STORIE menu

Le Storie di Zonalocale

Quelli che... restano

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Ed ecco che, in una delle nostre riunioni di redazione, abbiamo deciso di iniziare a conoscere "Quelli che... restano". Incontreremo tanti under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perchè no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi". Dall’intuizione alla nascita di un brand

Quelli che... restano | "Qui si sta bene ma ci sarebbe bisogno di più coraggio"

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Ed ecco che, in una delle nostre riunioni di redazione, abbiamo deciso di iniziare a conoscere "Quelli che... restano". Incontreremo tanti under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perchè no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Iniziamo questo viaggio incontrando Anastasia Massone, 29 anni, grafica e creatrice del brand Sparagn e cumbarisc. I suoi loghi rivisitati in chiave abruzzese sono ormai celebri e hanno conquistato il web (e non solo).

La prima versione di Sparagn e cumbariscGli inizi. Dopo un percorso nelle scuole superiori “movimentato”, perché “non mi trovavo a mio agio nell’indirizzo che avevo scelto”, arriva il trasferimento a Bologna per frequentare il corso di Cinema al Dams. “Dopo un po’ ho lasciato perché quel percorso non faceva per me”. Quello che attirava Anastasia era il mondo della grafica e della creatività. “Sin dai tempi universitari ho lavorato nello studio di mio zio, Qbix, perché avevo questa grande passione. Il mio percorso formativo l’ho portato avanti da autodidatta. Lavorando ho fatto tanta gavetta, in questo settore serve, come per gli artigiani. Se non fai pratica lavorando quotidianamente non riesci neanche a capire cosa stai facendo”. Nei primi tempi, non potendo “mettere le mani sui computer” perché non era pronta, si è dedicata alla stampa delle magliette. “Le prime che ho fatto erano per la squadra di calcio Vasto Marina. A forza di fare maglie su maglie si è accesa la scintilla di voler fare qualcosa di mio”.

Sulla prima maglia creata da Anastasia Massone, nel 2013, c’erano una foto di Punta Penna e una scritta bianca su banda rossa, La Pennuccia. “Ne ho fatte due, una per me e un’altra per un mio amico che, vedendola, mi chiese più volte di poterla avere. In quel momento non ne avevo piena coscienza ma, già quella prima maglia, era a tema abruzzese”. Il primo prodotto messo in commercio c’entrava poco con l’attività di oggi. “Era una maglia che riprendeva un brand famoso italiano. Ho venduto subito un paio di magliette su uno store online, in totale ne hanno acquistate 6-7 senza che io facessi nulla per promuoverle”. Questa iniziativa è stata però poi lasciata ferma. “Faccio spesso così, inizio le cose e poi le lascio da parte. Ho fatto così anche con la fotografia”.

La formazione. “Mi sono messa a studiare da sola social media marketing”, continuando a crescere nel percorso come grafica. “In studio mi hanno aiutato tantissimo, hanno avuto la pazienza di starmi dietro, dandomi consigli. Io, poi, non mi sono mai creata problemi nel chiedere”. Se le è mancato un approccio allo studio di tipo canonico, la sua formazione è in costante aggiornamento. “Frequento corsi, incontri, per riuscire a stare al passo con i tempi. Questo è un settore in continua evoluzione. Anche se avessi frequentato un corso tradizionale poi avrei dovuto comunque continuare ad aggiornarmi per non restare indietro”.

La nascita del brand. La prima maglietta è la celebre “Pallotte cac’ e ove”. “L’avevo fatta per me e poi ho postato la foto sui social senza nessuna ambizione di vendita. Ma c’è stata richiesta e ne ho vendute una ventina, per me era già tanto. Ho visto che la cosa funzionava e ho deciso di crearne un’altra che potesse identificare un brand che iniziava a prendere forma”. La seconda maglia, infatti, ha proprio quella scritta che oggi è il marchio di Anastasia Massone. L’origine del nome è tanto casuale quanto divertente. “È nato nello studio grafico. Una signora ci aveva chiesto un preventivo sia per il solo materiale che con il lavoro completo. Lei, per risparmiare, scelse il solo materiale citando questo motto popolare, sparagn e cumbarisc [risparmia e fai una bella figura]. Sono rimasta di sasso, non lo sentivo da anni e, in quel momento, ho deciso che sarebbe stata quella la frase per i miei adesivi”.

Il processo creativo. A quel punto il progetto di Anastasia ha iniziato a prendere forma e avere i connotati attuali con i marchi famosi rivisitati in chiave abruzzese. “Per uno periodo era una sorta di sinestesia. Ci sono alcune persone che associano a delle parole dei sapori. Io, in quel periodo, non potevo guardare un prodotto sugli scaffali di un supermercato senza associarlo ad un brand abruzzese”. E così sono nati Lacost, Vasanicola, Scilita, Majelletta e tanti altri ancora che sono diventati maglie, spille e così via. “In un mese ne ho fatti una quarantina, ma meno della metà sono andati in produzione”.

Una piccola azienda. Il successo sui social è esploso in poco tempo facendo diventare Anastasia una sorta di personaggio mitico nascosto dietro allo pseudonimo “Philip Uttana” che per un lungo tratto ha accompagnato i loghi e i prodotti come maglie, felpe, penne, agende, tazze, spillette e altro ancora. Ed è quindi arrivato il momento di cambiare passo per andare avanti. “Ho sempre re-investito tutto ciò che ho guadagnato perché questo progetto crescesse. Poi arriva il momento capisci che non puoi farcela da sola. Hai fatto tanto per arrivarci, meglio non buttare all’aria”. E così c’è l’inizio della collaborazione con Francesco Malatesta, giovane vastese che vive e lavora a Roma, informatico ed esperto di social media e marketing. “Due teste sono meglio di una – dice Anastasia. Mi serviva una spalla che mi desse consigli per non bruciare tutto”.

Dall’online al negozio. Il passaggio dal mondo virtuale – dove le cose iniziavano ad andare bene – è stato frutto di un buon consiglio e di un po’ di intraprendenza. “Il mio amico Rossano Torino, vedendo quanti pacchi con le maglie spedivo, mi ha dato la spinta ad aprire. Ho pensato che se non fai una cosa non puoi capire se può andare bene o meno. Ho investito i soldi guadagnati con il brand”. E così lo scorso inverno è nato il negozio Sparagn e cumbarisc in via Santa Maria. “Ho scelto il centro storico perché la mia prima casa a Vasto era qui, nel vicolo di Santa Maria. Ci ho vissuto fino ai 10 anni ed è una zona che mi è rimasta sempre nel cuore”. E ora, dopo aver “saltato” l’estate, c’è stata la riapertura “almeno per un anno intero, fino a settembre”.

Alcuni dei loghi creati da Anastasia MassoneRestare o andare? Proprio qualche giorno fa, su Instagram, qualcuno suggeriva ad Anastasia di “cercare maggiore fortuna” lontana da un Abruzzo che in tanti descrivono come una terra in decadenza. “Ma io qui sto bene, c’è tutto. Intanto, se anche avessi opportunità di lavorare con aziende più grandi, potrei farlo tranquillamente da qua. E poi, se vuoi andare a Roma in tre ore di macchina sei arrivato, per Milano prendi l’aereo e vai”. La sua è una scelta di legame con la terra che “racconta” con ironia nei suoi marchi facendola conoscere anche fuori dai confini regionali a suon di selfie con le magliette in tutte le parti del Mondo e dei suoi adesivi attaccati in ogni dove. “Se non lotti non fai niente. E non ci si può lamentare solo che qui non c’è niente se non fai nulla per cambiare le cose. Giovedì scorso, qui nel vicolo, eravamo aperti solo io e Osvaldo – dell’Amenàbar – Ma perché uno dovrebbe uscire se sa che fuori è tutto chiuso? C’è bisogno di dare input per cambiare, magari anche creando nuove sinergie per poter organizzare qualcosa”. Da parte sua c’è il rammarico “perché molti miei coetanei, a cui dico di restare a Vasto, non mi ascoltano. Quando dovevo aprire il negozio potevo scegliere altre soluzioni. Ad esempio Pescara sarebbe stata molto più indicata. Ma ho scelto di restare qui, chi vuole sa dove venire”.

Cosa si può fare? “Vedo sempre i ragazzi in giro ma poche cose che creino aggregazione e, di conseguenza, movimento. Non ci sono più le serate che coinvolgano i giovani. Un po’ di anni fa c’erano locali che attiravano i ragazzi. Oggi è molto diverso”. Forse c’è un po’ “paura di prendersi il rischio. E – anche in base alle esperienze avute per trovare un locale per il negozio – trovo ci sia paura di dare fiducia ai giovani”. Spesso “non ci si butta in un’iniziativa. Abbiamo fatto un esperimento quest’estate facendo due serate in cui, da poco, abbiamo riempito un locale. Ci vorrebbe più coraggio, più voglia di investire”. In fondo, come dice il suo marchio, basta poco per far qualcosa di buono. Sparagn e cumbarisc!

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Ci spostiamo a Paglieta dove Nereo Di Giulio ha deciso di restare per dar vita al proprio sogno imprenditoriale nel settore agroalimentare.

Nereo Di Giulio, dall’azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta

Quelli che... restano - "Il vero atto di coraggio non è partire, ma restare"

Nereo Di GiulioSpesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Ed ecco che, in una delle nostre riunioni di redazione, abbiamo deciso di iniziare a conoscere "Quelli che... restano". Incontreremo tanti under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell’Abruzzo.

 Lui è Nereo Di Giulio, 31 anni tra tre giorni, nato e cresciuto a Paglieta, quattro esami alla laurea in Ingegneria agroindustriale, messa da parte per “sporcarsi le mani”, cinque anni e mezzo fa, dall’azienda di famiglia, ha deciso di crearsi una pasta a sua immagine, “La pasta di Nereo”, con la ferma convinzione che “per restare serve più coraggio che per partire”.

Nereo con il papà Angelo Maria

Una tradizione di famiglia. “A chi mi chiede quando ho iniziato a lavorare, io rispondo da sempre, giocando da piccolo e in fondo continuo a giocare anche oggi”, dice Nereo, cresciuto nel frantoio di famiglia, a Paglieta da sei generazioni. Un amore nato da subito quello la per sua terra e per questo lavoro che, con questa terra, ci va a braccetto. “Negli anni ’90 mio padre, Angelo Maria, il mio maestro, - racconta Nereo - ha avuto l’intuizione di ricomprare un mulino. Quando il mondo andava verso l’industrializzazione, lui ha puntato all’artigianato, è stato lungimirante”. Oggi incontriamo Nereo alla fine della campagna olearia, nel frantoio, tra contadini che arrivano e che vanno via trovando sempre il sorriso tipico di chi lavora, sì tanto, ma con passione, dal suono della sveglia la mattina.

