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Le Storie di Zonalocale

Incontro con l'artista

Pittori, scultori e non solo: nel Vastese sono tanti gli artisti che portano avanti con passione e sacrificio la propria creatività spesso a contatto con la natura

Davide Scutece: l’incendiario dell’espressionismo contemporaneo

Un pomeriggio nello studio di Davide Scutece, artista del momento

Davide Scutece nel suo studio È un caldo pomeriggio di giugno. Quando entriamo nello studio di Davide Scutece ci troviamo di fatto all’interno di un appartamento interamente adibito a laboratorio di pittura. Opere ovunque, al centro della sala d’ingresso due ampi divani di pelle, dalla stanza accanto provengono le note di Karma Police dei Radiohead: “Li ascolto spesso quando dipingo”, ci spiega l’artista.

Davide Scutece ci accoglie nel suo mondo in pantaloncini e maglietta, i piedi scalzi. Si affretta a spiegarci bene ogni quadro, dai titoli fino alla tecnica di realizzazione. Potrebbe probabilmente parlare per ore mentre si sposta da una stanza all’altra indicando ora questa ora quella tela. Ci sono tele immense, trittici giganteschi e poi quadri minuscoli, quasi tasselli di un puzzle.

Ogni tela è la fotografia esatta di una sua sensazione. Lo stile di Davide Scutece, infatti, è espressionista. La corrente artistica di chi rappresenta le emozioni sul momento. Filone molto importante di questa corrente è inoltre l’action painting, in cui l’artista realizza opere in un lasso di tempo minimo. Minuti, a volte pochi secondi. Dare sfogo alle proprie emozioni in modo rapido e imponderabile, come se non ci fosse uno schema. E invece, lo schema c’è, ma è troppo ineffabile per essere ripetuto. Così nascono opere ogni volta diverse, che trasmettono una vasta gamma di sensazioni a chi le ammira.  “Amo gli espressionisti del Novecento, in particolare Emil Nolde, Oskar Kokoshka, Otto Dix”. Artisti che Davide ha avuto modo di vedere e studiare nelle tante mostre che frequenta fin da ragazzino. Sicuramente la pratica dell’action painting non è estranea a Davide, che racconta di come a volte lasciare un’opera in fase di realizzazione o dover temporeggiare per iniziarla lo rendano molto oppresso. “Ho un pensiero fisso e un peso sullo stomaco fino a quando non metto le mani sulla tela e finisco”.

Tanti i progetti realizzati da Davide Scutece, aziende e privati si affidano infatti spesso alla sua arte per decorare le proprie sedi e abitazioni, ma non solo. In tempi recenti Davide si è dedicato anche all’insegnamento, aprendo un corso, una sorta di scuola di arte, aperta a tutti. Mentre proseguiamo nel tour del suo studio, dove ogni quadro rappresenta una tappa obbligata nell’inconscio dell’artista, siamo immersi in un mare di sensazioni e atmosfere diverse. È come ascoltare una playlist di canzoni tutte diverse ma collegate armoniosamente tra di loro. Non a caso, proprio la musica, influisce molto sull’arte di Davide. Quando nasci non puoi nasconderti

In quella che dovrebbe essere la camera da letto della casa ci sono due quadri molto particolari. Il primo vede raffigurato un uomo nel mezzo di un ballo che sembra attingere ad una qualche influenza tribale, "Quando nasci non puoi nasconderti". È una quadro che rappresenta pienamente il suo passaggio ad una nuova vita, avvenuto diverso tempo fa. Via dal lavoro, via dai problemi sentimentali. Un rituale voodoo su tela raffigura il cambiamento. Il soggetto, che in altre tele non è mai centrale, qui è il centro dell’intero universo dell’artista. “Era un momento della mia vita in cui avevo bisogno di mettermi al centro del mio mondo”.

La parete accanto è occupata invece dalla rappresentazione di una fabbrica in fiamme, intitolata "The safe system is picking you up for hunger". “Mi hanno accusato, ingiustamente, che per un errore avrei potuto dare fuoco all’edificio. Quando ho letto questa accusa ho dipinto questa tela”. Il soggetto, l’incendiario della fabbrica, in questo caso è raffigurato come una macchia nera posta sul tetto dell’edificio. The safe system is picking you up for hunger

Ma da quando Davide ha lasciato il lavoro in fabbrica le cose per lui sono diventate più semplici. “Ora ho tutto il tempo necessario per creare da solo i miei colori a partire dai pigmenti”. E il suo è un lavoro a tempo pieno ora. La sua tecnica prevede l'uso dei colori a olio, ma si declina in tante misure diverse. Per un quadro in particolare,"I go away", non sono stati usati pennelli, ma il catalogo Ikea lasciato nella cassetta della posta. “Avevo bisogno di un pennello molto grande, ma solo all’ultimo mi sono reso conto di non averlo. Il catalogo di Ikea è stata la prima cosa che ho trovato”. Il risultato, neanche a dirlo, è magistrale. 

