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Le Storie di Zonalocale

Castelli e palazzi

Sono simboli di un territorio, pietre che raccontano la storia ma parlano al presente. Beni da tutelare e valorizzare perchè continuino ad essere nel tempo punti di attrazione e sviluppo culturale. Castelli e palazzi che si stagliano imponenti sui colli nei paesi dell’entroterra o che impreziosiscono strade e piazze dei centri più grandi. Iniziamo oggi un viaggio, tra passato, presente e futuro, alla scoperta di castelli palazzi che sono beni preziosi della terra d’Abruzzo. Ne racconteremo la storia, il presente - a volte segnato dalle difficoltà per la loro cura - e il futuro.

Da torre d’avvistamento a museo: i mille anni di storia del castello di Palmoli

Zonalocale alla scoperta di castelli e palazzi dell’Abruzzo

Sono simboli di un territorio, pietre che raccontano la storia ma parlano al presente. Beni da tutelare e valorizzare perchè continuino ad essere nel tempo punti di attrazione e sviluppo culturale. Castelli e palazzi che si stagliano imponenti sui colli nei paesi dell’entroterra o che impreziosiscono strade e piazze dei centri più grandi. Iniziamo oggi un viaggio, tra passato, presente e futuro, alla scoperta di castelli palazzi che sono beni preziosi della terra d’Abruzzo. Ne racconteremo la storia, il presente - a volte segnato dalle difficoltà per la loro cura - e il futuro.

Un'immagine storica del castelloLa prima tappa ci porta a Palmoli, nell’Alto Vastese, dove il castello è nel tempo divenuto un simbolo per tutto il paese e una meta di sicuro interesse. Ad accompagnarci nella visita è l’architetto Attilio Mauri, responsabile del Muben - Museo “Padre Beniamino” della civiltà contadina. 

La storia. Quello che oggi si chiama castello non è nato come castello ma è scaturito dall’esigenza di controllare la valle del Treste. La collina, in cima ai 727 metri di altitudine di Palmoli, da cui si domina tutta la vallata, era un eccellente punto di avvistamento. E così, attorno all’anno 1000 o poco più avanti, venne costruita la torre, primo nucleo dell’attuale complesso. Oggi la sommità dell’originaria torre esce fuori dall’edificio e la sua costruzione come corpo unico è evidente perchè all’interno è vuota e arriva fino alle fondazioni. Nei secoli successivi in molti luoghi si è verificato il fenomeno dell’incastellamento. Dove erano presenti le torri, in particolari punti strategici, venivano ampliate le strutture. A Palmoli, dove dalla cima della torre si ha una vista libera per decine di chilometri, la torre fu inglobata in una struttura dodecagonale a scarpata. Un’analoga struttura venne costruita nell’angolo opposto del quadrilatero oggi corrispondente al cortile, tra le due era presente un passaggio.  Tra il 1400-1500 venne realizzato il palazzo che, oggi, ospita gli uffici comunali. Poi qui si insediò la famiglia del marchese Severino di Gagliati che, alla metà del 1700, costruì la chiesetta di San Carlo. 

Il presente. Nelle sue varie epoche il palazzo è stato sempre abitato e utilizzato. Negli anni ’30 del Novecento, grazie all’opera di un segretario comunale, venne donato al Comune. Il primo stravolgimento ci fu negli anni ’60-’70, quando l’edificio venne utilizzato per ospitare le scuole di Palmoli. Al termine di quel periodo una parte è stata ristrutturata con gli uffici del Comune che vi hanno trovato posto. In questa fase è stata importante l’opera di consolidamento, poi la ristrutturazione di facciate e tetti. Una seconda fase di ristrutturazione è avvenuta con l’installazione del museo della Civiltà Contadina. C’era un primo nucleo del museo, con l’installazione realizzata da Padre Beniamino. Inizialmente si era pensato di inserirlo nelle otto stanze che girano attorno alla torre. Poi, molte persone, hanno iniziato a donare i loro oggetti “storici” per arricchire il museo che, oggi, divenuto anche multimediale, racconta in maniera coinvolgente la civiltà contadina e la vita di un paese. Oggi nell’edificio ci sono il Comune e la banca e, nella parte di castello che si estende verso il borgo, l’ufficio postale e altri locali. Oltre al museo con l’installazione permanente ci sono sale utilizzate per concerti, mostre e varie iniziative culturali. Interessante è anche la ricostruzione con i mobili originali della farmacia del dottor Cieri. Anche il cortile viene utilizzato, in estate, per diversi eventi.
Inoltre, oggi il castello è il punto di partenza della rete sentieristica "Valle del Treste" inaugurata qualche settimana fa [LEGGI].