La pasta. Ma è dopo anni accanto al papà, a carpire tutti i segreti di questo lavoro, senza mai fare un semplice copia/incolla del passato, che Nereo ha iniziato a pensare ad un progetto nuovo, che lo rappresentasse e che potesse coniugare la tradizione di famiglia con una spinta verso il futuro, e che potesse andare oltre olio e farine. “Ho iniziato a chiedermi cosa volessi fare della mia vita - confessa Nereo - e la mia pasta, che, sì, porta il mio nome, è nata per gioco ed oggi è una bella realtà”. “La pasta di Nereo” parte da 500 pacchetti regalati a parenti e amici che, una volta finite le scorte, non hanno  esitato a chiederne ancora, ma questa volta da comprare. E allora il gioco si è trasformato in una impegnativa ma sempre stimolante nuova sfida che ha portato l’azienda Di Giulio a produrre 30mila pacchi di pasta nell’ultimo anno. Una pasta selezionata, davvero a Km0, 100% grano, lavoro e passione. “Nell’epoca del consumismo sfrenato - sottolinea Nereo - io vado un po’ più piano e sono convinto che chi mette nel proprio lavoro qualità, trasparenza ed onestà, non sbagli mai. Ed è quello che provo a fare io.

Perché restare. Il legame con la sua Paglieta ed il suo Abruzzo, per Nereo, è quasi viscerale. “Io non riuscirei mai ad immaginare di lavorare e vivere altrove. - ci dice - Il mio lavoro è la mia terra. Con il grano e con l’ulivo, proprio come accade con il vino, noi viviamo di annate e non è facile. Ma mi piace sporcarmi le mani, metterci del mio, guardare al futuro senza dimenticare da dove arriviamo in un giusto mix tra passato e presente e, piuttosto, io mi chiederei: perché andare via?”. E la sua piccola dimensione artigianale non gli sta stretta, anzi, è proprio quello che cerca. “Potremmo ingrandirci? Sì, ma la libertà che si ha a restare piccoli e legati al territorio, al giorno d’oggi, non ha prezzo. Siamo tutti precari? Tanto vale tenerci stretta la nostra libertà”.

Cosa manca. Come ci ha detto all’inizio della nostra chiacchierata, “restare è un atto di coraggio” e lo è per via della eccessiva burocrazia, della scarsa meritocrazia e degli innumerevoli ostacoli che si trovano ogni giorno sulla propria via. “Il nostro turismo dovrebbe puntare più sui prodotti locali - conclude - a partire dalla ristorazione. Abbiamo un territorio fantastico con prodotti altrettanto fantastici, vanno fatti conoscere ai turisti che vengono in Abruzzo, dalla montagna, alla Costa dei Trabocchi, è questo il nostro oro”. Così come andrebbe premiato il coraggio di chi decide di restare nella propria terra, con le proprie risorse e, in questo caso nel vero senso della parola, per la propria terra, ci mette la faccia e il nome.

QUELLI CHE... RESTANO
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi". Dall’intuizione alla nascita di un brand

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Cambiamo completamente settore e passiamo a quello del divertimento: i fratelli Iacovitti sono riusciti a coltivare e a far fruttare il loro sogno restando a Vasto.

Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"

Quelli che... restano | I tre fratelli Iacovitti sono i proprietari del Baja Village

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perchè no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Silvio, Cristiana e Simone IacovittiPer Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti, la prossima sarà la stagione numero venti al Baja Village, la discoteca di Punta Penna che si affaccia sulla bella costa vastese nella zona della Riserva di Punta Aderci. Sono tre fratelli che si “dividono le funzioni aziendali, a seconda delle competenze”. Non solo fratelli ma anche soci che condividono “pensieri, idee. A volte ci scontriamo ma sempre per far nascere qualcosa di bello”. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Silvio e Simone per capire com’è nato questo loro percorso che, partendo da Vasto e passando per Milano – e non solo – (e tornando nella loro terra) oggi li vede impegnati insieme nell’attività di famiglia.

La scelta. “In famiglia c’è un ottimo dialogo e abbiamo sempre parlato a tavola di ciò che avremmo voluto fare – racconta Silvio facendo un salto indietro nel tempo - . Io avevo 18 anni, Simone poco meno, e decidemmo, insieme a nostro padre, di portare avanti il club-discoteca Baja Village”. L’attività, recuperando gli spazi di un’ex fabbrica dismessa a Punta Penna, era nata dall’unione di intenti tra il padre e gli zii, anche loro da sempre nel campo della ricettività turistica. “Abbiamo voluto mantenere una tradizione di famiglia. Nostro nonno, con i suoi fratelli, ha aperto i primi locali. Siamo nati in questo mondo e l’idea ci è sempre piaciuta. Ed ecco che, insieme ai nostri zii per i primi dieci anni, da soli per i secondi dieci, abbiamo seguito questa strada. C’è tanto impegno, tanta dedizione al lavoro. Cerchiamo di fare le cose pulite condividendo i nostri pensieri con gli amministratori e con la gente. Noi puoi pensare di portare avanti questo tipo di attività pensando di fare solo ciò che piace a te”. Anche per Simone “scegliere a 18 anni è molto difficile, a quell’età non è semplice avere le idee chiare. Ma, quando respiri dal mattino alla sera una determinata aria, alla fine ti viene naturale. Nella vita si può fare di tutto, bisogna mettersi in pace con la propria anima e capire quali sono le competenze che prendono concretezza con il tempo e, alla fine, ti proietti in quello che potrebbe essere il tuo futuro”.

Una delle serate al BajaIl percorso. “Per intraprendere questa strada da imprenditori serve senz’altro un po’ di attitudine. Ma soprattutto devi respirare il sacrificio quotidiano e il saper fare delle scelte. Noi queste scelte le abbiamo fatte in epoca giovanile e ci abbiamo investito tanto. Nostro padre ha realizzato la struttura insieme ai nostri zii e siamo loro grati. Noi abbiamo dedicato le nostre migliori estati lavorandoci, nei punti più strategici ma meno in vista, per imparare un mestiere cercando di capire i pro e i contro di un’attività che agli occhi del pubblico può sembrare semplice ma ha una grande complessità”. Silvio e Cristiana hanno studiato Pubbliche Relazioni e Pubblicità allo Iulm, per Simone il percorso è stato quello di Economia alla Bocconi. “Abbiamo cercato di differenziare i nostri percorsi di studi per poi riportarli nell’attività”. Nel capoluogo lombardo “stavamo fin troppo bene ma ci mancava il nostro mare. Io sono rientrato a Vasto per primo -racconta Silvio - e sono contento che anche i miei fratelli abbiano voluto fare la stessa scelta”.

Tornare o provare altre esperienze?  “Da studente universitario – anche se il Baja era già ben avviato – ho iniziato sin da subito a lavorare nella nightlife. Prima come pr, poi arrivando a guidare uno staff che gestiva 12 locali. Quello stesso staff oggi è in piena attività e si occupa di locali ed eventi di grande spessore. Quei contatti, mantenuti nel tempo, sono preziosi ancora oggi”. Il percorso sarebbe potuto essere diverso perché “di opportunità, soprattutto ai tempi milanesi, ne avevamo diverse. Sia di intraprendere nuove attività che di andare all’estero – spiega Simone -. Io ho fatto anche un anno in Sud America ma ho colto le opportunità di quell’esperienza riportando ciò che ho visto lì nella mia terra. Siamo soddisfatti per la decisione presa a suo tempo. Ma, dalla scelta di 18 anni, all’attuale situazione che stiamo attraversando, ci siamo dovuti riadattare diverse volte al cambiamento. La sfida, oggi, è proprio mantenere la continuità attraversando i cambiamenti che si susseguono”. Gli incontri fatti negli anni di studio a Milano sono serviti per “decidere di collaborare con i migliori locali perché questo mondo ha i colori bianchi e neri della notte – dice convintamente Silvio -. Abbiamo cercato di prendere le cose più pulite e più belle della notte, condividendole con i miei fratelli, e poi, nel momento in cui siamo tornati a Vasto, abbiamo sospeso le collaborazioni dirette, mantenendo però le relazioni che ci permettono di dare qualità. Probabilmente nasceranno collaborazioni esterne, ma restiamo con le nostre radici qui. Stiamo cercando di ampliare i nostri partner perché, se ci sono persone del territorio che sposano i nostri progetti – e stiamo facendo ottimi percorsi insieme –, condivideremo nuovi percorsi. Siamo del pensiero che le attività, soprattutto quelle del settore turismo, vanno fatte per sinergia. Se non segui questa strada, prima o poi chiudi. Devi raccogliere spunti per aiutarti a crescere”.

Opportunità e cambiamenti. Prendere in mano le redini di un progetto che già funziona, avviato grazie ai propri genitori, potrebbe far sembrare tutto semplice per la nuova generazione. “Nulla è stato improvvisato – spiega Silvio -. Non ci hanno dato un giocattolo in mano e ci hanno lasciato lì a divertirci con la discoteca. Abbiamo prima condiviso un pensiero con la nostra famiglia, poi l’abbiamo costruito insieme, ognuno con le sue capacità anche legate all’età. Con la nuova generazione, noi fratelli, abbiamo ripreso questo progetto in mano per reinventarlo ogni giorno. Ad ogni stagione è sempre una sfida perché il mondo è sempre più veloce, l’offerta sempre maggiore e i ragazzi sempre più attenti a ciò che offri. Se non sei preparato sei fuori in un attimo. Bisogna dare qualità continuata, dare tranquillità alle famiglie i cui figli vengono da noi. A oggi il Baja è classificato come uno dei locali più puliti e sicuri in Italia”. L’opportunità di entrare in questo settore “ci è stata data dai nostri predecessori e a loro diciamo grazie perché siamo stati fortunati ad avere un avviamento in questo senso – sottolinea Simone -. Ma oggi sentiamo molto la responsabilità di mantenere in piedi ciò che abbiamo creato e di crescere perché abbiamo tante persone che collaborano con noi. E anche avere questa responsabilità è importante”. In vent’anni ci sono stati mutamenti continui. “Dalla scelta fatta a 18 anni all’attuale situazione che stiamo attraversando, ci siamo dovuti riadattare diverse volte al cambiamento”, ribadisce Simone. Oggi la sfida è quella di continuare a crescere. “Abbiamo sempre voluto dedicare grande attenzione alla ricerca facendo studi, confrontandoci con esperienze premianti, siamo sempre voluti stare al passo per mantenere la flessibilità rispetto al cambiamento cercando anche di anticipare le mode e influenzare anche queste tendenze. Oggi la parola influencer va molto di moda, in questo senso può bastare un click per avere successo. Di opportunità ce ne sono molte ma bisogna avere una chiarezza nel proprio pensiero, prefiggersi un obiettivo e cercare di specializzarsi al meglio per raggiungerlo. Come questo avviene dipende anche da ciò che ti circonda e ciò che ti capita nella vita. I treni passano e bisogna essere bravi a salire su quello giusto in base alla propria persona e personalità”.