Se avete voglia di vedere dal vivo le sue opere non tormentatevi, dal 2 al 9 agosto, presso la Biblioteca Mattioli di Vasto, avrà luogo una sua mostra in cui saranno esposte molte delle sue opere.


Foto: Giuseppe Ritucci

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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

"Sarda di nascita e spagnola per passione", così si definisce la pittrice vastese Sara Quida. L’abbiamo incontrata nel suo laboratorio.

Oltre l’informale: come Sara Quida trasforma il dolore in colore

Un caffè con un’artista molto amata: ecco perché

Sara Quida e le sue opere

C’è una poesia dello scrittore spagnolo Pedro Salinas molto bella e tuttavia ancora troppo poco conosciuta, famosa per il concetto di “cercare oltre”, “guardare oltre”. Detrás, destrás. Più in là.

Ecco, i quadri di Sara Quida, sarda di nascita e spagnola per passione, trasmettono una sensazione simile al concetto che Pedro Salinas usa nella sua poesia. Le opere di Sara sono fogli spessi su cui il colore diventa materia. E viceversa. Guardando le opere e annullando il mondo circostante sembrano microgalassie avvolte su loro stesse dove colore e materia, tangibile e intangibile, si scontrano.

Varcata la soglia della “casa astratta”, come la chiama lei, ci accomodiamo in una cucina semplice eppure unica, circondati dalle opere in ogni direzione. Un ampio terrazzo da cui si riesce a vedere il mare incornicia un’atmosfera domestica e allo stesso tempo vibrante di creatività. Non tarda ad arrivare il caffè. È primo pomeriggio e, si sa, i sardi sono degli ottimi padroni di casa. Sul tavolo sono già state disposte diverse opere da mostrarci, ma non solo: c’è un libro di un certo volume di cui Sara ci spiega subito l’origine. “Hotel 128” è il racconto di un’esperienza a cui Sara ha partecipato qualche anno fa, in Francia, importantissima per la sua formazione e anche “per l’acquisizione della mia autostima”, ci confessa. Una ricca gallerista ha infatti acquistato uno stabile in disuso e chiamato diversi artisti per renderlo un’opera d’arte. “Mi ha chiamata e mi ha detto che avrei dovuto dare la resurrezione ai muri, testualmente”. 

E Sara gliel’ha data davvero la resurrezione a quelle pareti. In un luogo in cui crepe e muffa riempivano ogni centimetro Sara Quida all'Hotel 128disponibile, gli artisti, tra cui Sara, hanno dato vita a una galleria d’arte a 360º unica nel suo genere. “Ho scelto la mia stanza all’hotel 128 perché era piena di crepe, le mie amate crepe, capisci?” Sara è infatti innamorata dell’arte di Burri, famoso per i suoi cretti monumentali, le sue opere materiche in cui si resta incagliati in pieghe e fratture ad ogni centimetro. Un artista informale, proprio come lei.

Ma cosa ispira davvero i quadri di Sara? Mentre ci spostiamo nel suo laboratorio ci racconta della sua personalissima passione “Amo indagare sui casi di crimini efferati, sono particolarmente legata al dolore, lo percepisco. È facile capire la mentalità di una persona normale, è molto più interessante ragionare su quella dei killer.” Ma non solo cronaca nera, la sua arte è infatti permeata da tante altre sue passioni, come quella per la Spagna, o per il tango argentino. In alcune sue opere è infatti interessante osservare i piccoli rimandi a questi due

ambiti: i movimenti vorticosi delle gonne delle tanghere, i colori della terra del sud della Spagna.

Sara nel suo laboratorio Nel laboratorio di Sara Quida ogni cosa ha un suo posto. Le tele, grandi e piccole, giacciono ordinatamente disposte vicine l’una all’altra. L’odore di olio di lino è paragonabile all’odore dell’incenso nelle chiese: sommerge ogni centimetro della stanza e conferisce sacralità all’atmosfera. Tra le tele e gli strumenti da lavoro, ci sono delle piccole cornici con specchio, e anche qualche oggetto del compagno di Sara, tra cui un mazzo di rose ormai secche appeso al soffitto. Sara lo sfiora con una mano, sorride, forse rievoca qualcosa che più tardi diventerà un quadro. Per quanto riguarda il futuro, Sara ci spiega: “Vorrei fare un’estemporanea a Roma, in una piazza famosa. Una cosa semplice. Mettermi lì a dipingere mentre le persone passano. Sono convinta che il contesto metropolitano mi darà delle vibrazioni. Qui, a Vasto, invece vorrei dipingere al Genova Rulli insieme ad altri artisti del territorio.” 