Il MuBenIl futuro. La vocazione del castello di Palmoli, oltre ad ospitare la sede del Municipio e altri uffici, in tempi recenti è quella di accogliere iniziative culturali. Il MuBen è un piccolo gioiello che affascina i visitatori, gli spazi espositivi sono ricchi di oggetti del passato che raccontano la vita di questi luoghi. Proprio questo suo utilizzo costante ha permesso di mantenerlo sempre in un “buon stato di salute” e grazie a vari fondi, di procedere passo passo alle necessarie opere. L’evoluzione è legata alle risorse che si riescono a reperire. Da sviluppare i percorsi dedicati agli studenti che, in questa struttura, possono vivere esperienze didattiche molto formative. Ci sono ancora diverse sale vuote che potrebbero essere utilizzate in maniera continuativa per esposizioni e manifestazioni. La conformazione delle sale attorno alla torre - che si dipanano in un percorso circolare -, la loro storicità, il fantastico punto di osservazione rappresentato dalla sommità della torre, sono tutti elementi su cui puntare.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso il castello di Palmoli. “Nei primi anni arrivavano quasi esclusivamente stranieri”, che da queste parti iniziano ad essere presenze frequenti. Ma nel tempo, anche grazie al web che permette di far conoscere le proprie risorse, si vedono anche turisti italiani che iniziano a scoprire i paesi delle aree interne. La collaborazione tra amministrazione comunale e associazioni - che in questo territorio sono preziose per il loro impegno - saprà certamente far nascere nuove inziative per continuare a far vivere il castello di Palmoli proiettando nel futuro la sua millenaria storia.

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Da Palmoli ci spostiamo a Roccascalegna dove c’è uno dei castelli più apprezzati e visitati d’Abruzzo.

Il castello medievale di Roccascalegna, un gioiello incastonato nella roccia

Zonalocale alla scoperta di castelli e palazzi dell’Abruzzo

Sono simboli di un territorio, pietre che raccontano la storia ma parlano al presente. Beni da tutelare e valorizzare perchè continuino ad essere nel tempo punti di attrazione e sviluppo culturale. Castelli e palazzi che si stagliano imponenti sui colli nei paesi dell’entroterra o che impreziosiscono strade e piazze dei centri più grandi. Iniziamo oggi un viaggio, tra passato, presente e futuro, alla scoperta di castelli palazzi che sono beni preziosi della terra d’Abruzzo. Ne racconteremo la storia, il presente - a volte segnato dalle difficoltà per la loro cura - e il futuro.  

È uno dei gioielli del nostro territorio, con l’abbraccio della Majella alle spalle e di fronte il mare che saluta gioiosoda lontano. È il castello medievale di Roccascalegna la seconda tappa del nostro viaggio tra eventi, turismo e cultura, dopo il castello di Palmoli [LEGGI QUI].

La storia. Furono i Longobardi a fondare il comune di Roccascalegna, che oggi conta 1.100 abitanti, nel 600 d.C. e, con tutta probabilità ad aver eretto la torre d’avvistamento prima ed il castello poi sull’imponente ammasso roccioso che domina la valle del Rio Secco, affluente dell’Aventino. Fino al 1525 non troviamo nessuna fonte storiografica che parli del castello di Roccascalegna. In questo anno troviamo però una descrizione della struttura restaurata del castello, in ottemperanza alle nuove esigenze necessarie con l’avvento delle armi da fuoco. Dal 1700 il castello di Roccascalegna ha conosciuto tre secoli di abbandono, nei quali è stato preda delle intemperie e dei saccheggi della popolazione locale, sino alla donazione al Comune di Roccascalegna, avvenuta nel 1985, da parte dell’ultima famiglia feudataria, ossia quella dei Croce Nanni. Immediatamente sono iniziati i lavori di restauro che hanno riportato il castello al suo antico splendore nel 1996.

La leggenda più famosa sul castello di Roccascalegna ha per protagonisti Corvo de Corvis e l’editto dello “Jus Primae Noctis”Pare che nel 1646 il fantomatico Barone abbia reintrodotto questa prassi medievale, in forza della quale ogni novella sposa del Feudo di Roccascalegna dovesse passare la prima notte di nozze con lui invece che con il marito. Non si sa bene se una sposa novella, o se il marito, travestito a sua volta da sposa, abbia accoltellato il Barone nel talamo nuziale ed egli, morente, abbia lasciato la propria impronta della mano insanguinata su di una roccia della torre, crollata poi nel 1940. Benché si provasse a lavare il sangue dalla roccia, esso continuava a riaffiorare e ci sono tutt’oggi persone anziane che sostengono di aver visto la “mano di sangue” anche dopo il crollo.  

