze, a tutti i livelli, devono tenere in considerazione che bisogna preparare dei piani, sentirsi più responsabili nel preservare la ricerca dalle problematiche e ricordarsi che la ricerca oncologica si incrocia con quella virologica e immunologica. Non esistono compartimenti stagni, c’è una correlazione tra vari ambiti di competenza, la multidisciplinarietà è importante". 

I PROGETTI AIRC. I fondi sono assegnati dall’Airc a progetti che hanno superato un vaglio internazionale. "La peer review dura un anno, tant’è che questo nostro progetto era stato scritto nel 2018, è maturato, ha subito dei suggerimenti in base a delle revisioni internazionali. Si aspettano mesi prima di poter sapere se è approvato. Ed è per questo che i progetti che arrivano nella nostra Regione dovrebbero essere valorizzati. Sono uno stimolo al progresso scientifico ma rappresentano anche un motivo di sviluppo culturale, sociale ed economico".

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

La fiducia nella scienza è alla base di ogni azione in medicina

Vaccino per medici e infermieri vastesi: "Noi operatori sanitari dobbiamo essere d’esempio"

Le interviste | Dal distretto sanitario e dal San Pio al V-Day

Sono 135 le persone che, nella giornata di oggi, hanno ricevuto la prima dose del vaccino contro il Covid-19, all’ospedale Mazzini di Teramo. Medici, infermieri e personale sanitario hanno preso parte alla giornata denominata V-Day in cui, in tutta Europa, per la prima volte sono stati somministrati i vaccini anti-Covid. Le Asl della Regione Abruzzo hanno reclutato il personale che, volontariamente, si sottoporrà al vaccino in questa prima fase. Diversi gli operatori della sanità del Vastese che hanno ricevuto per primi il vaccino.

“È stata una giornata emozionante”, dice a Zonalocale la dottoressa Michelina Tascione, responsabile del distretto sanitario di base di Vasto. “Oggi vivo un sentimento di senso compiuto ad una vita di studio e professione. Ho assoluta fiducia nel vaccino e in questa nuova modalità di vaccinazione”. La dottoressa Tascione, nel suo lungo percorso professionale, è stata per molti anni ufficiale sanitario per le vaccinazioni. “Come medico mi sento di dire che non si può non pensare che questo sia l’unico modo per sconfiggere il virus”. Per lei questa giornata ha rappresentato un momento importante. “Ho scelto di studiare medicina perché volevo conoscere nel dettaglio ogni possibilità di dare un piccolo contributo al benessere dell’individuo oltre che curarne la salute. Mi sento onorata di aver preso parte a questo avvio di campagna vaccinale”. Nel distretto di via Michetti lavora anche l’infermiere Antonio Del Giango. “È andato tutto molto bene - racconta l’infermiere di Monteodorisio -. Abbiamo ricevuto il primo certificato e tra 21 giorni riceveremo la seconda dose. Vaccinarsi è un atto d’amore verso gli altri. Io ho aderito subito e oggi mi sento di rivolgere l’invito a tutti a vaccinarsi quando potranno”.

La dottoressa Paola AcquarolaNel pomeriggio è stata la volta di medici e infermieri del San Pio, il primario di Neurologia Pasqualino Litterio, i medici dell’Anestesia e Rianimazione Paola Acquarola e Antonino D’Ercole, l’infermiere della Rianimazione Giuseppe Colantonio e gli infermieri di Malattie Infettive Maurizio Marra e Antonella Di Stefano. “Dopo aver dato l’adesione sul portale della Regione - spiega la dottoressa Paola Acquarola - il 24 dicembre è stato diramato l’elenco di chi sarebbe stato vaccinato oggi. Qui a Teramo abbiamo trovato un’ottima organizzazione, con l’accoglienza nel tendone della Protezione Civile, il percorso dedicato e la sala di osservazione post-iniezione. Tutto si è svolto per il meglio, nessuno di noi ha avuto problemi, ora attendiamo i prossimi giorni. Il nostro dire subito sì è per lanciare un messaggio a chi è scettico. Bisogna essere convinti - sottolinea la responsabile della Terapia Intensiva - che solo l’unione fa la forza. Più facciamo il vaccino e più avremo benefici. C’è anche un pizzico di orgoglio nell’essere tra le 9570 persone che oggi sono state vaccinate in questa giornata in Italia assieme a quelle di tutta Europa. Da noi operatori deve arrivare un messaggio a non avere paura e ad avere speranza”.