Noi, teniamo le dita incrociate.

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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

Lasciamo la città per raggiungere l’Alto Vastese. A Castiglione Messer Marino lo scultore Giuseppe Colangelo dà vita alla pietra.

Come far nascere fiori dalla pietra: lo scultore Giuseppe Colangelo

Una vita dedicata all’arte. La sua ispirazione? Viene dalla natura

Giuseppe Colangelo nel suo laboratorioLa strada per arrivare a Castiglione Messer Marino non è sicuramente delle più confortevoli e semplici, tuttavia quando si arriva la sensazione di benessere è talmente dirompente da sentirsi su un nuovo pianeta. Le piccole strade del paese sono quasi deserte e illuminate dalla timida luce di un sole che, da queste parti, va a dormire presto l’inverno. Proprio qui, camminando per le strade di montagna, si può arrivare al laboratorio del professor Giuseppe Colangelo, scultore da ormai una vita.

“Quando ero bambino ero bravissimo a fare il presepe, ero un maestro”, ci racconta, “la mia prima opera risale al secondo anno di istituto d’arte, periodo in cui ero appassionato della scultura di Giacomo Manzù, famoso per i suoi cardinali. Io feci un cardinale, dove lo spettatore poteva guardarlo da attraverso un chiavistello. Quest’opera andò venduta”.

La formazione di Giuseppe inizia all’Istituto d’arte di Vasto negli anni in cui “C’erano dei grandi maestri: Besca, Armenti, Petrocelli, Asta, Milazzo. Grandi artisti”. Dopo trent’anni, Giuseppe insegna proprio lì, in quello che all’epoca era il suo Istituto d’arte e oggi è diventato Liceo artistico. Prima di Vasto ha passato diversi anni a insegnare a Basilea e poi a Perugia dopo aver terminato il proprio percorso all’interno dell’Accademia delle belle arti. Mentre ci racconta della sua vita, Giuseppe si muove da uno spazio all’altro del suo laboratorio, prendendo ora questa, ora quell’opera, come se fossero reperti storici di un percorso ben scandito e, soprattutto, scolpito nella pietra. Effettivamente Giuseppe ha avuto delle fasi creative diverse tra loro nell’arco della sua carriera. In questo momento l’elemento da cui trae maggiore ispirazione è la natura. Le sculture attuali rappresentano germinazioni, innesti, fioriture, fusti. “Mi ispiro molto alla natura. I miei drappi di pietra sono il simbolo che rimanda al vento, a come col tempo sia capace di modificare la pietra. I canyon ce lo insegnano, per esempio. È la prova di come una leggerezza possa modificare la massa”. Tuttavia, sparsi nello studio, sono diverse le figure femminili che troviamo scolpite nella pietra “Il filone precedente era collegato alle figure fittili, statuine che portavano fortuna da mettere nelle tombe – spiega – a me interessava molto la figura femminile, senza senso psicologico però, solo il senso della Grande Madre. Infatti, realizzai dei modelli proprio con la pietra della Majella, e anche lì il collegamento: Maja, la Madre, la Terra”.

Il laboratorio di GiuseppeNon c’è solo una stagionalità nei filoni seguiti da Giuseppe Colangelo, ma il suo lavoro sembra seguire l’andamento delle stagioni anche durante il corso dell’anno. “In inverno difficilmente scolpisco, faccio prevalentemente bozzetti”, bozzetti che, a primavera, quando le temperature sono più miti, fioriscono dalla pietra e si concretizzano nel loro senso e nella loro natura di opere d’arte. Nello studio di Giuseppe non c’è musica. O meglio, non nel senso stretto del termine. Il suono della pietra pomice che leviga la pietra è assoluto, riempitivo e, in qualche modo, sembra essere il suono di appartenenza di questo posto. Espandendosi oltre la soglia dello studio di Giuseppe, arriva fino ai boschi circostanti, li oltrepassa, ritorna alla pietra delle montagne del territorio.”Utilizzo molto la pietra della Majella, giallo paglierino solitamente. Sono pietre caratterizzate da una forte presenza fossile”, ci spiega indicandoci proprio il resto di una conchiglia incastonata nella pietra che ha nello studio, residuo di chissà quale era geologica.