Il rapporto con il territorio. “Abbiamo scelto il settore turismo e ricettività e, al suo interno, cerchiamo di specializzarci in qualcosa”, dice Simone. “Il territorio fa la differenza. Viaggiare e mantenere i contatti con gli altri, avere uno sguardo sempre proiettato sul resto d’Italia e all’estero, ci permette di dare un’offerta professionale – spiega il maggiore dei fratelli -. Ad oggi abbiamo questa attività stagionale. Da giovani imprenditori cerchiamo di portare avanti il pensiero di nostro padre: lavorare in una serie di attività turistiche portando avanti progetti che vadano in correlazione tra loro nell’ordine e nel rispetto della Riserva di Punta Aderci. Ci troviamo in una posizione strategica, oggi ci riteniamo fortunati e privilegiati ad essere lì. E ci piace portare avanti la nostra attività in chiave green”. E Simone, che non perde occasioni per “dichiarazioni d’amore” alla sua terra, aggiunge: “Crediamo nello sviluppo di questo territorio. Vasto potrebbe dare molto di più. Dal punto di vista delle caratteristiche territoriali qui non manca nulla. E, andando a fondo nell’esame di ogni stagione, ognuna ha una sua peculiarità che potrebbe essere valorizzata per divenire l’elemento trainante di una reale de-stagionalizzazione di un’offerta oggi limitata solo al prodotto mare. In questo vedo futuro nel nostro territorio, nelle opportunità di destagionalizzazione. Si potrebbero creare opportunità di occupazione anche per i giovani che, molto spesso, sono costretti – neanche a scegliere – ad andare all’estero a spendere la loro professionalità e il loro know-how perché qui non ci sono opportunità di lavoro”.

Il futuro. “Siamo nati come discoteca e dopo dieci anni – in prima persona – nel settore abbiamo deciso di ri-proiettarci nel futuro, nonostante le difficoltà del momento storico, nonostante le difficoltà a livello territoriale perché crediamo ad un’offerta turistica di qualità. L’occhio del pubblico sulla tua attività è a livello globale. Un complimento o una critica avvengono nello stesso modo e con la stessa risonanza. È chiaro che qui è un po’ più difficile portare avanti attività di una certa grandezza. Sarebbe per noi più comodo ridimensionare l’offerta e giocare un po’ più semplice adattandoci – ma non ci piace l’idea – al territorio e ai tempi. Ma conosciamo le caratteristiche della nostra attività e le potenzialità future. Cerchiamo di fare quel qualcosa in più così che, anche i ragazzi che collaborano con noi, si appassionino a certi tipi di attività e di modo di lavorare, sperando che restino in questo territorio e possano crescere e ripopolare la presenza dei giovani. Ritengo di avere uno dei migliori staff d’Italia, siamo cresciuti insieme, condividendo successi ed errori. Sarebbe bello se ci fosse qualche scuola professionale in più, qualche struttura formativa dedicata al settore”.  Per Simone è “stimolante ampliare i propri orizzonti ma bisogna fare sempre ciò che si riesce a controllare. L’esperienza ci insegna che è molto più semplice avere sotto gli occhi la tua creatura. Non sono mancate – e non mancano – le opportunità di andare a investire in altri territori ma poi interviene una certa razionalità. Quando hai soddisfazione in ciò che fai non si tratta di accontentarsi, anzi, si ha ancora più voglia di crescere e innovare. Si deve fare molto ancora per questo territorio, soprattutto nell’area dov’è il nostro locale”.

Loro hanno iniziato con l’area eventi – che ha ospitato e continuerà ad ospitare concerti e festival come il Pinweood – e con “situazioni in itinere. Noi non facciamo politica, abbiamo già il nostro lavoro ma con la politica bisogna avere rapporti. I servizi privati sono limitati se non ci sono quelli pubblici. Ma non bisogna aspettarsi che il politico faccia qualcosa per te, quanto, piuttosto, i privati devono essere da stimolo per gli amministratori perché capiscano le reali esigenze del territorio”. La chiusura è con uno sguardo alla tradizione popolare. “Mi piacciono molto i detti dei nostri saggi perché trovo davvero che funzionano. Per questo dico che quando uno trova il lavoro della propria vita è come se non lavorasse neanche un minuto. Noi abbiamo avuto la fortuna di capire quale potesse essere il nostro futuro. Mi auguro che altri giovani vivano esperienze gratificanti che possano essere positive sia per loro che per tutto il territorio. Ciò che il territorio ti ha dato devi restituirlo”.

Quelli che... restano
puntata 1 - Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
puntata 1 - Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Questa è invece la storia di chi ha raccolto un’importante eredità imprenditoriale dandogli una nuova veste: Filippo De Sanctis e il ristorante "Essenza" a San Vito Chietino.

Filippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla Costa dei Trabocchi

Quelli che... restano - "Dopo 14 anni nei villaggi, sono tornato al mio destino"

Filippo De SanctisSpesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Ed ecco che, in una delle nostre riunioni di redazione, abbiamo deciso di iniziare a conoscere "Quelli che... restano". Incontreremo tanti under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell’Abruzzo.

 

“Non vedo la mia vita fuori da San Vito e non ho mai immaginato il mio ristorante altrove”. È un po’ questa la sintesi della scelta di Filippo De Sanctis, giovane imprenditore sanvitese che da marzo 2014 ha deciso di aprire una sua attività, il ristorante Essenza, proprio a San Vito Marina. ”Il luogo è strategico ed è dove, quasi cento anni fa, iniziò mio nonno la sua carriera da ristoratore. - ci dice Filippo - E dopo varie esperienze, tra cui diverse fuori regione, è da qui sono voluto (ri)partire per la mia strada”.

Le origini. La famiglia De Sanctis è infatti tra le apripista della ristorazione sulla Costa dei Trabocchi e Filippo, sin da piccolo, è cresciuto tra cucine, chef ed alberghi, ma per quasi 15 anni si è occupato di tutt’altro. “Sono stato animatore turistico per 14 anni e, insieme ad un’agenzia calabrese, ho girato i villaggi di tutta Italia. - racconta Filippo a Zonalocale - D’estate lavoravo nei locali di famiglia e poi ero in giro per l’Italia ad aprire e chiudere le stagioni nei villaggi”. Poi due esperienze qui in zona, prima a gestire un hotel ad Ortona, a soli 25 anni e poi un ristorante “un po’ strano”, ci dice, che faceva solo pescato, senza un menù. 

Essenza. Ma la sua strada Filippo l’ha trovata quando ha saputo, tramite la nonna, della vendita del locale di nonno Filippo, ed è stato un po’ un segno del destino. “L’ho voluto senza neanche interessarmi del costo. - ricorda - C’era già un locale si chiamava Essenza, arredato in modo molto moderno e ‘poco San Vito’, e ho deciso di lasciare tutto così. Perché se doveva essere il mio locale, mi avrebbe dovuto rispecchiare in toto, nella gestione e nel menù”. E così è stato. Oggi Essenza è diventato un punto di riferimento per chi vuole mangiare bene, ma fuori dagli schemi abruzzesi, vista Costa dei Trabocchi. “Il mio locale, a Milano, sarebbe nel suo ambiente naturale, ma ce ne sarebbero altri 100. - dice Filippo - Ho preferito portare qualcosa di ‘alternativo’ qui, piuttosto che portare San Vito altrove. Forse fuori guadagnerei di più, ma quanto vale una sveglia vista mare ogni mattina?”.

San Vito. Insomma, anche se il sogno di un futuro dietro una scrivania, a gestire diversi locali, non solo in zona, rimane, l’idea di Filippo è ben chiara. “Nel mio nome c’è un destino legato ad un territorio e voglio onorarlo”. E anche in tutti gli anni in cui ha lavorato fuori, ha sempre saputo che prima o poi sarebbe tornato. “Il mio legame è troppo forte, - ci spiega - con la famiglia e con mia sorella Lella e con quello che, diciamocela tutta, era il mio destino imprenditoriale: la ristorazione, a San Vito”.

Cosa manca. E anche se qualcosa, qui, manca, non è affatto pentito della sua scelta. “Da noi manca una visione strategica del territorio. - afferma - Non abbiamo sufficienti infrastrutture e turistiche turistico-ricettive ed infine, ma non per importanza, manca una visione aperta e verso il futuro dei miei colleghi”. Nonostante questo, Essenza, a San Vito Marina, con lo sguardo sul mare, tra un piatto che strizza l'occhio al futuro ed un più tradizionale tacconcino alla Filippo, resta il suo porto sicuro

“Ristorare vuol dire accogliere, - conclude Filippo - e farlo col sorriso. E col sorriso, io posso farlo solo nella mia San Vito”.

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand

Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

A 32 anni capo di stabilimento di una delle realtà più importanti del territorio. Ezio Scifo ha trovato nella Primo il luogo dove coltivare le proprie ambizioni.

Ezio Scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell’accettare nuove sfide"

Quelli che... restano | L’ingegnere 32enne è alla guida dell’azienda del gruppo NSG

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, con altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perchè no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Ezio Scifo, plant manager di Primo srlEzio Scifo, ingegnere di 32 anni di Monteodorisio, è da poco meno di due anni il plant manager (capo di stabilimento), della Primo srl di San Salvo, una delle tre aziende – con Pilkington e Bravo – del gruppo Nsg a piana Sant’Angelo che si occupa della produzione di vetri per auto speciali e che, lo scorso anno, ha festeggiato i 10 anni di vita. 

La formazione. “Mio padre ha un’officina meccanica e, dandogli una mano, sin da piccolo ho sempre visto la meccanica dal punto di vista operativo”. Nella scelta della scuola superiore l’idea era quella di vedere le cose dal punto di vista elettrico così da scoprire qualcos’altro. Così, al Mattei, al terzo superiore è arrivata la scelta dell’indirizzo elettrotecnica. “C’è stato però un episodio particolare che mi ha fatto capire che quella poteva essere la mia strada indirizzando poi anche i miei studi universitari. Al quarto vinsi le Olimpiadi dell’Elettrotecnica, prima nella fase d’istituto, poi quella regionale e successivamente andai per la competizione nazionale vicino Pordenone. È stata una bellissima esperienza che mi ha lasciato il segno”. Così è stata semplice la scelta di iscriversi a ingegneria elettrotecnica a L’Aquila. “I miei genitori non hanno fatto mai mancare nulla a me e i miei fratelli, con il loro impegno ci hanno permesso di seguire la nostra strada. Io ho affrontato questo percorso con grande responsabilità e gli studi sono andati sempre bene”,  racconta Ezio che, nel capoluogo, ha vissuto anche il periodo del terremoto, proprio nell’anno della sua tesi. 