Marra e Di StefanoMaurizio Marra, di Furci, e Antonella Di Stefano, di Cupello, lavorano in uno dei reparti in prima linea nella pandemia. “Il vaccino è l’unica arma per sconfiggere il virus - dice Marra -. Nel nostro reparto abbiamo combattuto la prima ondata, stiamo combattendo la seconda. Siamo sempre sotto pressione e, pur con tutte le precauzioni e le protezioni, a rischio. Condivido il messaggio a vaccinarsi”. Nel reparto del San Pio “vediamo gente che sta male - aggiunge Antonella Di Stefano -, si sta abbassando l’età delle persone che si ammalano, tanti sono giovani. Forse dall’esterno non si ha la percezione reale della situazione ma in ospedale si vedono le persone che stanno male. Ecco perché ho scelto di aderire subito”.

Il dottor Pasqualino Litterio ad aprile era partito con il contingente della protezione civile per dare una mano ai colleghi di Torino, oggi è tra i primi vaccinati della Regione. “Ho trovato un’organizzazione davvero impeccabile - racconta il primario vastese - in tutti i passaggi da svolgere. Di questo sono contento, mi fa dire che, quando vogliamo, noi abruzzesi sappiamo fare le cose per bene. Oggi l’Abruzzo ha dimostrato di essere capace di fare le cose e questo mi fa sentire orgoglioso di essere abruzzese”. Litterio riassume la scelta di vaccinarsi nelle parole chiave “consapevolezza e rispetto. Tutti coloro che hanno a che fare con gli ammalati - siano medici, infermieri, oss, operatori della sanità - devono essere d’esempio. Ma noi non stiamo facendo nulla di speciale, è questa pandemia ad essere speciale” amplificando così ogni cosa. Il primario di Rianimazione ha già “dato la disponibilità come vaccinatore quando sarà estesa la campagna”. E c’è anche un pensiero per il “suo” ospedale. “Ricordiamoci che al San Pio stiamo lavorando da mesi senza la disponibilità di due reparti dopo il crollo dei solai. Gli operatori sanitari di Vasto stanno svolgendo un lavoro egregio, riuscendo a compensare con la loro professionalità alle difficoltà. Sono le persone che fanno l’ospedale, non le mura”. E poi un messaggio rivolto a tutti i cittadini perché superino le diffidenze. “Credo sia normale avere dei timori o un po’ di paura. Ma è dell’infezione che bisogna aver paura, non della vaccinazione”.

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Affidarsi ai medici vuol dire anche fidarsi

Vaccino, Litterio: "Il personale del San Pio sta dimostrando disponibilità e responsabilità"

Il primario coordina le attività: "Noi chiamati a dare l’esempio"

"Dobbiamo prendere coscienza che il vaccino anti-Covid, come tutti gli altri vaccini che abbiamo fatto, va fatto. Senza se e senza ma". Il dottor Pasqualino Litterio, primario di Neurologia del San Pio, da questa mattina ha il compito di coordinare le attività operative della campagna vaccinale all'ospedale di Vasto. Dalla sua ha una lunga esperienza sul campo in tema di vaccinazioni, con centinaia di campagne nelle zone più remote del mondo la ong Pro.Do.C.S. che lo hanno portato a dare sin da subito la sua disponibilità come vaccinatore.

Lui è stato tra i primi, lo scorso 27 dicembre, a ricevere il vaccino a Teramo [LEGGI]. "È l'unico modo per andare oltre - spiega Litterio -. Tutti gli operatori sanitari hanno il dovere di dare l'esempio e si devono vaccinare". Nella prima giornata di vaccini [LEGGI], Litterio ha visto arrivare nelle stanze dell'Obi tanti colleghi del San Pio, e tanti ne arriveranno nei prossimi giorni. "Non è possibile pensare che il rischio di fare un vaccino è superiore al rischio di contrarre la malattia. Tutti gli operatori sono ansiosi di farlo - spiega Litterio -, abbiamo avuto fino ad ora una risposta eccezionale. C'è anche tanta disponibilità nei sanitari per collaborare a somministrare il vaccino. Questo la dice lunga sul senso di responsabilità e disponiblità del personale di questo ospedale".

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

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