Così, le opere di Giuseppe raccontano non solo quella che è la sua storia, ma anche quella del suo territorio, quella di tutti. Una narrazione che parte dal più inaspettato e forse angusto di tutti i luoghi, un piccolo paese di montagna dove il tempo scorre diversamente, ma quando gli si chiede il perché di una scelta così particolare, Giuseppe sorride e in modo molto semplice e lineare confessa: “Vivere in altitudine, con tutti i suoi difetti e le sue problematiche, mi ispira”.

Foto a cura di: Giuseppe Ritucci

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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

Pietra, legno, ma non solo: Claudio Gaspari per le sue sculture ha usato anche vecchi attrezzi agricoli.

Claudio Gaspari: le sue sculture come origami di pietra

Dal primo blocco di pietra trovato per strada fino ai suoi ultimi lavori

Claudio Gaspari tra le sue opere“Tutti immaginiamo un’isola che non c’è, un’utopia” così Claudio Gaspari ci spiega il titolo di una sua famosa scultura che si trova sul lungomare di Termoli chiamata, appunto, “Utopia”. Si tratta di una scultura in marmo che ritrae una barchetta di carta che naviga sul mare, già di per sé, quindi, utopistica.

“L’idea mi è venuta giocando con gli origami insieme a mia figlia, Giada, di otto anni adesso” ci spiega Claudio, “era un periodo in cui facevo tante barchette di carta insieme a lei e, proprio in quel frangente, venni invitato a Termoli per un simposio di scultura. Il tema era il mare”.

Mostrandoci diverse sculture appartenenti a diversi periodi della sua vita Claudio ci racconta quelle che sono state le tappe fondamentali e le ispirazioni per i suoi lavori. L’istituto d’arte da ragazzo, poi l’Accademia di Belle Arti a Urbino. Infine, il ritorno nella terra natìa, San Salvo.

“È stato un po’ traumatico tornare qui, all’epoca”, ci dice con un mezzo sorriso “qui a San Salvo non c’erano nemmeno blocchi di pietra o marmo da poter scolpire. Però c’erano i cordoli dei marciapiedi. Una notte, tornando da una serata coi miei amici vedo un pezzo di pietra di un marciapiede rotto. Ho fatto fermare la macchina dei miei amici per caricare la pietra. Mi piaceva l’idea di rendere un materiale così freddo e duro, morbido. Come se si potesse attorcigliare. Nei miei lavori, infatti, c’è sempre dinamicità e movimento”. Così, da un blocco di pietra trovato per strada, inizia la vera esperienza di Claudio Gaspari nel territorio abruzzese.

Una tela con le barchette di cartaNei suoi primi periodi a contatto con la materia, Claudio si interfaccia con materiali diversi. Si collega al filone del ready-made riutilizzando vecchi arnesi derivanti dall’agricoltura per creare sculture dalle dinamicità inaspettate, con movimenti eleganti e sorprendentemente leggeri. E poi arrivano le sculture di terra cotta, di legno, fino al recentissimo studio più iconografico delle barchette. Su un lato del garage in cui Claudio solitamente lavora e sistema i suoi attrezzi, sono infatti disposte diverse tele con un unico tema: barchette di carta che navigano in mari calmi. Ma non solo. Claudio si è dedicato anche a studi che ritraggono barchette accartocciate e buttate sul ciglio di una strada, ad ottenere quasi un effetto tridimensionale incredibilmente realistico.

I supporti utilizzati per questo tipo di opere sono tele, ma anche pannelli di legno e cartonati. Non sempre, inoltre, il colore (olio o acrilico) è spalmato in modo lineare sulla tela. Alcune opere sono realizzate infatti con la tecnica del bassorilievo, a fornire quindi una bidimensionalità dinamica e impattante delle opere. Quasi non si capisce se le fragili (forse) barchette di carta stiano navigando sul mare dipinto da Claudio o fuori dalla tela, protratte verso di noi.

I mari di Claudio sono mari calmi e minimalisti, dove il colore trova una sua collocazione all’interno di una tela tagliata a metà da sottilissime righe d’orizzonte, bagliori di forse altri mondi, altri territori inesplorati. Nell’incertezza dei colori tenui lo spettatore è quasi portato a chiedersi “Ce la farà ad arrivare in un porto sicuro, oppure affonderà prima, come accade alle barchette di carta lasciate a mollo nell’acqua?”.