Alla festa per i 10 anni di Primo con i suoi predecessori, Marcovecchio e gli amministratori sansalvesi, L’inizio dell’esperienza lavorativa. Dopo la laurea, a dicembre 2009, ad aprile 2010 l’ingresso in Pilkington. “Era un periodo in cui l’ingegneria del gruppo ha inserito figure professionali che potessero dare un contributo dal punto dello sviluppo elettrotecnico”. Per il giovane ingegnere è stato “subito un colpo di fulmine. Ho trovato persone che mi hanno aiutato e che hanno creduto in me, dandomi la possibilità di mettermi in gioco. Già dopo qualche mese mi sono trovato a dover affrontare un progetto grande come la caldaia di cogenerazione del forno float. Poi ho iniziato a seguire la progettazione in giro per il mondo. Di fatto, quattro dei primi cinque anni in azienda li ho vissuti all’estero tra Polonia, Messico, Germania, Stati Uniti”. Un percorso che l’ha portato a vivere lontano da casa e dagli affetti, con una famiglia che si stava formando - Scifo è sposato e ha due bimbe - “ma che mi ha fatto comprendere il sacrificio, l’importanza dello spirito di gruppo. Non è semplicissimo ma lo fai investendo su te stesso per il bene della famiglia”. Si è rivelata di grande aiuto l’esperienza fatta ai tempi delle superiori. “In estate ho sempre lavorato in diverse attività impegnative, tra azienda e cantiere. E il caso ha voluto che avessi già lavorato in Primo, come carrellista, nell’estate post diploma”. In Pilkington ha vissuto i passaggi come progettista elettrico, coordinatore di cantiere - soprattutto per la parte della distribuzione elettrica -, poi come design coordinator (coordinatore tecnico dei progetti) e poi come project manager per due progetti a San Salvo e in Spagna. “In quel periodo sono entrato in contatto con l’ex direttore di stabilimento Walter Schmidt e l’ex direttore di stabilimento di Primo, Dino Di Nocco. Mi chiesero se volessi passare in produzione. Non era semplice decidere perché io sono un tecnico ed ero molto appassionato dal lavoro che stavo facendo. L’ho presa come una opportunità per essere più vicino alla famiglia e valutando che, essendo questa un’azienda manifatturiera, ci fosse maggiore possibilità di crescita”. 

La foto-ricordo per il record di produzioneIl cambiamento. “E così mi sono messo in gioco. Ma è stato difficile, soprattutto il primo anno”. Con il passaggio a Primo “ho ricominciato da zero, non conoscevo nessuno in maniera approfondita, nessuno sapeva cosa avessi fatto prima nel mio percorso. Sono ripartito con tanta umiltà e voglia di imparare. Un conto è l’ingegneria, un altro sono la produzione e la tecnica della produzione”. Dopo un anno c’è stata una nuova opportunità, con la promozione da plant engineer - che si occupa della parte tecnologica dell’assemblaggio e sala wiring - a plant production leader (PPL), figura di riferimento per la produzione. “Questo è un bello stabilimento, ci sono 230 persone e si fa un prodotto speciale, l'incarico da PPL è stato il primo ruolo di responsabilità dopo il mio ingresso qui”. Ma, dopo appena 6-7 mesi, si è presentata l’opportunità di diventare plant manager, il capo dello stabilimento. “Michele Marchesani, che era il plant manager, è stato chiamato a ricoprire un incarico nello stabilimento principale (Pilkington) e mi chiesero di assumere questo incarico. Per me, all’epoca 30enne, voleva dire essere forse il più giovane plant manager del gruppo, avere la responsabilità su 230 famiglie in un periodo estremamente complesso”. Così, da aprile 2018, per Scifo è iniziato un altro percorso. “In questi anni Primo non si è quasi mai fermata. Abbiamo avuto dei picchi altissimi perché abbiamo sviluppato nuovi prodotti, dei periodi un po’ più calmi. Nell’ultimo anno stiamo sviluppando tantissimi modelli. Tanto per citarne alcuni, qui realizziamo i parabrezza per Ferrari e Porsche. Inizialmente c’era qualcuno che mi diceva di desistere perché poteva essere un ruolo troppo importante per la mia età ma io non ho mai avuto timore di niente e ho accettato la sfida. Lavorando su 21 turni, quando ci sono problemi, non esistono giorni e orari. Devi essere predisposto a questo tipo di attività e avere un team che ti segue. La forza, non solo di Primo ma di qualunque altra realtà aziendale, è il gruppo, non è la singola persona. Io devo essere un facilitatore degli operativi facendomi carico dei problemi del mondo esterno e risolvendo cose che a loro farebbero solo perdere tempo. In questo periodo sono arrivati molti risultati belli, tante soddisfazioni. L’anno scorso abbiamo toccato il record storico di Primo producendo quasi 44mila parabrezza wirizzati in un mese.  Andiamo avanti a testa alta”.

Scifo alla festa per i 10 anni di PrimoA casa o all’estero? "Nel mio percorso non ho mai chiesto qualcosa. Sono convinto che devi lavorare, costruire e poi le cose arrivano". In questi anni ha avuto la possibilità di girare il mondo, di conoscere tante realtà interessanti che potrebbero anche rappresentare un’alternativa professionale. “Io sono di Monteodorisio, metà famiglia è siciliana ma essendo nato e vissuto in Abruzzo mi sento appartenere al 100% a questo territorio. Quando si fanno delle scelte bisogna mettere diversi fattori sulla bilancia. Innanzitutto capire se stai bene nel luogo dove lavori. Io credo molto nei valori e per me tutte le persone con cui ho lavorato qui hanno rappresentato per me una seconda famiglia. La Pilkington è un luogo fatto di persone, non di numeri, è un’azienda che ha dei valori e dei principi e crede nelle persone, aiuta nei momenti di difficoltà, qualora ce ne fosse la necessità. Si riesce a parlare, si affrontano i problemi in team e questo permette di andare avanti. Ma è anche la cultura della nostra terra che ci permette di essere così. Guardando all’aspetto economico sicuramente in Italia il regime retributivo non è quello dell’estero ma ci sono tante altre cose da prendere in considerazione come lo stile di vita, dove vuoi far crescere i tuoi figli, dove immagini la tua vita un domani. Certo, passare all’estero solo qualche settimana o qualche mese non ti permette di valutare bene i pro e i contro. Ma io vedo in questa zona un luogo per far crescere i miei figli, poi una volta grandi saranno loro a fare la loro strada”.

La festa per i 10 anni della PrimoFare le cose per bene. Le difficoltà che vivono le aziende del settore auto sono ormai note. Ma, se sulle condizioni esterne si può fare poco a livello locale, molto si può fare a livello “interno”, come nuovo impulso del territorio. “Per chi entra nel mondo del lavoro bisogna capire che la famosa gavetta esiste e va fatta mettendosi a disposizione. In un momento di difficoltà va dato un colpo di coda al reale fabbisogno del lavorare in emergenza. Su questo noi italiani siamo bravi ma dobbiamo riuscire a mantenere l’equilibrio e far crescere il sistema. Quando si sviluppano prodotti per clienti importanti la qualità deve essere ai massimi livelli. Diciamo che San Salvo è lontana dall’Europa ma la profittabilità - che permette di stare sul mercato - sta nel valore aggiunto, nel fare bene le cose la prima volta e nel fare qualità seriamente mantenendo la costanza.  Internamente la mentalità sta profondamente cambiando orientandosi alla qualità. Se pensiamo che prima avevi un lotto di produzione che iniziava il lunedì e finiva il venerdì, oggi nello stesso periodo fai 12 cambi di produzione, si comprende bene che adattarsi a quel tipo di richieste non è semplice. Però si sta andando in quella direzione. Venire a lavorare con uno stimolo nel fare qualcosa di meglio, nel dare il proprio contributo all’azienda piuttosto che fare 8 ore la stessa operazione cambia tanto. Stiamo facendo di tutto per rendere le persone partecipi, per farle collaborare, per far pensare che la mia azienda deve crescere per stare aperta 100 anni così da dare opportunità ad altri. Lavoriamo in un mercato con una variabilità che fa spavento, con continue richieste di alzare l’asticella della qualità. Noi ci dobbiamo adeguare alle richieste con la consapevolezza che sopravvive più a lungo chi si adatta meglio ai cambiamenti”. Importante può essere l’azione fatta dalla scuola. “Ha un ruolo molto importante ma dovrebbero iniziare a lavorare in maniera più pratica. Oggi quante figure professionali escono dalla scuola e sono in grado di entrare nel mondo del lavoro? Lo stesso vale anche per l’università. La vicinanza col mondo del lavoro deve essere massimizzata per capire quelli i sacrifici che si fanno, come funzionano le aziende. Noi stiamo cercando di farlo con l’alternanza scuola-lavoro ma è chiaro che riesci a prendere solo una piccolissima parte di persone. Possono essere importanti anche le testimonianze per dire ai ragazzi che, nella vita, non arriva tutto subito e da solo”.  

Il futuro. In un percorso professionale in crescita c’è molta attenzione alle cose da fare piuttosto che gettare lo sguardo troppo in là. “Sono giovane e magari posso aspettarmi un percorso di crescita qui, o magari esperienza limitata in qualche altro plant del gruppo. Ma, qualunque cosa arriverà, non bisogna mai tirarsi indietro e spaventarsi. Se anche dovessero chiedermi esperienze di qualche anno all’estero continuerò a mettermi in gioco per quello che l’azienda mi proporrà e mi prospetterà, consapevole che tutto rappresenta un’opportunità professionale e, perchè no, di vita. Ma oggi corriamo tutti insieme per questo plant giovane e che vuole continuare a crescere”. 

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Dalle passerelle con i marchi di alta moda al ritorno a Vasto, Marina ha avuto un "colpo di testa" del quale non si pente.

Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città"

Quelli che... restano | Da Milano a casa: "Qui mi sento davvero Marina"

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, con altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perchè no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Il pensiero di Marina Desiati, 32enne vastese, lo puoi cogliere dalla cura con cui si è preparata per questa chiacchierata. "L'abito che indosso l'ho realizzato proprio per questa intervista, per esprimere i miei pensieri di questo momento". Sul tavolo del suo atelier ci sono ritagli di stoffa colorati, il metro da sarta, ditale, ago e forbici, strumenti fondamentali per chi crea abiti. Marina Desiati Woman Couture è il nome che ha scelto per la sua attività che, dopo un articolato percorso formativo e lavorativo, oggi ha il cuore nella sua Vasto.

"Volevo un percorso per esprimere le mie attitudini".Come ogni ragazza di 19 anni, appena uscita dal liceo classico, non sapevo bene cosa in realtà avrei voluto fare”. Ma, nell’estate post-diploma, arriva il fulmine a ciel sereno. “Ciò che avevo studiato mi era piaciuto ma ho sentito che, finalmente, era arrivato il momento di scegliere un percorso per poter esprimere le mie vere attitudini”. La ricerca è stata verso “un corso di laurea che potesse rappresentare il mio lato artistico ma in chiave moderna, che si avvicinasse al mio carattere, che ponesse attenzione ai particolari e all’estetica”. Per Marina “l’abbigliamento è sempre stato di mio interesse ma non l’avevo mai concepito come un possibile percorso di studi e lavorativo”. Ma facendo delle ricerche sul possibile percorso di studi ha trovato ciò che assecondava i suoi desideri mettendo insieme tutti i tratti della sua personalità. “Nel 2007 mi sono trasferita a Milano per frequentare il corso di Fashion & Textile design alla Naba - Nuova Accademia di Belle Arti” conseguendo la laurea triennale. Nei suoi studi ha “imparato come nascono gli abiti, come si è sviluppato nel tempo lo stile”, ha conosciuto il mondo della moda e tutto ciò che vi gira intorno. “Generalmente si pensa all’abito come ciò che devi indossare per coprirti e stare bene, declinato allo scopo - a seconda dell’occasione -. In realtà, prima di arrivare in un negozio, l’abito ha un suo percorso”. Dopo questa prima fase ne è seguita un’altra “per specializzarmi nel settore della modellistica e della sartoria” seguendo un master intensivo all’Istituto Carlo Secoli. “Lì, concretamente, ho imparato a partire dall’idea progettuale di un abito, proseguendo con la rilevazione delle misure per sviluppare il cartamodello e poi realizzare l’abito”. 