Il presente. Oggi il castello è una delle maggiori attrazioni turistiche, non solo del nostro territorio, ma di tutto l’Abruzzo. “La tv con la serie Il nome della rosa o il programma Le meraviglie di Alberto Angela e il cinema americano ci hanno portato alla ribalta non solo nazionale - spiega il sindaco di Roccascalegna, Domenico Giangiordano - e questo non può che farci piacere e spronarci a lavorare sempre meglio sul nostro gioiello”. Già, perché il lavoro dell’amministrazione comunale e dalla pro loco è continuo, concreto e fatto di una grande passione per il proprio territorio che spinge tutti i soggetti interessati ad impegnarsi al massimo per far sì che il castello sia sempre una meta turistica appetibile. Come? Con una serie di eventi che, ormai, sono diventati un cult per turisti, appassionati ed anche autoctoni. “Dopo 14 anni, la Pasquetta al castello di Roccascalegna è un appuntamento fisso - dice il sindaco a Zonalocale - e tra spettacoli, prodotti tipici ed una accoglienza che andiamo affinando anno dopo anno, non abbiamo nulla da invidiare a location ben più blasonate di noi”. E tra poco sarà la volta dei mercatini di Natale, i prossimi 7 e 8 dicembre, tra i vicoli del borgo, fino al castello per godere di un’atmosfera natalizia che, tra stand, spettacoli per bambini ed un coro gospel, è difficile trovare altrove.

La chiesa di San PietroIl futuro. Per guardare avanti, è necessario fare un passo indietro. Al 2015, quando il castello subì un crollo e l’amministrazione riuscì a trovare un finanziamento da 300mila euro dalla Regione Abruzzo ed un altro, di ben 1 milione di euro, dal Governo centrale per il restauro della parte crollata e per apportare migliorie a tutta la struttura. “Qualche settimana fa abbiamo ricevuto la visita del segretario generale dei Beni Culturali perché stiamo progettando anche un restauro interno del castello. - sottolinea Giangiordano - È importante non fermarsi mai perché se muore il castello, muore tutto il paese”. A primavera inizieranno, inoltre, i lavori di restauro della chiesa di San Pietro perché il castello di Roccascalegna è diventato a tutti gli effetti una wedding destination molto ambita. “La scorsa estate abbiamo celebrato 5 matrimoni con rito civile, - ci racconta il sindaco - ma siccome sta crescendo anche la domanda di chi vuole sposarsi con rito religioso, vogliamo metter loro a disposizione anche la nostra chiesa”. 

Insomma, la comunità di Roccascalegna guarda al castello come una eccezionale opportunità di crescita per il territorio che attualmente porta nel borgo oltre 40mila visitatori all’anno. E come non innamorarsi di quel luogo affascinante, misterioso e mastodontico. E poi, da lì, si vede anche il mare…

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di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Foto - Il castello di Roccascalegna

Restiamo nell’area frentana e raggiungiamo quello che è probabilmente lo scorcio più bello di Lanciano: le Torri montanare.

Le Torri Montanare, la più bella cartolina di Lanciano

Zonalocale alla scoperta di castelli e palazzi dell’Abruzzo

Sono simboli di un territorio, pietre che raccontano la storia ma parlano al presente. Beni da tutelare e valorizzare perchè continuino ad essere nel tempo punti di attrazione e sviluppo culturale. Castelli e palazzi che si stagliano imponenti sui colli nei paesi dell’entroterra o che impreziosiscono strade e piazze dei centri più grandi. Iniziamo oggi un viaggio, tra passato, presente e futuro, alla scoperta di castelli palazzi che sono beni preziosi della terra d’Abruzzo. Ne racconteremo la storia, il presente - a volte segnato dalle difficoltà per la loro cura - e il futuro.  

Imponenti, ricche di storie e oggettivamente belle. Le Torri Montanare, con le loro mura che guardano l’Appennino dal quartiere storico di Civitanova, possono dirsi a tutti gli effetti la più bella cartolina di Lanciano.

La storia. Le mura, con le relative torri, riferibiil al XI e XV secolo, vennero erette a difesa del quartiere Civitanova sul colle che era detto "Selva". Quelle che oggi chiamiamo “Torri Montanare” (definite così perché salutano la Majella e il Gran Sasso) erano state costruite nella parte in cui la città poteva essere invasa in quanto posta in pianura e non su ripide scarpate come tutti gli altri punti. Il sistema difensivo era dotato di lunghi camminamenti, con collegamento sotterraneo ad altra parte della città, dove è situata il Torrione Aragonese del quartiere Borgo. Poi, con l'avvento delle artiglierie, le mura furono adeguate alla nuova realtà militare. E, più recentemente, fino al 1992, tutto il complesso si trasformò in un penitenziario, con circa sessanta detenuti e quaranta agenti; un carcere pesante, faticoso, ma allo stesso tempo familiare, proprio nel cuore di Lanciano. 

Il presente. Da struttura difensiva, poi detentiva, oggi il complesso delle Torri Montanare si è trasformato nel Parco delle Arti Musicali. Un parco che ospita le realtà musicali più importanti della città. Dalla scuola civica di musica, al centro ricerche Masciangelo, alla banda Fedele Fenaroli, fino ovviamente all’associazione “Amici della Musica” che, con i suoi concerti delle orchestre giovanili in occasione dell'Estate Musicale Frentana, anima ogni estate la piazza d’Armi con tanti giovani musicisti provenienti da ogni parte d’Italia. Insomma, il complesso delle Torri Montanare e della chiesa di Santa Giovina, da luogo di chiusura e difesa, negli anni, si è aperto alla cultura, che ha dato nuovo respiro ad una struttura nata con ben altri scopi. Ormai da tre anni, l’intero complesso, insieme al largo dell’Appello, ospita anche la settimana medievale organizzata dal Mastrogiurato rendendo la zona una suggestiva cittadella medievale tra stand, spettacoli e giochi d’altri tempi.