Nello studio di Claudio

“Mi piace lavorare nell’ordine, in modo da sapere dov’è ogni cosa che potrebbe servirmi. In più, ho una valigia con altri attrezzi che sposto all’occorrenza nei luoghi dove ho necessità di andare a lavorare”. Effettivamente, le opere sono tutte collocate ordinatamente, quasi in circolo, rispetto ad una scultura centrale in ciliegio che Claudio ci dice sta per abbandonare il garage. Gli attrezzi sono riposti tutti con cura e i bozzetti in argilla riposano placidamente su uno scaffale a loro riservato. “I bozzetti in argilla li faccio in casa, con mia moglie e mia figlia intorno. Prendo ispirazione anche dalla mia famiglia”. Claudio ci anticipa, facendoci vedere proprio il bozzetto da cui è derivata, che una sua recente opera verrà prossimamente installata nella città di San Salvo, mentre le altre sue opere, specialmente le barchette, potrebbero venire esposte in mostra nei prossimi mesi.

Gli incontri con gli artisti
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Foto a cura di Giuseppe Ritucci


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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

Dalla scultura e pittura scopriamo una forma d’arte originale e colorata: i ricami punk di Marina Bolmini.

Marina Bolmini e i suoi ricami punk

Brandalism, Cattelan, 11 settembre e punto croce: la tisana con l’artista

Ricamo di Marina BolminiÈ dicembre, una giornata grigia, quando arriviamo al The Botanist per incontrare Marina Bolmini. Lei è già seduta su un divanetto verde all’interno che ci aspetta mentre si prepara una sigaretta. Ci prendiamo tutto il tempo necessario per le presentazioni, ma anche per uscire a prendere un po’ d’aria prima di ordinare. Marina Bolmini è colorata, vivace, originale. La cosa interessante, alla fine della nostra chiacchierata, è vedere quanti argomenti siamo riusciti a toccare nel giro di un’ora. La banana di Cattelan, voyeurismo, l'11 settembre, il punk. Ma andiamo con ordine.

Davanti a una tisana fumante Marina apre il suo zaino di Super Mario e tira fuori alcuni dei suoi lavori. Uno è un delicatissimo ricamo tradizionale che ritrae una mano scheletrica. Sturm und drang puro. Poi arrivano i lavori fatti con la tecnica del punto croce. Deliziosi quadretti colorati che riprendono dei concetti di utilizzo quotidiano e li stravolgono aggiungendo o sostituendo dei piccoli dettagli “Il brandalism è un tipo di azione politica”, ci spiega Marina, “prendi un brand o una pubblicità e la manipoli. È la stessa cosa che accade nel mondo della street art, ma in quel caso è direttamente su muri e manifesti”. La prima cosa che però viene in mente vedendo i lavori di Marina è che dietro c’è una tecnica incredibile, perpetuata da anni “Ho iniziato a ricamare con mia madre quando ero piccolina”, ci spiega sorseggiando la sua tisana e continuando a mostrarci i suoi lavori “Quando sono andata all’Accademia di Belle Arti cercavo un linguaggio che non fosse la pittura e che avesse un carico di significato in più. In quel periodo scoprii Mike Kelley, sul quale in seguito scrissi anche la mia tesi di laurea. Lui non ricamava, ma usava molto stoffa e pupazzi per fare i suoi banner. Tessuti colorati con vari innesti e disegni da appendere al muro.”

Una delle sue opereProprio mentre sfoglia delle pagine di Instagram per mostrarci le strabilianti opere di Kelley, le chiediamo del suo rapporto coi social “Ho un ottimo rapporto coi social, soprattutto con Instagram, che mi ha anche permesso di iniziare a vendere gli schemi per realizzare i miei disegni per punto croce su Etsy. A volte mi taggano sui lavori finiti appunto e ho anche modo di vedere come vengono le mie idee realizzate da altre persone. Persone da tutto il mondo”. Tuttavia, per Marina niente è casuale, nemmeno il fatto di fornire alle persone gli strumenti per realizzare i suoi lavori “Questo, ha anche un aspetto molto punk. Infatti ‘Do it yourself’ è uno dei capisaldi della cultura punk. ‘Fattelo da solo’”. Mentre parliamo e guardiamo i suoi lavori nel locale passa una playlist di canzoni natalizie. Dire che il contrasto è nell’aria è un eufemismo. Marina infatti è riuscita a rendere punk un’attività che nell’immaginario collettivo è da nonne. I suoi lavori colpiscono per tecnica e spessore artistico, ma soprattutto per l’idea dietro tutto quello che si vede.