I lavori a Milano che hanno formato il carattere.La manualità è una dote con cui si nasce e ringrazio la natura per questo. Poi le tecniche si imparano ma sei sempre tu che dirigi le mani”. L’abilità con fili e tessuti “trae origine dagli esperimenti di quando ero bambina, con le lavorazioni a maglia, all’uncinetto”. Applicare queste abilità nel mondo del lavoro ha permesso a Marina di continuare ad apprendere sempre di più. “Prendere le misure vuol dire avere a che fare con un corpo, bisogna avere delicatezza, mettere a proprio agio la persona”. Una manualità che serve ancor più per maneggiare la carta e realizzare il cartamodello, poi il taglio - perché se sbagli lì il lavoro è irrecuperabile -, cucire e poi i punti a mano. Tutto questo ha portato la giovane vastese ad iniziare un percorso in una grande azienda come Missoni. “Mi hanno preso sotto la loro ala e instradato in quella che è la visione della moda ad alti livelli. È stata un’esperienza che mi ha formato e determinato a livello caratteriale”. La scelta successiva è stata quella di rimpicciolire il luogo di lavoro, entrando nell’atelier Gianluca Saitto, a Brera. “Una piccola realtà davvero magica. È un atelier strutturato come una vecchia bottega, con l’accoglienza e il negozio davanti e, nel retro, c’è lo spazio dedicato alla creazione. Eravamo solo io e lo stilista, io ero il  suo braccio destro e l’accompagnavo nella creazione delle collezioni e nel lavoro su misura”. In quell’ambiente, dove ha potuto incrociare anche nomi importanti del mondo dello spettacolo, Marina si è appassionata al lavoro su misura, al rapporto - personale e psicologico - che si crea con il cliente. Non si tratta semplicemente di vendere un involucro, ma bisogna interpretare la personalità di chi si ha davanti e riportare quello che lui desidera, le sue aspettative, la sua forma, sul tessuto. 

Un colpo di testa: tornare a Vasto. “Diciamo che ho avuto un colpo di testa di cui non mi pento. Un bel giorno, durante questo mio percorso, mi sono mi sono risvegliata da una sorta di incanto e mi sono riscoperta Marina, quella che ero sempre stata e che forse avrei dovuto essere. Mi sono resa conto che era tutto bello, tutto fantastico, ma stavo applicando le mie capacità in una realtà che mi avrebbe visto sempre estranea, in una città che mi avrebbe sempre vista come un granello di sabbia tra i tanti. Sicuramente Milano ti offre tanto, è una città in cui non fai in tempo ad avere un desiderio perché è già realizzato o pronto da realizzare”. Mancava anche il “non avere uno slancio creativo per me, un’espressione artistica che mi rappresentasse. Avrei sofferto prima o poi, so che questo momento sarebbe arrivato”. E così, arrivando ad un momento di consapevolezza, si sono uniti il bisogno di  poter esprimere me stessa a livello creativo” e un mettersi alla prova: “perché non farlo a Vasto? Perché continuare a dare del mio a una città che ha già tutto quando io provengo da una città bellissima, che amo, che ha il mare, che mi rappresenta a partire dal mio nome. Ho deciso di esprimere questo bisogno di creatività, il mio estro, nella mia città perché credo sia giusto così”.

L'amore per la sartoria. Avviare un’attività del genere “fa parte della pazzia” perché una nuova realtà deve avere la sua sostenibilità. “Sono fiduciosa del fatto che il mio lavoro possa piacere perché rappresenta qualcosa di diverso, credo di poter dare qualcosa in più, di dare delle attenzioni particolari. Questo non vuol dire che fino a oggi non sia stato così. Anzi, qui a Vasto ci sono bellissimi negozi e bellissime realtà. Ma io sono mossa dal piacere di condividere questa magia. Per ora il mio lavoro è davvero una magia. Quando lavoro, entro in uno spazio temporale che non è contemporaneo alla realtà, è come se venissi risucchiata in un vortice e con la bacchetta magica e mi ritrovo ad aver realizzato un cappotto, un abito. Amo la sartoria, il filo che entra nell’ago, i piccoli punti a mano, l’attenzione che si mette nel realizzare un capo. Più che ricerca stilistica e di tendenze, il mio tempo è impiegato per la ricerca dei tessuti, della materia prima”. E non è stato un passo indietro lasciare la capitale della moda, l’emblema del fashion style. "Lo stile e le tendenze le apprezzo ma, avendo studiato il retro, sapendo cosa c’è attorno, non mi attirano. Poi, certo, a Milano ci torno e anche volentieri. Ma, in ogni quartiere, mi sento come in un grandissimo negozio.

Ma chi te lo fa fare? “In tanti mi dicevano di non tornare perché qui ogni idea muore, perché qui non avrei avuto futuro. Ma se non ci provo come posso darmi una risposta?”. È con tanta convinzione e consapevolezza nei suoi mezzi che, da due anni, Marina ha ripreso le redini della sua vita nella città del suo cuore. “Trovo che Vasto stia cambiando. Non si può pretendere che si allinei a una metropoli, bisogna anche accettarla per quella che è, una cittadina che punta su certe cose. Io non ho mai avuto la pretesa di lamentarmi di Vasto dicendo non è Milano. Quello che potrebbe aiutare è il crederci nonostante tutto. Ciò che vedo di Vasto è che non investe sulla volontà. Se solo noi - e parlo innanzitutto per me - avessimo quell’autostima in più, quella voglia in più e ci ripetessimo nonostante tutto lo voglio fare, altri sarebbero pronti a seguirti”. E questo sembra aver già fatto breccia in molti. “Vedo tanti ragazzi che hanno portato qualcosa in più. Sono molto positiva e fiduciosa. Certo, serve iniziare a fare tutti qualcosa in più per quelli che sono qui. E poi le cose funzioneranno”. 

La felicità. "Ho scoperto che qui ho tutto quello che mi serve. Nel personale, perché questa è la città che mi ha cresciuto e che parla di me, e professionalmente sono altrettanto felice perché credo che il mio lavoro piaccia. Ci saranno i pro e i contro, ma le mie creazioni hanno attenzione. Sto facendo il lavoro a cui pensavo quando, da piccola, mi immaginavo già grande. Oggi ho una linea di abiti da donna, che presto sarà anche in qualche negozio, e poi ci sono le lavorazioni su misura. Mi sento - e mi vedo anche tra qualche anno - felice e soddisfatta perchè riesco ad esprimere la mia creatività e il mio estro e perchè posso far felici le donne che hanno chiesto il mio aiuto".

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"

Guarda le foto

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Di origine lancianese/belga, dopo aver girato in lungo e largo l’Europa, ha deciso di stabilirsi nella città frentana: ecco la storia di Sarah Rulli.

Sarah Rulli: "Non c’è posto migliore di casa per fare bella musica"

Sarah ha scelto di restare per suo figlio Manolo, sì, ma anche per il suo territorio

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Ed ecco che, in una delle nostre riunioni di redazione, abbiamo deciso di iniziare a conoscere "Quelli che... restano". Incontreremo tanti under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell’Abruzzo.

  

“Il nostro è un territorio molto proficuo, in cui si possono realizzare tanti eventi di livello, basta crederci ed essere un po’ intraprendenti”. Sono queste le parole di Sarah Rulli, la 35enne flautista ed organizzatrice di eventi di origine lancianese/belga che abbiamo deciso di incontrare perché, dopo aver girato in lungo e largo l’Europa, ha deciso di stabilirsi nella città frentana.

“Negli ultimi due anni la mia vita ha subìto un grande cambiamento - racconta Sarah a Zonalocale -  ho deciso di farmi una famiglia, è nato mio figlio, Manolo, ed ho deciso di fermarmi qui, a Lanciano, senza però rinunciare a quella che è la mia passione: la musica”.

Una scelta di vita in cui la scelta della città è stata fondamentale per riuscire a conciliare il ruolo di mamma con quello di musicista con una spiccata vocazione alla divulgazione della cultura non convenzionale, al passo coi tempi e sempre di livello. “Mi è sempre piaciuto viaggiare, perché credo che frequentare certi ambienti possa aprire la mente. - dice Sarah - Ma dopo aver viaggiato ed essersi lasciati ispirare, è bello anche tornare a casa e portare le proprie esperienze, idee e competenze a servizio di un territorio che può dare tanto ma a volte si impigrisce”.

E così ha fondato l’associazione Musart che vuole essere un “luogo” in cui tutte le arti dialogano tra loro dando vita a nuove forme di espressione ed eventi in cui musica, danza e tecnologie si intersecano come nel più perfetto dei Tetris. “Quest’anno stiamo portando avanti la rassegna Crescendo, inserita nel cartellone del teatro Fenaroli - sottolinea Sarah - e domenica scorsa abbiamo inaugurato la stagione con un bellissimo spettacolo. Insomma, anche in questo caso ci stiamo sforzando di fare
qualcosa di nuovo, che prima non esisteva”.

Sarah col suo bambino, ManoloA Lanciano, ed in generale in questo territorio, nonostante tutte le difficoltà che vive oggi il mondo della cultura, Sarah ha quindi trovato terreno fertile per esprimere il suo animo da musicista a 360 gradi. “Non c’è motivo di andare per forza fuori, chi l’ha detto? - prosegue Sarah nel suo racconto - Certo, restare vuol dire a volte dover lottare con alcune abitudini che sono dure a morire e che, spesso, rischiano di diventare dei dogmi. Vuol dire scontrarsi con la mancanza di una programmazione organica e a volte la scarsa propensione a fare rete e, soprattutto - precisa - con un’estrema lentezza nei vari processi di realizzazione”. Ma non sono certo questi degli ostacoli sufficienti a fermare la voglia di esprimersi, essere se stessi e promuovere la cultura nel proprio territorio.

“Con intraprendenza, dinamismo e voglia di fare - conclude - anche se fuori ci sono tanti stimoli ed ispirazioni, non c’è posto migliore di casa per fare cose belle”.


Le foto sono di Enzo Francesco Testa.

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"
Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città" 

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Angelo per undici anni ha lavorato come operaio, ma dopo le chiacchierate con il fratello Flavio che era a Milano ha deciso di cambiare completamente settore.

Angelo Caruso: "In questo territorio, con passione e metodo di lavoro, riesci in ciò in cui credi"

Quelli che... restano | Dal posto sicuro in fabbrica al locale con il fratello

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, con altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Angelo Caruso, 37enne di San Salvo, con suo fratello Flavio da quattro anni e mezzo porta avanti Drank, attività di ristorazione nel centro storico cittadino. Il suo percorso è stato segnato da diverse tappe, con la tradizione di famiglia nel settore della ristorazione vissuta da ragazzo, il lavoro in fabbrica e poi, sentendo il forte richiamo della passione, l'importante scelta di vita conservando un forte legame con la sua terra.