Il futuro. Dopo l'intervento di restauro nel 1972, le Torri Montanare necessitano di lavori di messa in sicurezza, consolidamento, restauro e riqualificazione, con l'obiettivo di salvaguardare un patrimonio culturale, architettonico e paesaggistico della città, di grande rilevanza storica. Il progetto di restauro, in linea con le definizioni contenute nella Carta del restauro del 1972, è finalizzato a mantenere l'integrità materiale de bene in modo da garantire la sua trasmissione nel tempo e ad assicurare la conservazione e la protezione dei suoi valori culturali. L'intervento di consolidamento strutturale e di conservazione dei materiali è stato concepito in modo da eliminare il dissesto ed il degrado delle superfici esterne ed interne, riducendosi al minimo gli interventi tecnici così da non lacerare la materia storica stratificata. Le soluzioni progettuali sono tese a realizzare lavorazioni "migliorative" del bene ma "congruenti" e rispettose della storia del monumento.

“Abbiamo inserito le Torri nel portale Art Bonus - dice l’assessore alla Cultura, Marusca Miscia - che mira a trovare dei mecenati che vogliano aiutare le amministrazioni nella conservazione del patrimonio dei beni culturali”. E sono di un anno e mezzo fa i lavori di messa in sicurezza e agibilità della piazza d’Armi a cura dell’amministrazione, per un importo di circa 50mila euro, ma non bastano. Le mure, fuori, stanno letteralmente cadendo a pezzi. “Le Torri Montanare, con l’annesso complesso - spiega l’assessore Miscia - sono per noi snodo centrale della cultura e dell’accoglienza turistica in città e non mi stancherò mai di sollecitare Regione e Sovrintendenza affinché si apra un tavolo comune che tracci le linee guida, concrete, per un serio progetto di restauro conservativo del complesso”.

Servono circa un milione e mezzo di euro, ma un biglietto da visita della nostra città, come le Torri Montanare, lo meritano eccome.

Le altre tappe
Il castello medievale di Roccascalegna - LEGGI 
Il castello marchesale di Palmoli - LEGGI

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di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Foto - Le Torri Montanare di Lanciano

Da uno dei posti più suggestivi e conosciuti di Lanciano raggiungiamo il centro di Casalbordino dove c’è Palazzo Furii: tra ipotesi di restauro e progetti futuri, le stanze nascondono tesori inaspettati.

Palazzo Furii a Casalbordino: in arrivo un Museo, il sogno è il suo recupero

Il viaggio di Zonalocale tra castelli e palazzi del territorio

Palazzo Furii visto da via OrientaleContinua il viaggio di Zonalocale alla scoperta di castelli e palazzi storici del nostro territorio. Un viaggio che vuole fare il punto della situazione - più che una mera narrazione storica - su come questi beni architettonici patrimonio della collettività vengono oggi utilizzati - o non utilizzati - e quali potenzialità possano avere nel futuro. Questa settimana siamo stati a Casalbordino.

La storia. Sono diversi i palazzi che, nel corso dei secoli, hanno impreziosito il borgo di Casalbordino come palazzo Magnarapa, palazzo De Januario, casa Sanese Lemme o palazzo Galante. Il patrimonio comunale oggi può contare su Palazzo Furii, maestosa costruzione che occupa un’ampia porzione di centro storico tra via Mattonata - dove c’è il portone d’ingresso principale, sormontato dalle iniziali AF, probabilmente Antonio Ferrante - e via Orientale. È una costruzione ottocentesca che nasce come Palazzo Ferrante, dalla famiglia che ne era proprietaria e qui vi abitava. Il palazzo ha un massiccio corpo a più piani - e con una sostanziosa dotazione di stanze - che culmina nella torretta da cui si può godere di un panorama davvero unico che arriva al mare e permette di osservare un’ampia porzione di territorio.