L'icona della casa ricamata secondo MarinaÈ un po’ su questo tipo di discorso che ci incanaliamo quando arriviamo a parlare della famosa banana di Cattelan, ovvero l’opera più chiacchierata delle scorse settimane, Comedian. Marina ci racconta il vero significato dietro l’opera, il vero motivo per cui, alla fine, è diventata un caso internazionale. Durante la chiacchierata, circondati dalle sue opere, si ha l’impressione di essere in un vortice che potenzialmente potrebbe virare su qualsiasi argomento da un momento all’altro. Così, mentre ci sta spiegando il concetto di voyeurismo dietro la sua serie di ricami pornografici, arriviamo a parlare dell’11 settembre 2001. “Quella serie si chiama Keyhole: buco della serratura. Rende bene l’idea dello sbirciare. È una sorta di voyeurismo al quadrato. Se ci pensi bene però, la pornografia, scevra dal voyeurismo, è pura riproduzione. Quando nel 2010, circa, venne fuori l’Isis con tutte le tragedie e i rispettivi video delle loro esecuzioni che si trascinava dietro capii che oltre al sesso c’era qualcos’altro che attirava l’attenzione delle persone: la morte” e continua: “Io stavo ricamando l’11 settembre. Stavo ricamando la scena di un videogame. Sceglievo solo immagini tratte da giochi violenti in quel periodo. Ad un tratto la radio interruppe la musica e annunciò la notizia dell’attentato a New York”. Da lì a pochi anni di distanza infatti nascerà un ricamo dedicato proprio a quella tragedia. La cosa stupefacente è come Marina riesca a reinventare continuamente la realtà che la circonda. Il suo è uno spirito iconoclasta, ma anche dall’intelligenza fine. La sua non è sterile critica alla società odierna, c’è lo spunto geniale a dare spinta alle sue opere: “Esistono dei grandi classici iconografici per il ricamo: ad esempio, il disegno della casa con scritto ‘home sweet home’”. Qui accanto, la versione della classica casetta secondo Marina Bolmini, con spunti tratti da un brano dei Talking Heads. Le tisane sono ormai finite da un po’, l’ultima domanda prima di andare però è d’obbligo: “Hai una merceria di fiducia dove prendi i tuoi materiali?” “Sì, ho una merceria di fiducia in Piazza Verdi, a Vasto”.

Cosa aggiungere? 100% punk made in Vasto.

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Foto a cura di: Giuseppe Ritucci

Marina Bolmini

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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

Andiamo a trovare ora Paolo De Giosa che con le sue opere fa sposare pittura e letteratura.

Paolo De Giosa e la sua arte ’letteraria’: "Prima leggo, poi cerco di estrapolare un’immagine"

Le pagine, le assenze e i pensieri dietro le opere dell’artista

Lo studio di Paolo De GiosaSbobinando le registrazioni dell’intervista con Paolo De giosa la cosa che colpisce di più è il silenzio di sottofondo. Un ambiente ovattato dove non entra molta luce, ma solo quella giusta. Per la prima volta, forse, un artista inizia a raccontare da solo, senza alcuna domanda preliminare – d’altronde Paolo è anche uno scrittore – la sua arte e come nasce. “La mia pittura si basa molto sulla letteratura. Leggo prima queste pagine antiche e poi cerco di estrapolarne un’immagine” dice sfiorando delle vecchie edizioni del Corriere della sera posate sul tavolo “molti di questi vecchi giornali e libri sono di mio padre. Cerco di dargli una nuova vita. Queste pagine diventano una tela per me.” È difficile dire se si capisca di più una persona dal suo caos o da come mette in ordine le cose in una stanza. In ogni caso, Paolo ci rivela di aver risistemato lo studio prima di incontrarci e, infatti, tutto ha una collocazione ben precisa, a tratti scenografica – neanche questo è un dettaglio, Paolo adora il cinema.

Le sue opere hanno uno stile del tutto particolare, una sorta di tardo-rinascimento-contemporaneo e si dividono in due cicli di ricerche diversi: Le pagine e Le assenze. Le pagine raccoglie opere in cui l’artista dipinge e disegna su supporti a cui sono stati applicati degli stralci di giornali e libri antichi:

“Questi sono lavori che partono da una ricerca molto profonda. La realizzazione è solo l’ultimo step del processo”, e continua mostrandoci Ritratto Ovale “ ’Il ritratto ovale’ è un racconto breve di Edgar allan Poe, sono partito da lì. Ho cercato di immaginare come potesse essere la ragazza protagonista della storia: malinconica, vagamente triste”.