Le radici.Vengo da una famiglia di commercianti, i miei hanno avuto per tanti anni una pizzeria in via Roma e ancora oggi sono nel settore. Per questo la mia idea era di frequentare un istituto alberghiero per proseguire nel loro percorso”. Ma, nel confronto con i genitori, “mi hanno fatto riflettere molto su alcuni aspetti del lavoro nella ristorazione” portandolo così a prendere un'altra strada. “Ho scelto un istituto tecnico, l'industriale, è stata una bella esperienza e, dopo neanche 15 giorni dal diploma ero a lavorare in fabbrica”. 

La scelta di vita. Per undici anni Angelo ha lavorato come operaio ma, con il passare del tempo, “mi sono accorto che mi mancava qualcosa”. La spinta ad intraprendere un cambiamento è arrivata dalle chiacchierate con il fratello Flavio, che era a Milano, e dalla disponibilità di un locale della sua famiglia in centro storico. “Mio padre ci disse: o ci fate qualcosa voi altrimenti lo vendiamo. Così, insieme a mia moglie, sono andato a Milano e, con Flavio, abbiamo iniziato a fare i primi discorsi”. C'è voluto poi un anno perché il loro locale prendesse vita. “All'inizio ho continuato a lavorare in fabbrica ma non era possibile pensare di portare avanti un progetto del genere lavorandoci al 50%”. Ed ecco che, condividendo i suoi pensieri anche in famiglia, è arrivata la scelta "che per molti potrebbe sembrare folle, di lasciare un posto con un contratto a tempo indeterminato e dedicarmi all'attività” insieme a suo fratello che, nel frattempo, era rientrato a San Salvo. “Ho il grande vantaggio di avere un metro di paragone tra quella che è stata la vita da dipendente per undici anni e la mia vita attuale. Ci sono stati cambiamenti enormi, sono situazioni completamente diverse. Certamente oggi ho motivazioni diverse, è un qualcosa che ti dà voglia di fare perché più fai e più hai risposta dalla clientela”. 

La gestione imprenditoriale. La passione per la cucina, per la ristorazione, la voglia di fare qualcosa di “proprio” sono motivazioni importanti ma non di certo sufficienti per portare avanti un'attività imprenditoriale. “Flavio ed io siamo partiti sin da subito con le idee molto chiare, avendoci lavorato a lungo, e con un'impostazione definitiva. Io mi sono occupato della cucina perché sentivo che era quello il mio settore. Mio fratello fa il resto, che non è poco, e in realtà è ciò che io non so fare. Siamo andati così a completarci ma, col passare del tempo, abbiamo capito che la standardizzazione del nostro lavoro, occupandoci solo di un settore, non era vincente. E così abbiamo iniziato a intrecciare le nostre conoscenze e competenze. Oggi, a distanza di quattro anni e mezzo dalla nostra partenza, ci sentiamo abbastanza pronti su quello che è il nostro lavoro”.

I timori. Nell'avviare la nuova attività “sapevamo che c’erano le difficoltà ma le abbiamo lasciate sempre in secondo piano perché è inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Nell’anno in cui ci siamo preparati avevamo le idee ben chiare. Oggi ci reputiamo soddisfatti perché abbiamo raggiunto l’obiettivo e siamo sempre spronati a fare meglio”. Questo perché “abbiamo pensato alle cose belle e non a quelle brutte. Sapevamo che sarebbero arrivate,fa parte del gioco, però il nostro punto forte è stato credere in un territorio che conosciamo bene, perché è casa nostra. E abbiamo dato il tutto per tutto. Qui si lavora molto più di 8 ore al giorno che facevo prima ma va bene così”.

Una foto del 2015, la nascita di DrankInvestire nel centro storico. Investire nel centro storico di San Salvo, al netto di un locale già disponibile, non è stata una scelta scontata. Angelo e suo fratello vanno anche oltre l'attività di ristorazione organizzando eventi in piazza, presentazioni di libri, mostre e altre attività. “Abbiamo una grande motivazione nel voler far conoscere ciò che Drank è oltre la ristorazione. Avevamo un menu tempo fa su cui c’era scritto laboratorio enogastronomico e culturale. Vogliamo ci sia qualcosa di diverso rispetto all'entrare qui e pensare solo al panino”. Detta così sembra “una cosa facilissima ma sono progetti che ci hanno portato via tempo, dedizione, sono stati fatti perché siamo riusciti a trovare una giusta collaborazione in persone come noi che hanno creduto in queste cose”. E l'obiettivo è quello di creare “valore aggiunto trasmettendo a chi sta dall'altra parte qualcosa di diverso dal solito”.

Va tutto male? Non è vero. L'esperienza di Angelo racconta come non è vero che da queste parti non c'è niente, non si può far niente, va tutto male. Anche la realtà sansalvese racconta di un certo fermento da parte di giovani che si stanno dando da fare con una propria attività. Serve però un territorio che “risponde” a diversi livelli. “Se siamo cresciuti – spiega Angelo – è perché dall'altro lato, da coloro che gestiscono la cosa pubblica, c’è stato un appoggio. Questo a San Salvo non è mai mancato, è sempre stata data la possibilità a chi aveva voglia di fare di mettersi in gioco”. Quello di oggi è un centro storico “morente, perché, purtroppo, lo è. Ma deve ripartire e lo fa grazie alle piccole e grandi attività che ci sono ma anche quelle che ci potrebbero essere. Un passo avanti è stato fatto, certo. Ma manca ancora tanto, non abbiamo risolto i nostri problemi. Lavorandoci su, però, le cose possono solo migliorare”. 

Angelo al lavoroLa speranza. Nel territorio ci sono tanti esempi come il loro ma anche tanti che vanno via e non tornano, tanti che vorrebbero fare qualcosa ma restano frenati. “La paura è tanta, perché questo periodo storico non ti permette di fare le cose in spensieratezza. Quella che manca è la voglia di rischiare, di mettersi in gioco”. In questi anni i fratelli Caruso sono riusciti a conquistare “una fascia di di clientela molto ampia, abbiamo un bel riscontro culturale”. E capita anche di confrontarsi con ragazzi più giovani alle prese con le scelte per il loro futuro. “A loro diciamo sempre di provarci ora, di dedicarsi ai loro progetti pensando agli aspetti positivi, senza lasciarsi influenzare e affliggere dai negativi. C’è da lavorare, mettersi in gioco, rischiare. Ma in questo territorio, con un buon metodo di lavoro e con passione, riesci in quello a cui credi”.

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"
Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città" 
Sarah Rulli: "Non c'è posto migliore di casa per fare bella musica"

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Dalle feste di compleanno alla finale di Champions League, Federica ha portato la sua macchinetta un po’ ovunque, ma la "base" resta Lanciano "perché l’aria di casa è sempre la migliore".

Federica Roselli, fotografa per passione... "dell’obiettivo e della mia terra"

Quelli che... restano | La fotografia in giro per l’Italia ma restando a Lanciano

Federica RoselliSpesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro ma che, spesso, non trovano la meritata valorizzazione. Ed ecco che, in una delle nostre riunioni di redazione, abbiamo deciso di iniziare a conoscere "Quelli che... restano". Incontreremo tanti under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell’Abruzzo.

“Ho avuto la fortuna di girare l’Italia per il mio lavoro, che è anche la mia passione, ma Lanciano, la mia ‘base’ non la cambierei per nulla al mondo”. Così Federica Roselli, 32 anni, lancianese doc, fotografa da sempre per lavoro e per passione racconta la sua scelta di fare un lavoro così particolare, a 360 gradi, da Lanciano.

Dalle feste di compleanno, alla finale di Champions League, ha portato la sua macchinetta un po’ dovunque, ma poi a dormire, ha sempre preferito farla stare a Lanciano perché si sa, l’aria di casa è sempre la migliore.

“La prima macchinetta mi è stata regalata da piccolissima e da allora non ho mai smesso di scattare. - racconta Federica a Zonalocale - A scuola ero la fotografa ‘ufficiale' delle gite, delle feste e a casa, quando papà mi regalava dei rullini, per me era una gioia. Anche quando mia sorella Piera mi rubava la macchinetta per fotografare le sue bambole”. E così già dalle scuole superiori aveva capito che quello che riusciva a vedere attraverso l’obiettivo, seppur con sacrificio e difficoltà, sarebbe stata la sua vita.

“Inizialmente ho deciso di restare perché allora non c’era tantissima concorrenza. - dice Federica - Poi ho capito che restando qui, con la qualità della vita del nostro territorio e la nostra posizione strategica avrei potuto lavorare all’occorrenza fuori, ma nello stesso tempo, provare a farmi un nome ed un percorso mio qui”.

È stato difficile? Molto. E in alcuni momenti lo è ancora, ma poco più che trentenne, Federica può dire di essersi ritagliata un suo spazio come fotografa sportiva e non solo. “Da Lanciano tante volte ho preso e sono partita per migliaia di chilometri, - racconta ancora Federica - in gran parte degli stadi d’Italia per fotografare le partite di calcio, dal campionato alla finale di Champions a Berlino nel 2015, ma anche alle udienze del Papa. Ho dovuto anche reinventarmi ed imparare fare tanti tipi di fotografia diversi. - sottolinea - Non solo sport, ma anche fotogiornalismo (Federica è anche giornalista dal 2013, ndr), matrimoni e occasioni particolari. Non ho orari, non ho contratto e spesso lavoro in condizioni difficili, ma giro l’Italia, faccio quello che mi piace e tengo stretto il legame con la mia terra”.

Federica alla finale di Champions 2015Un legame che tiene stretto con amicizie, passioni, tradizioni, ma anche lavoro. Infatti Federica, tra una trasferta lavorativa e l’altra, è ormai da quattro anni la fotografa ufficiale del Mastrogiurato, storica manifestazione lancianese che continua a sceglierla come professionista di riferimento.

“Il lato negativo? Questa è una regione che, lavorativamente, offre poco ed è difficile restare a galla con queste poche possibilità. - dice con rammarico Federica - Oggi la concorrenza è aumentata, soprattutto quella ‘sleale’. Di chi è fotografo per hobby ma rosicchia spazio a chi, come me, ne ha fatto un lavoro con tanto di partita IVA”.

Un lavoro difficile, dunque, fatto di sacrifici, chilometri e difficoltà che però, messi sulla bilancia, pesano meno delle soddisfazioni. “Restare è stata una scommessa, per me, per chi mi sta intorno e anche per il territorio. - conclude Federica - Ma il coraggio che serve per restare è, poi, ampiamente ripagato dalla bellezza di avercela un po’ fatta”. 

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"
Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città"
Sarah Rulli: “Non c’è posto migliore di casa per fare bella musica”
Angelo Caruso: “In questo territorio, con passione e metodo di lavoro, riesci in ciò in cui credi”

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Ha raccolto l’eredità della storica sartoria e costumeria teatrale Polvere di Stelle nella sua amata Vasto. Oggi Maria Scarano non si pente di essere tornata a casa dopo gli studi di Roma.