Teresa Furii (dal libro di Antonio Presenza)Il palazzo ha un altro corpo - di tre piani - proteso verso via Orientale. Sorgendo lungo quella che un tempo era la via principale del paese - come testimoniato dagli imponenti palazzi che vi sorgono - Palazzo Ferrante era uno scrigno di tesori andati però persi con il tempo e di cui oggi si può solo intravedere la bellezza da ciò che rimane su pareti e soffitti. Nel secolo scorso ci sono state le evoluzioni che hanno portato il palazzo a cambiare nome e poi divenire pubblico. Agli inizi del ‘900 arrivò a Casalbordino come domestica, da Torricella Sicura, dove era nata nel 1907, Teresa Furii. “Alla morte di Donna Onorina (1954) e della sorella Donna Teresina Ferrante (1955) le proprietà furono cedute con atti di donazione alla Badia Benedettina ad eccezione del palazzo di via Mattonata, ceduto alla domestica Teresa Furii”, scrive Antonio Presenza nel suo libro Don Teodorico Lanza, capitano della guardia nazionale. “La Furii, pur rimanendo proprietaria del palazzo, rientrò a Teramo dove vi rimase fino alla morte (11 luglio 1989). Il palazzo, dopo il trasferimento della famiglia Ferrante, fu adibito fino alla metà degli anni ’60 a scuola di avviamento professionale e successivamente, dopo un periodo di totale degrado e abbandono, fu venduto dagli eredi agli inizi degli anni ’80 al Comune di Casalbordino”. Ed è lì che, quello che ormai aveva preso il nome di Palazzo Furii, divenne un bene della comunità casalese.

La parte restaurata e utilizzataIl presente. È stata l’amministrazione guidata da Giovanni Tiberio, all’inizio degli anni duemila, a riaprire le porte di una porzione del palazzo, quella costeggiata da via Orientale, dopo la ristrutturazione del piano terra. Dopo un passaggio come sede della Croce Rossa, ora i locali al piano terra di Palazzo Furii sono utilizzati come spazio culturale, vocazione che gli amministratori casalesi vogliono rafforzare e ampliare. Oltre alle prove della banda, le stanze sono usate per mostre, presentazioni e convegni. L’uso a scopo culturale si estende anche all’esterno, in piazza Papa Giovanni XXIII - chiamato anche Largo Palazzo Furii - dove non mancano le occasioni, durante l’estate, per proporre eventi musicali e culturali.

Una volta nella parte abbandonataIl futuro. L’uso di questo storico e imponente palazzo si divide tra possibilità concrete e sogno. La parte chiusa da tempo, quella a cui si accede da via Mattonata, non è evidentemente in buone condizioni, come si può vedere dalle foto scattate nei giorni scorsi. La struttura è in sicurezza e non dovrebbe presentare problemi di staticità. Ma gli interni - eccezion fatta per la parte inferiore in via Orientale - sono distrutti. In qualche stanza restano sui soffitti i decori di un tempo che fanno intuire come dovesse essere bello e affascinante questo palazzo negli anni del suo splendore. Riportare palazzo Furii “in vita” sarebbe un’operazione complessa e costosa ma che darebbe a Casalbordino un luogo da poter utilizzare in tanti modi. Per ora bisognerà accontentarsi di quello che si può fare con le poche risorse a disposizione nelle casse comunali - o magari con qualche finanziamento -. Il progetto su cui si sta lavorando è la realizzazione di un Museo Civico con “reperti autentici sulla storia e le tradizioni di Casalbordino”. Si continuerà a seguire “la strada di far diventare palazzo Furii uno spazio dedicato alla storia del nostro territorio e alla cultura”, dice l’assessore Carla Zinni. 

LE PUNTATE PRECEDENTI
Il castello di Palmoli
Il castello di Roccascalegna
Le Torri Montanare di Lanciano

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Un angolo in stile liberty che domina la valle del Sangro: è la volta Orsogna e di Palazzo Marcantonio, progettato da Gino Coppedè.

Palazzo Marcantonio, un po’ di fiaba al centro di Mozzagrogna

Elegante residenza privata... da comando tedesco a luogo di concerti jazz

Sono simboli di un territorio, pietre che raccontano la storia ma parlano al presente. Beni da tutelare e valorizzare perchè continuino ad essere nel tempo punti di attrazione e sviluppo culturale. Castelli e palazzi che si stagliano imponenti sui colli nei paesi dell’entroterra o che impreziosiscono strade e piazze dei centri più grandi. Iniziamo oggi un viagio, tra passato, presente e futuro, alla scoperta di castelli palazzi che sono beni preziosi della terra d’Abruzzo. Ne racconteremo la storia, il presente - a volte segnato dalle difficoltà per la loro cura - e il futuro.

Svetta su tutta la vallata del Sangro come un impetuoso palazzone che tiene tutto sott’occhio da lassù. È Palazzo Marcantonio, a Mozzagrogna, progettato dal famoso architetto Gino Coppedè tra fine dell’800 e l’inizio del ‘900, sito in piazza San Rocco, tra la piazzetta del paese ed un panorama da cartolina.

Il palazzo, di proprietà privata, è in stile liberty e presenta i tipici tratti delle realizzazioni di Coppedè tra elementi neoromanici, manieristi e di decorazioni floreali. Nella facciata principale troviamo una serie di avancorpi serviti da una scala monumentale, il palazzo è suddiviso in quattro piani più uno interrato. Sotto il cornicione vi sono delle teste di leone e, a completare la facciata principale ed il prospetto nord, ci sono delle colonne in ordine ionico e delle lesene in stile bugnato. Ma se all’esterno dà l’idea di qualcosa di imponente e mastodontico, all’interno, purtroppo, il progetto non è mai stato completato e la struttura versa ancora oggi in totale stato di abbandono, nonostante alcuni lavori di manutenzione fatti tra gli anni ’70 ed ’80 al tetto ad alla copertura interna. 