Diverse opere nello studio di PaoloLe assenze, invece, rappresentano sempre maggiormente donne, a cui manca però, o viene destrutturata, una parte del viso. “Tutto nasce da un mio turbamento interiore, nel 2013 – ci spiega Paolo – è una trasposizione su tela di quella che io amo definire ‘mancanza’. Ho immaginato come sarebbe potuta essere una figura femminile, però con una mancanza, una destrutturazione. Ci sono dei rarissimi casi in cui ho ritratto anche uomini, uno di questo è Abrahm Lincoln, un uomo con una storia controversa, enigmatica.” Un po’ come tutte le donne di Manet, le donne di Paolo De Giosa ti guardano. Puoi spostarti quanto vuoi. Continuano a fissarti e, in qualche modo, a chiedere di essere guardate. “Sono ragazze diverse – ci dice il pittore – ma hanno quasi sempre l’occhio chiaro, perché ha maggiore profondità. Io inizio sempre dagli occhi quando dipingo e poi viene il resto”.

Quasi per caso, poi, parlando della sua scrittura, Paolo ci mostra la raccolta di poesie scritta da lui nel 2009, “Succederà in un giorno incolore” e, sempre molto per caso, apriamo il libro a questa pagina: 

TI HO VISTO
Ti sto cercando.
Ho visto spesso
Il tuo viso.
Ma ti sto cercando.
Ho visto spesso
Il tuo viso. 

Dal ciclo de 'Le pagine'Più leggo queste sei righe vicine tra loro, più guardando gli occhi delle ragazze dei quadri e percepisco “l’oltre” che lasciano sottintendere. “Mi piacciono i poeti maledetti, anche perché cerco sempre cose inedite. Di Allan Poe ho praticamente tutto, anche saggi sconosciuti ai più. Per i contemporanei preferisco sempre gli italiani – ci racconta mentre leggiamo qualche altra poesia del suo libro – sono appassionato anche di cinema, dai primissimi film, ma non uso Netflix. È commerciale. Seguo i consigli che trovo sui blog dei diversi appassionati. Mai vista nemmeno una serie tv. Mi piace iniziare e finire, anche per i quadri. Per alcuni inizio e finisco, ma solitamente devo prendermi del tempo, anche perché devo preparare le basi. Poi mi sono reso conto che se ci perdo troppo tempo perdo l’ispirazione. Tuttavia, posso stare anche un mese senza dipingere”. 

Paolo ci preannuncia una sua mostra personale a Vasto la prossima estate e in chiusura, complimentandoci per il suo studio davvero “artistico” e ben ordinato ci fa notare, indicando specifici dettagli: “Questa era una stalla che poi ho sistemato, lì c’è ancora l’anello dove si attaccava l’asino.”

 

Foto a cura di Giuseppe Ritucci

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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

Il nostro viaggio si conclude a Lentella. Qui, immerso nella natura, c’è Ettore Altieri, artista poliedrico e "coltivatore di cultura".

Ettore Altieri, il Barone rampante dell’arte: “Io coltivo la cultura"

“La cosa fondamentale è l’immaginazione per vedere oltre l’orizzonte”

 - Quando sarai stanco di star lì cambierai idea! - gli gridò. - Non cambierò mai idea, - fece mio fratello, dal ramo.- Ti farò vedere io, appena scendi! - E io non scenderò più! - E mantenne la parola. 

Com'era Arrivare alla Fattoria d’Arte di Ettore Altieri è un po’ come trovarsi catapultati in un libro di Calvino. Tutto è perfettamente sopra le righe. Dal selciato che precede la casa su una collina immersa nel verde di un caldo sole (terribilmente inadatto alla corrente stagione ma, bisogna ammettere, molto gradito) si intravedono delle piccole sculture sparse nei prati, quasi a preannunciare l’ingresso in un nuovo, stupefacente regno. “Siamo sull’ultimo colle dell’Abruzzo. Oppure il primo. Dipende da dove si guarda. Siamo ai confini con il Molise e tra i fiumi Trigno e Treste” ci spiega subito Ettore accompagnato dalla moglie e anche lei artista, Barbara. Geolocalizzando la Fattoria, sembra voglia darci coordinate specifiche per quello che potrebbe essere definito a tutti gli effetti ‘il suo regno’. “Questo posto nasce come mio studio, ma volevo che fosse anche un laboratorio polifunzionale. Sorge su un terreno su cui prima non c’era nulla, era una discarica a cielo aperto” e guardandoci intorno ci rendiamo subito conto di quanto stupefacente e magnifica sia l’opera realizzata da Ettore. Su tutto il terreno, sono disseminate opere d’arte; alcune sue, altre lasciate dagli artisti che di anno in anno hanno partecipato ai suoi simposi artistici, chiamati NaturArte “L’idea è nata dalla voglia di sviluppare un contesto culturale per l’Abruzzo, perché quello che manca qui è proprio riunirsi insieme e parlare, ragionare. Anche quando frequentavo l’Accademia a Roma c’erano gruppi che si riunivano spesso per discutere”.