Maria Scarano: "Con la vita serena che c’è qui anche la qualità del mio lavoro è più alta"

Quelli che... restano | Una vita tra stoffe e costumi di ’Polvere di Stelle’

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, con altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Il luogo dove ci sediamo per chiacchierare con Maria Scarano basterebbe da solo a raccontare il percorso della 36enne vastese che, insieme al fratello, ha seguito le orme della mamma, Giuliana Tosone, nella sartoria e costumeria teatrale Polvere di Stelle. In uno dei palazzi che si affacciano su piazza Pudente, nel centro storico di Vasto, c'è uno scrigno di abiti di ogni epoca e creazioni fantastiche dove Maria è cresciuta e dove, ogni giorno, fonde creatività, passione e dedizione al lavoro.

La scelta. "Mi sono trovata in un percorso quasi già scritto essendo nata in questo mondo ma l’ho seguito per scelta, non per forza. Così ho fortemente voluto fare i miei studi all’istituto d’arte, era l’unica cosa che rispecchiava davvero il mio potermi esprimere". In famiglia, con il nonno Luciano Tosone e la mamma Giuliana, l'arte si è sempre respirata. "Da bambina giocavo in questi vicoli dove c'è il laboratorio, mi divertivo a vestire le bambole con le stoffe che tovavo qui e ho seguito la strada che avevo davanti in maniera molto semplice e naturale". 

Gli studi a Roma. Il percorso formativo di Maria si è sviluppato a Roma, dove si è laureata in Arti e Scienze dello spettacolo all’università La Sapienza di Roma. "Lì mi sono guardata intorno, potendo avere l’opportunità, grazie ai professori, di fare workshop e laboratori. Ho potuto conoscere realtà come il teatro e il cinema. Mi sono chiesta se questo mondo mi apparteneva solo perché mi era stato tramandato o perché realmente mi piaceva. Ed è lì che ho capito cosa volevo fare veramente". Il bagaglio culturale acquisito ha rafforzato la convinzione della scelta e l’ha fatta innamorare del teatro, "soprattutto, al dietro le quinte. Ho scoperto che quello è ciò che mi piace, lì mi sento a mio agio. Dopo queste esperienze ho girato un po’ per cercare di capire come poter rientrare a Vasto. Non ho mai voluto stare fuori".

Il Teatro dell’Opera. "Ho avuto la possibilità di lavorare nella costumeria del Teatro dell’Opera come assistente in più produzioni. In particolare ho seguito Odette Nicoletti con la Turandot e Ugo De Anna per l’Ernani. È stata un’esperienza bellissima. La sartoria del teatro è un mondo meraviglioso, con persone speciali come Anna Biagiotti e Alessandra Torella che sanno trasmettere l’amore per le cose che fai. In quel contesto ti rendi conto di quanta differenza faccia la cultura, ho incontrato i grandi artisti che si avvicinano a te con grande umiltà. Nel lavoro dietro le quinte ci sono ritmi frenetici ma alla fine, con il compito portato a termine da ognuno, si crea la magia dello spettacolo. Davanti vedi il bello di ciò che va in scena, ma dietro apprezzi la fatica di tutti quelli che contribuiscono. Ho capito che stare dietro le quinte era il mio posto".  

Maria con sua madre e suo fratelloVasto è il posto giusto.  Avere le radici nella sua terra d'origine è stata una scelta mai messa in discussione. "Credo fortemente nella famiglia, ho sempre desiderato dei figli e volevo farli crescere in un ambiente confortevole, con una qualità della vita alta. E Vasto è il posto giusto. Sono stata facilitata dall’avere un compagno vastese ma per noi è stato sempre abbastanza lineare il percorso di formarci fuori, prendere il più possibile - e continuare a prendere perché mi muovo tanto per raccogliere quelli stimoli che qui mancano - e poi tornare qui. Quando sono rientrata a Vasto ho potuto apprezzare - avendo visto anche tante cose fuori - che mia madre aveva costruito una realtà di buon livello. Ho tirato le somme pensando a come potenziare questo aspetto della mia attività abbinando anche le altre mie passioni: il visual e il decoro. In una grande città - e lo dico per esserci stata - c’è una competitività esasperata e ciò ti fa vivere male. È questo che mi ha portato a dire non voglio alzarmi e uscire con l’accetta in mano perché devo sgomitare. Ho consapevolezza nei miei mezzi e, passo dopo passo, porto avanti questo mestiere nella mia realtà. Qui è più scomodo perché devo faticare di più, spesso devo prendere le mie cose, caricarle sul furgone e spostarmi. Ma sono assolutamente convinta della mia scelta. Anche la qualità del mio lavoro è molto più alta. In una grande città dovrei uscire la mattina alle 6 per portare i bambini a scuola e andare in sartoria. Qui, se ho un ritaglio di tempo di mezz’ora, posso venire in laboratorio e fare qualcosa. I ritmi sono diversi e la qualità del lavoro incide molto sul tuo vivere quotidiano. Dove abito, in campagna, ho il laboratorio scenografico a portata di mano, posso andare quando voglio e fare un piccolo pezzo di lavoro". 

Scuotere un po’ gli animi. Il supporto di sua madre Giuliana, anima di Polvere di Stelle, continua ad esserci. Da parte sua Maria ci mette il continuo ricercare nuove sfide, consapevole che nel settore conta tanto il passaparola. "Qui si può trovare tutto ciò che riguarda il mondo della creatività. Con i nostri abiti curiamo rappresentazioni teatrali, cortometraggi, feste, rievocazioni storiche. Per me è importante partire dalle stoffe antiche, fare ricerca, studiare per poi avere un risultato veritiero. Però non sono vincolata solo all’essere solo costumista ma amplio in più modi la mia attività. Ho trovato persone che mi hanno dato fiducia sull’aspetto del visual. Ho clienti che mi hanno aperto la strada, fidandosi. Da qui, avendo tanto materiale, posso tramutare le idee in realtà". In una realtà come quella vastese ha trovato "persone con cui collaborare che hanno voglia di fare. Ci sono giovani ragazzi che si autofinanziano con l’obiettivo di scuotere un po’ gli animi. Qui, forse, si sono tutti un po’ adagiati sul fatto che siamo in provincia, che siamo un centro piccolo. Ma, intorno a noi, anche i centri più piccoli, si muovono. Ci sono delle realtà compatte e unite, di persone capaci, che mi fanno dire ci sono anche per loro. Molto potrebbe essere fatto per far crescere anche l’offerta culturale. Ma non sono pessimista, piangersi addosso non serve. Procedo per la mia strada e non mi faccio influenzare dalla corrente che c’è. Se fosse stato così questa attività non sarebbe mai nata, anche mia madre è stata molto tenace. Ha sempre mantenuto viva l’attività. Nessuno si aspetta di trovare questa realtà a Vasto. I nostri abiti riescono a conquistare i cuori delle persone. La provincia può regalare grandi soddisfazioni se ti muovi e nutri la tua cultura con degli spunti reali". E, pensando al futuro, magari tra dieci anni "spero di vedermi qui. Io ci sto bene. Mi rilassa sapere di essere nei miei luoghi, tutto ciò che c’è qui mi appartiene. Entro in questi posti, guardo questi abiti realizzati nel corso degli anni e mi sento, in tutti i sensi, a casa". E un obiettivo c'è. "Spero di poter fare di più a livello di produzione, curando magari delle direzioni artistiche. Questo mi piacerebbe molto". 

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"
Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città"
Sarah Rulli: “Non c’è posto migliore di casa per fare bella musica”
Angelo Caruso: “In questo territorio, con passione e metodo di lavoro, riesci in ciò in cui credi”
Federica Roselli, fotografa per passione... "dell'obiettivo e della mia terra"

Guarda le foto

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Gli stimoli offerti da Milano erano senz’altro affascinanti, poi pensando al luogo che per una decina d’anni era stato la sua base Pierluigi ha pensato a Pescara. Ma, dopo tanti ragionamenti, ha scelto di tornare nella sua Vasto.

Pierluigi Garone: "Con idee forti e passione vale la pena investire su Vasto"

Quelli che.... restano | Il 31enne musicista e produttore ha fondato la MPA

Spesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, con altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

Pierluigi Garone ha 31 anni è chitarrista, arrangiatore, produttore e ha fondato a Vasto una scuola, la Music Player Academy, che ha tante iniziative in cantiere.

Idee chiare. Era ancora alle scuole superiori quando Pierluigi ha iniziato a frequentare i primi corsi di musica. “Già dai 15-16 anni mi vedevo proiettato fuori, sono andato sempre alla ricerca di un sistema didattico diverso”. Dopo la maturità e un anno di coesistenza tra studi universitari tradizionali e conservatorio, la scelta di indirizzare il suo percorso formativo verso la musica. “Mi sono laureato in Contemporary Writing and Production, una sezione di Popular Music del Conservatorio di Pescara in cui si curano arrangiamento e composizione della musica popolare moderna”. Poi il trasferimento a Milano per frequentare il CPM di Franco Mussida. “Avevo già studiato chitarra da ragazzo con Gianfranco Continenza, così ho approfondito gli studi di chitarra moderna. Il mio percorso musicale didattico non è stato solo per avere pezzi di carta ma perché ritenevo fosse necessario conoscere tutto il sistema che c’è dietro la musica”. 

Le fasi del percorso. Nella sua formazione ha vissuto diverse fasi “e ogni volta che ho intrapreso un nuovo percorso ho cercato di farlo al meglio. Ho studiato chitarra, poi mi sono appassionato alla composizione. Ho studiato anche tecnica vocale, con Michele Fiaschetti, ma non tanto per diventare un cantante quanto per conoscere approfonditamente il mondo della voce”. Sono iniziati anni all’insegna del “movimento”. “Mentre studiavo al CPM insegnavo chitarra a Lanciano e Chieti, facendo su e giù tra Milano e Pescara - dove per dieci anni ho avuto la mia base - tutte le settimane. È stato abbastanza impegnativo ma molto produttivo. E poi lavoravo anche nello studio di registrazione della Galli Records. Così ho iniziato a dare sostanza al mio lavoro di arrangiatore applicando sul campo ciò che avevo studiato. Ho avuto la fortuna di provare, sbagliare, imparare, scoprire cose nuove”. Tra gli aspetti approfonditi ci sono quelli che riguardano lo studio di registrazione. “Ho iniziato a collaborare con lo studio romano di Marco Lecci e Massimo Calabrese. L’interessante scambio che si è creato mi ha permesso non tanto di diventare tecnico del suono - che è un lavoro ben specifico - ma di acquisire conoscenze da applicare al mio mondo”. Tanta anche l’attività dal vivo, in modo particolare con la band Le stanze di Federico. “Abbiamo raggiunto tanti piccoli risultati con concerti in tutta Italia e importanti riconoscimenti”. E poi la possibilità di lavorare alle colonne sonore dei film di Maccio Capatonda. “È stato un importante confronto con una produzione grande. Un po’ di esperienza l’avevo, avendo iniziato già a lavorare con la Turner per sonorizzazioni radio e tv. Ma confrontarsi con registi e produzione di un certo livello è stato molto interessante”. 