Il palazzo, che oggi siamo abituati a vedere così elegante e signorile, durante la Seconda Guerra Mondiale fu scelto come base del comando tedesco proprio in virtù della sua posizione strategica che permetteva alle truppe di Hitler una perfetta visuale sul territorio circostante.

Da circa dieci anni, un netto cambio di scenario, invece. La famiglia Marcantonio, infatti, concede all’amministrazione comunale di Mozzagrogna l’utilizzo dello splendido giardino, ad agosto, per la realizzazione di una serie di eventi e concerti con artisti di respiro internazionale per animare il luogo almeno nelle sere d’estate con l'elegante rassegna Mozzagrogna in Suite.

Cosa fare per rendere il palazzo più appetibile a livello turistico per il territorio? La Regione Abruzzo, con l’amministrazione di Mozzagrogna a fare da tramite, aveva provato a metter su una trattativa con la famiglia Marcantonio per il passaggio di proprietà della struttura così da renderla pubblica e poterla utilizzare come struttura a servizio della collettività. Ma una vera e propria offerta dalla Regione, alla fine, non c’è mai stata e così palazzo Marcantonio è forse destinato a restare un luogo affascinante ma allo stesso misterioso, come i magici castelli delle più belle favole.

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Il castello di Palmoli
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Palazzo Furii a Casalbordino

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Non è conosciuto come dovrebbe, ma Palazzo Procaccini, sede del Comune di Casalanguida, è una dimora storica ricca di fascino.

Palazzo Procaccini: a Casalanguida il Municipio con 400 anni di storia

L’antico palazzo rischiava di scomparire. Dal 1994 è sede del Comune

L'ingresso di palazzo ProcacciniContinua il viaggio di Zonalocale alla scoperta di castelli e palazzi storici del nostro territorio. Un viaggio che vuole fare il punto della situazione - più che una mera narrazione storica - su come questi beni architettonici patrimonio della collettività vengono oggi utilizzati - o non utilizzati - e quali potenzialità possano avere nel futuro. Questa settimana siamo stati a Casalanguida.

Un tempo palazzo signorile, oggi casa di tutti i cittadini. Palazzo Procaccini, nel cuore di Casalanguida, è un piccolo gioiello con tante particolarità da scoprire che si nasconde agli occhi incastonato tra le abitazioni del centro storico per poi rivelarsi nella sua imponenza con i tre piani che lo fanno l’edificio che svetta più in alto tra tutti quelli della città antica. 

La facciata posterioreLa storia. Dai documenti che sono conservati in Municipio e che ci mostra il sindaco Luca Conti, risulta che il palazzo venne costruito attorno al 1600 e presenta una struttura portante in pietra e mattoni. La facciata verso Porta da Capo è suddivisa in tre parti di dimensioni quasi uguali. Tutte le facciate dell’edificio sono trattate in pietra Montagnola, tipica della case site nel luogo, lavorata a faccia vista. La facciata verso via della Torre presenta come elemento architettonico dei balconi in lastre di pietra con capitelli anch’essi in pietra lavorata oltre ad inferriate particolarmente lavorate.

Nei documenti presenti in Municipio si legge ancora che “le notizie più remote reperite fanno attribuire la proprietà del palazzo a Don Alessandro Procaccini, sino al 1782”.  Da allora, attraverso gli anni, si sono succeduti proprietari fino a quando, nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, divenne di proprietà comunale. "Il Palazzo, ha caratteristiche uniche nel suo genere in detto Comune. Al tempo era una meravigliosa dimora gentilizia in pieno centro storico ed ubicata in una posizione preminente rispetto alle altre costruzioni circostanti". 

Il palazzo prima del recuperoIl presente. Quando l’amministrazione comunale di Casalanguida divenne proprietaria del palazzo, questo versava davvero in cattive condizioni. Un progressivo abbandono e le lesioni provocate dal terremoto del 1984 rischiavano di comprometterne la struttura. Venne così effettuata una importante opera di ristrutturazione, curata dal sindaco Antonio Menna, con fondi comunali e della Comunità Montana. Nel 1994, Palazzo Procaccini divenne sede del Municipio di Casalanguida. Altri interventi sono stati poi fatti nel corso degli anni, ammodernando anche gli impianti. Oggi, nei primi due piani ci sono gli uffici aperti al pubblico che sono stati rammodernati anche se, in alcuni luoghi, si conservano elementi che ricordano la storia del palazzo. È così per la stanza all’ultimo piano il cui soffitto è ancora decorato da un affresco. Uscendo sulla grande terrazza che si affaccia sulla valle si può ben capire perché fu scelto questo luogo per la costruzione del palazzo signorile.