La casa sull'alberoNella fattoria di Ettore c’è proprio tutto: due asinelle, caprette, oche, galline e un bel pastore abruzzese, Frida. Oltre alla struttura centrale, ci sono due ‘installazioni’ molto particolari. Possono essere definite a tutti gli effetti ‘opere d’arte’ perché non solo sono state progettate e realizzate interamente da Ettore, ma sono la rappresentazione ultima di quelli che sono i suoi massimi ideali “Ho sempre avuto l’idea di creare qualcosa per il mio territorio, per l’Abruzzo” ci spiega mentre ci accompagna verso la casa sull’albero, in un certo senso la torre di avvistamento del complesso. Quello che colpisce è che è perfettamente incastonata nell’albero. Nel senso che i rami e le loro protuberanze abbracciano ed entrano a far parte della struttura, come un tutt’uno. “Ho sempre avuto questo sogno da bambino: la casa sull’albero. Da quando, da ragazzino, ho letto Il barone rampante di Italo Calvino”. Non era difficile immaginarlo, d’altronde. La casa infatti è perfettamente adatta alla vita quotidiana: ci si potrebbe vivere senza problemi. La cosa che colpisce molto è sicuramente il contenuto del guest book della casa (che Ettore affitta a chiunque voglia concedersi questa esperienza). Normalmente, i guest book di hotel e b&b sono abbastanza noiosi: i commenti sono sempre uguali. Quelli lasciati dagli ospiti di Ettore, invece, sono quasi commoventi. Alcuni ringraziano per aver realizzato un sogno che si portavano dietro sin da bambini.

Altri realizzano dei piccoli sketch artistici con illustrazioni della casa abbinati a racconti, segreti forse? Chissà. Quel che è certo è che l’esperienza tocca le corde più intime degli ospiti di Ettore. Scesi dalla casa sull’albero Ettore ci mostra in anteprima la sua nuova installazione. Ha infatti ricavato, da due enormi botti ultracentenarie dismesse, una stanza in cui sarà presto possibile realizzare un’esperienza unica simile a quella della casa sull’albero. Solitamente, si dice che grandi idee hanno bisogno di grandi spazi dove nascere, forse è proprio questo il segreto di Ettore: quello di avere a disposizione un grande spazio dove poter pensare liberamente. Davanti alla Fattoria, si apre uno spazio sterminato che porta l’occhio fin sulla costa “La cosa fondamentale è l’immaginazione di vedere oltre l’orizzonte” ci dice Ettore quando gli chiediamo a cosa pensa quando la mattina si sveglia con il mare davanti agli occhi e nella sua Fattoria d’Arte.

Ettore AltieriProcedendo verso la parte posteriore dell’abitazione Ettore ci mostra alcune sue opere: in un vecchio acquario ci sono dei pesci di pietra “amo scolpire pesci” ci racconta, “quando lavoro procedo un po’ a tematiche, quella dei pesci è una, ma anche quella dei buchi, perché per me il buco rappresenta la vita: si nasce in un ‘buco’, si finisce in un buco”.

Anche l’interno dell’abitazione di Ettore è pieno di opere d’arte accumulate nel tempo e ci racconta anche di quando anni fa i ladri fecero irruzione, rubarono i suoi attrezzi di lavoro e diedero fuoco alla struttura. “Portarono via anche il mio martello, quello che mi regalò il mio maestro scalpellino”. Infatti Ettore dopo aver studiato al liceo artistico e all’Accademia di Belle Arti di Roma ha viaggiato tanto grazie a diverse borse di studio (Budapest, Colonia) e poi è stato a studiare il lavoro dei mastri scalpellini, oggi praticamente estinti.

“Io consiglio sempre ai ragazzi di andare fuori, di imparare, ma di tornare sul nostro territorio perché c’è tanto da fare qui, anche se tra mille difficoltà, ma basta avere un’idea”.

C’è pace nella Fattoria di Ettore, ma non è da confondersi con la staticità del piccolo paese in collina. Come una cattedrale nel deserto, la Fattoria d’Arte raccoglie fiumi di idee e iniziative originali mirate alla valorizzazione del territorio “Quando mi chiedono ‘Tu cosa coltivi?’ Rispondo che io coltivo la cultura. Questo è un posto che io metto a disposizione di tutti, un laboratorio polifunzionale, messo a disposizione di chi ha idee e le vuole sviluppare per il nostro territorio, perché io mi ritengo un abruzzese forte e gentile”.

Foto a cura di Giuseppe Ritucci

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di Arianna Giampietro (redazione@zonalocale.it)

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