Un punto fermo. A Milano, Pescara o Vasto? “Dopo gli anni del CPM ho sentito l’esigenza di raccogliere tutto ciò che mi avevano dato le esperienze di questi anni e fermarmi in un posto creando un ambiente consono alla mia persona”. Gli stimoli offerti da Milano erano senz’altro affascinanti, poi pensando al luogo che per una decina d’anni era stato la sua base Pierluigi ha pensato a Pescara. Ma, dopo tanti ragionamenti, ha scelto di tornare nella sua Vasto. “È bello partire, andare a lavorare da altre parti e avere un punto fermo qui. Dal punto di vista imprenditoriale - perché anche se si parla di musica, di arte, è pur sempre un’impresa - qui c’erano delle buone opportunità. Ho visto un terreno fertile e una situazione positiva con costi di gestione minori. All’inizio volevo solo creare uno studio, adatto alla mia figura, che mi permettesse di lavorare in collegamento gli altri studi con cui collaboro”. Poi, facendo un piano dell’investimento, “ho capito che, con la cifra che immaginavo, potevo fare qualcosa di più. Così è nata la Music Player Academy che oggi è scuola di musica, di recitazione, di canto. C’è uno studio che ha il mio nome perché, chi viene qui, viene a trovare me con i miei pregi e i miei limiti. Ho cercato di riportare in piccolo l’esperienza delle accademie che ho frequentato, con un ambiente moderno e giovanile. Anche nella scelta degli insegnanti ho voluto dare spazio a persone di talento che possano portare un valore aggiunto”. Non mancano gli spunti per migliorare. “Spesso chiedo ad amici e colleghi di passare qui, di osservarci, perché un punto di vista esterno è utile per crescere. Il segreto è non stare chiuso ma aprirsi e mettersi in gioco”.

Il rapporto con la città.Questa città non è morta. Serve solo una sveglia”. Lo dice con convinzione, Pierluigi. “Da noi ci sono tante cose belle, tante realtà che a volte neanche conosciamo. I ragazzi vastesi anno voglia di fare, bisogna solo prendere coraggio e fare le cose. Poi le giovani generazioni seguono”. La sua è stata una scelta ben ponderata “perché, dopo la mia formazione, avrei potuto continuare a fare il musicista in giro per l’Italia e quei soldi investirli in un’altra attività che mi avrebbe dato una rendita. Ma ho scelto di avviare la mia scuola perché ho un sogno più grande e perché Vasto non può essere abbandonata. A questa città devo la mia formazione musicale, i miei stimoli”. Dopo aver gettato le basi, Pierluigi confida che “di sogni ce ne sono tanti e, sono convinto, che a piccoli passi si realizzeranno. E, ai giovani che vorrebbero investire su Vasto, dico di farlo. Con le idee giuste questa è una città fertile. Non bisogna farsi spaventare dal fatto che ci sono pochi ragazzi o che magari nessuno ci ha mai provato prima”. La crisi, che sembra non arretrare, “forse c’è ancora. Ma, con idee forti e la passione vale la pena tornare e investire a Vasto”. Tutto questo cercando di continuare “a raccogliere stimoli, cogliendo tutte le opportunità. Io esco, vedo cosa c’è in giro e capire cosa piace ai ragazzi, molti dei miei fine settimana sono dedicati ai concerti in giro per l’Italia. Vivere questa realtà della MPA mi fa stare a contatto con i ragazzi che sono la mia fonte di ispirazione. C'è sempre un fuoco qui che mi alimenta e mi permette di progredire. Si è creata una comunità che cresce insieme. E vorrei davvero un posto ancora più grande per accogliere più ragazzi”. 

Il teatro che non c’è. In un clima di generale positività c’è però qualcosa che manca. Il primo pensiero, nella chiacchierata con Pierluigi, è all’università, “che potrebbe davvero stimolare un fermento culturale e sociale”. Ma su questo aspetto, ormai, c’è poco da fare. Una carenza tutta vastese, però, è quella di un teatro comunale. “Manca uno spazio pubblico che permetta di organizzare eventi di un certo tipo. C’è il teatro Rossetti che è un vero gioiellino ma è troppo piccolo. Per una realtà come la nostra avere un vero teatro pubblico, in grado di ospitare eventi importanti, permetterebbe di avere qui concerti, musical e tanto altro. Sarebbe davvero positivo e farebbe cogliere tante opportunità”. E poi manca anche “un’area eventi - anche qui pubblica - fatta come si deve. Ci sono gli spazi di palazzo d’Avulso, che abbiamo utilizzato e utilizzeremo anche la prossima estate per alcuni appuntamenti a cui stiamo lavorando. Ma non basta”. Desideri che si fondano sul principio che “bisognerebbe vedere la cultura, la musica e l'arte non come un passatempo ma come qualcosa di concreto, che crea opportunità di crescita per tutti”.

Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"
Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città"
Sarah Rulli: “Non c’è posto migliore di casa per fare bella musica”
Angelo Caruso: “In questo territorio, con passione e metodo di lavoro, riesci in ciò in cui credi”
Federica Roselli, fotografa per passione... "dell'obiettivo e della mia terra"
Maria Scarano: "Con la vita serena che c'è qui anche la qualità del mio lavoro è più alta"

Guarda le foto

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Un’importante esperienza a Nizza, ma il richiamo di casa è stato più forte, così Cristian è tornato e ha deciso di puntare sulla Costa dei Trabocchi.

Cristian Bomba: "La mia scommessa si chiama Costa dei Trabocchi"

Quelli che... restano | L’architetto frentano che ha puntato tutto sulla Via Verde

Cristian BombaSpesso ci troviamo a raccontare le storie di giovani che partono da questo territorio e, con tanto impegno e passione, portano avanti importanti percorsi professionali nei luoghi che li accolgono. Allo stesso modo, però, ci sono tanti giovani che scelgono di restare e, con altrettanto impegno e passione riescono a conquistare importanti traguardi personali e nel mondo del lavoro. Nasce così il filone "Quelli che... restano", per incontrare gli under 40 che, nel nostro territorio, si danno da fare ogni giorno per la loro crescita e, perché no, per quella di questo lembo a sud dell'Abruzzo.

“Ho vissuto e lavorato lontano da qui, porto avanti dei progetti fuori regione, ma il mio punto di partenza e di arrivo resta questo territorio, nello sviluppo della Costa dei Trabocchi”. A dirlo è Cristian Bomba, architetto 35enne di Lanciano, laureato all’università di Pescara e che, sin dai suoi primi passi lavorativi, ha sempre saputo qual era il suo posto nel mondo: nel futuro della Costa dei Trabocchi.

“Appena laureato, ho vinto un bando per giovani imprenditori sull’edilizia ecosostenibile - ci racconta Cristian - e così ho vissuto un anno tra Francoforte e Rotterdam per portare avanti il mio progetto. Lo stesso progetto che in Italia non era andato, in Germania aveva invece trovato dei finanziatori”. Ma il suo sguardo è subito tornato qui, nel luogo in cui è nato. “Quello che volevo era continuare l’attività di mio padre che aveva una impresa edile - dice ancora Cristian a Zonalocale -  ma mettendoci del mio. Così mi sono inventato un progetto, una sorta di spin off, in collaborazione con le università di Pescara, Ancona e Padova sulla ricerca innovativa per il funzionamento globale dell’edilizia. E con questa nuova società abbiamo vinto ben due premi per i nostri progetti sull’efficientamento delle antiche ville venete”.

È però ormai 7 anni fa che ha deciso di iniziare a scommettere sulla Costa dei Trabocchi ed in particolare sulla Via Verde. “Nel 2013 ho messo su i primi progetti sulla mobilità sostenibile della Via Verde - spiega - e, quando una cordata di imprenditori ha iniziato a progettare la nuova ciclopedonale sulla costa d’Abruzzo nel 2015, mi hanno chiamato proprio in virtù di quei progetti presentati in Regione tempo prima”. E così Cristian è ufficialmente diventato uno dei progettisti della Via Verde, soprattutto per tutto ciò che concerne lo sviluppo della mobilità sostenibile.

Non contento di tutta carne al fuoco, Cristian però decide di cimentarsi con un’altra sfida parallela. E decide cioè, due anni fa, di trasferirsi per un anno a Nizza, dove ha la possibilità, insieme ad altri professionisti, di realizzare due palazzine di housing sociale, due hotel in centro ed un un centro commerciale. “Queste esperienze mi sono servite per confrontarmi anche con progetti molto più grandi di quelli con cui posso cimentarmi qui. - sottolinea - Ma la verità è che, fin da subito, ho deciso di puntare sulla Costa dei Trabocchi e sul suo sviluppo, come anni fa neanche era possibile immaginarlo. E se a volte ho trovato il coraggio di portare avanti le mie idee e quello che volevo fare - ci confida - è soprattutto grazie al prof. Giorgio Garau, mio mentore e punto di riferimento a cui mi rivolgo sempre per un parere, sicuramente più qualificato del mio”.

E allora, per chiudere un po’ il cerchio ma in procinto di aprirne uno nuovo, insieme al socio Gianluca Di Bucchianico, Cristian ha deciso di prendere in gestione un trabocco, Punta Mucchiola, tra San Vito Chietino ed Ortona. “Quello che vorrei creare non è solo un posto dove fare ristorazione, - ci spiega - ma un punto che racconti il nostro territorio, in tutte le sue sfaccettature. Che sia lo specchio della nostra regione e che provi a creare una rete per promozionale tutto ciò che di bello abbiamo intorno ma che a volte fa fatica a venire fuori”.

Perché sì, la nostra è una bellissima regione, ma che a volte si fa lo sgambetto da sola, senza neanche rendersene conto. “A chi dice che il nostro problema è la burocrazia, io rispondo che non è così. - afferma l’architetto - Il vero problema sta nella lentezza di chi non sa applicarla e di chi non sa creare relazioni e rapporti umani al di là dei progetti su carta: se lavori, lavori bene e sai crearti una rete di contatti, l’Abruzzo non è così indietro come a volte di vuole fare credere. Basta saperci e volerci puntare”.


Le altre storie
Anastasia Massone e i suoi loghi "abruzzesi": dall'intuizione alla nascita di un brand
Nereo Di Giulio: dall'azienda di famiglia alla pasta col proprio nome, tutto made in Paglieta
Silvio, Simone e Cristiana Iacovitti: "La sfida è essere sempre flessibili al cambiamento"
Flippo, la vera "Essenza" di lavorare sulla costa dei Trabocchi 
Ezio scifo, plant manager di Primo: "Mai avere timore nell'accettare nuove sfide"
Marina Desiati: "Desideravo poter esprimere me stessa a livello creativo nella mia città"
Sarah Rulli: “Non c’è posto migliore di casa per fare bella musica”
Angelo Caruso: “In questo territorio, con passione e metodo di lavoro, riesci in ciò in cui credi”
Federica Roselli, fotografa per passione... "dell'obiettivo e della mia terra"
Maria Scarano: "Con la vita serena che c'è qui anche la qualità del mio lavoro è più alta"
Pierluigi Garone: "Con idee forti e passione vale la pena investire su Vasto"

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

expand_less Indice articoli
Zonalocale

Autorizzazione del tribunale di Vasto n° 134 del 20/09/2012

Iscrizione ROC (AGCOM) n° 23273

Direttore Responsabile: Michele D‘Annunzio

Studioware sas - P.Iva 02153300690