Il seminterrato prima del recuperoDa qui, come da altri due lati dell’edificio, si gode di una vista davvero affascinante. Ancora più caratteristico è l’ingresso posteriore del palazzo, che conserva lo stile antico con le sue decorazioni e i suoi capitelli. Suggestivo è l’arco in cui si aprono due finestre da cui si può ammirare la valle. Ma Palazzo Procaccini ha tanto fascino da rivelare anche al piano seminterrato. Metà scavato nel tufo, metà costruito ad archi, quella che oggi è la “Sala della cultura Gildo D’Annunzio” è davvero un piccolo tesoro ben custodito. I resti dell’antico “Trappeto a trabocco”, con la pietra e la macina usate un tempo, regalano un’immagine dei tempi antichi che ancora oggi sono capaci di raccontare un’importante storia.

I resti del trappetoIl futuro. L’utilizzo del palazzo come sede municipale se, da un lato, ha permesso di recuperare questo storico palazzo, dall’altro gli ha dato una connotazione ben precisa che, forse, non riesce ad esprimere tutte le potenzialità. La sala della cultura viene utilizzata per esposizioni e convegni ma potrebbe davvero rappresentare un punto di attrazione per il territorio. Del resto, con i tanti stranieri che con sempre più frequenza scelgono queste zone per acquistare abitazioni, poter valorizzare i beni architettonici potrebbe rappresentare una ulteriore risorsa. “Cerchiamo di essere attenti ai finanziamenti che ci sono a disposizione per valorizzare ulteriormente Palazzo Procaccini - spiega il sindaco Luca Conti -. A breve ci sarà la sistemazione della strada sottostante. Sarà l'occasione per fare altri lavori nelle adiacenze del palazzo. Di certo è affascinante sapere di poter lavorare tutti i giorni in un luogo che, attraverso le sue pietre vive, ci racconta ancora tanta storia”.

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Le Torri Montanare di Lanciano
Palazzo Furii a Casalbordino
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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

Ci spostiamo ora a Fossacesia, dove c’è Palazzo Mayer, edificio di notevole interesse realizzato nel 1835 da una famiglia austriaca arrivata in Abruzzo.

Palazzo Mayer, a spasso tra i secoli nel centro di Fossacesia

Parte del sito donata dagli eredi al Comune di Fossacesia per scopi turistici

Sono simboli di un territorio, pietre che raccontano la storia ma parlano al presente. Beni da tutelare e valorizzare perchè continuino ad essere nel tempo punti di attrazione e sviluppo culturale. Castelli e palazzi che si stagliano imponenti sui colli nei paesi dell’entroterra o che impreziosiscono strade e piazze dei centri più grandi. Iniziamo oggi un viagio, tra passato, presente e futuro, alla scoperta di castelli palazzi che sono beni preziosi della terra d’Abruzzo. Ne racconteremo la storia, il presente - a volte segnato dalle difficoltà per la loro cura - e il futuro. Oggi siamo a Fossacesia.

Sorto nel 1835, fuori dalla originaria cinta urbana del paese, oggi si trova in pieno centro, come a voler controllare la città e ciò che accade nel suo cuore pulsante. È Palazzo Mayer.

Il passato. Edificato da Michelangelo Mayer, membro della famiglia di origine austriaca stabilitasi a Fossacesia già alla metà del diciottesimo secolo.

Il palazzo presenta la consueta tipologia della residenza gentilizia di città. Vaste dimensioni, edificato a pianta rettangolare su tre livelli, con vari ambienti al piano terra adibiti a magazzini e numerosi altri al primo e secondo piano, riservati a residenza della numerosa famiglia. La parte superiore del fronte principale si divide in sette parti, quella laterale in tre. Dalla cornice marcapiano si dipartono, sul fronte, slanciate lesene sormontate da capitelli compositi in pietra. I balconi, sormontati da timpani triangolari poggiano su mensole a volute in pietra, sono sostenuti ciascuno da tre elaborate mensole sempre in pietra, decorate da volute vegetali e da figure antropomorfe. Sette i portoni, ognuno per ogni discendente della famiglia.

Il viaggio all’interno di Palazzo Mayer è un viaggio trasognante in cui sembra quasi di attraversare i secoli a ritroso tra immagini di guerra, antichi boudoir, foto di matrimoni di inizio ‘900 e cucine con gli utensili d’epoca.

Il presente. Palazzo Mayer resta di proprietà privata e ospita anche un b&b ma, nel settembre 2018, il consiglio comunale di Fossacesia ha deliberato all’unanimità l’acquisizione di una parte del palazzo, donata alla città dagli eredi della famiglia Mayer, Lorenzo Micaela Pantano e Pietro De Laurentiis. L’amministrazione ha disposizione 10 locali dell’edificio e per la sua ristrutturazione il consiglio ha deciso di privilegiare interventi in partenariato pubblico e privato. 

Il futuro. L’amministrazione ha deciso di favorire progetti per l’utilizzo di alcuni spazi per ospitare attività ristoratrice e ricettive, altri per finalità socio-culturali o istituzionali. Altre ambizioni future? Utilizzare sempre più il bene architettonico in una visione di sviluppo economico-culturale che, posto al centro di un recupero integrato, potrebbe diventare buona prassi per il recupero di analoghi manufatti di cui il territorio è ricco.


LE PUNTATE PRECEDENTI
Il castello di Palmoli
Il castello di Roccascalegna
Le Torri Montanare di Lanciano
Palazzo Furii a Casalbordino
Palazzo Marcantonio a Mozzagrogna
Palazzo Procaccini a Casalanguida

di Martina Luciani (m.luciani@zonalocale.it)

Il patrimonio architettonico del territorio è fatto purtroppo anche di edifici in abbandono da recuperare. È il caso di Palazzo Ciccarone a Vasto, al centro del nostro nuovo viaggio.

Dentro il Palazzo Ciccarone, lo scrigno di storia in cui da trent’anni non entra nessuno

Gli eredi vogliono donarlo al Comune. D’Adamo: "Archivio di Stato e museo del gusto"

Vasto, Palazzo Ciccarone: la cartina dipinta sul soffitto della stanza della geografiaA un certo punto alzando la testa si vede, dipinta sul soffitto, una cartina rovesciata dell'Italia. "Questa è la stanza della geografia. Si prendeva uno specchio in modo da poter guardare lo Stivale dal verso giusto", spiega l'architetto Francescopaolo D'Adamo mentre porta Zonalocale dove da trent'anni non entra nessuno.

Tra le viuzze della Vasto antica, in corso Plebiscito, c'è uno scrigno di storia e di cultura: il maestoso Palazzo Ciccarone, dove il tempo si è fermato.

La storia - Questa fu la casa di Francesco Paolo Ciccarone, che la acquistò nel 1823 dalla famiglia de Nardis. E fu l'abitazione degli eredi, tra cui il figlio Silvio, che contribuì all'Unità d'Italia, e il nipote, Francesco Ciccarone, deputato del Regno d'Italia dal 1904 al 1919.

Tuttora, nell'archivio online della Camera, rimangono molte trascrizioni dei suoi interventi nell'Aula di Montecitorio, come quello dell'8 giugno del 1905, quando chiese la costruzione "di quel faro della Punta della Penna, che dal 1881, dalla bellezza cioè di vent'anni, si trascina in lungaggini amministrative di ogni sorta".

Francescopaolo D'Adamo nella biblioteca di Palazzo Ciccarone"Dalla fine del Settecento - riassume D'Adamo - i Ciccarone parteciparono alla vita politica e negli archivi di questa famiglia è racchiusa la storia cittadina, e non solo, degli ultimi due secoli".

L'idea - Questo straordinario palazzo è disabitato dalla fine degli anni Ottanta. Gli eredi lo hanno offerto in donazione al Comune; il primo contatto negli anni Novanta con l'amministrazione Tagliente, poi altre proposte verbali a partire dal 2003. 

I segni del tempo si vedono, causati soprattutto dalle infiltrazioni dal tetto. L'acqua piovana ha fatto danno, ma il pregio storico rimane grande. Palazzo Ciccarone va restaurato. Il problema principale, però, è trovare i finanziamenti necessari ed è probabilmente questo ad aver frenato l'acquisizione dell'edificio al patrimonio comunale.

La stanza rossa di Palazzo Ciccarone"In base a un computo metrico in mio possesso - dice D'Adamo - per metterlo a posto servono 800mila euro. Oltre a recuperare la biblioteca, si potrebbero realizzare due progetti: usare una parte del palazzo come sezione dell'Archivio di Stato e nell'altra fare il museo del gusto in cui custodire testi e manoscritti delle storiche ricette vastesi, consultabili previa prenotazione, così da non perdere i sapori della nostra tradizione. Esistono già altri musei simili. In questo modo il palazzo può diventare un luogo interessante per i turisti e produrre reddito per il Comune".

La biblioteca - Palazzo Ciccarone è anche una fonte di conoscenza. Due stanze sono dedicate alla biblioteca. Nei giorni in cui apre il nuovo Polo bibliotecario Mattioli, riemerge dal passato quest'altro luogo di cultura. Da salvare.

La stanza rossa - "Qui, tra il '44 e il '45, alloggiarono gli ufficiali inglesi", racconta D'Adamo, che indica il pavimento: "A un militare partì accidentalmente una raffica di mitra, che lasciò questi segni. Nessuno rimase ferito". Quei divani rossi hanno una storia da raccontare. 

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di Michele D’Annunzio (m.dannunzio@zonalocale.it)

Foto - Vasto: dentro il Palazzo Ciccarone, dove da trent’anni non entra nessuno

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