ROMA – È termina ieri la Prima Sessione del Sinodo sulla sinodalità con la celebrazione presieduta da papa Francesco nella Basilica Vaticana. I lavori sinodali svolti quest’anno, nella Prima Sessione, tenutasi in Vaticano dal 4 al 29 ottobre, ripartiranno poi il prossimo ottobre, con la Seconda ed ultima Sessione. Nel frattempo il lavoro proseguirà nelle chiese diocesane.
Si è trattato di 25 giorni di lavoro intenso e appassionato dei circa 350 membri dell’assemblea sinodale, di cui tre quarti erano vescovi ed il quarto restante era formato da presbiteri, diaconi, religiosi, religiose e laici in rappresentanza di tutto il mondo, segno di grande apertura, rispetto ai sinodi precedenti a cui intervenivano solo i vescovi. La relazione finale di questa Prima Sessione, non è nulla di definitivo; si tratta infatti di un testo transitorio per accompagnare le relazioni del prossimo ottobre 2024.
Tra i 5 vescovi italiani a capo di una diocesi, chiamati a parteciparvi, anche mons. Bruno Forte, arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, che in un’intervista per il quotidiano Avvenire, afferma: «Tema dei lavori è stato quello della “sinodalità”, intesa come la comunione che unisce i discepoli del Risorto, valorizzando la dignità di ciascuno e mettendo in circolo i doni fatti dallo Spirito a ognuno perché si esprimano nella partecipazione al cammino comune e nello slancio missionario della Chiesa tutta, senza cui nessuna unione a Cristo sarebbe autentica e feconda.
Il Sinodo è stato un tempo di fraternità, che ha unito nella fede e nella gioia dell’amore ricevuto e donato donne e uomini fra loro diversissimi, accomunati dall’incontro che ha segnato le loro vite, quello col Signore Gesù nella Sua Chiesa. È stata proprio questa consolante esperienza di fraternità a far avvertire ancor più la drammaticità dei conflitti in atto, a cominciare da quello nella martoriata Ucraina, fino a quello esploso proprio durante i giorni del Sinodo in Terra Santa con l’inaudita violenza dell’attacco perpetrato dai terroristi di Hamas contro Israele. L’appello alla pace, risuonato ancora una volta nelle parole di papa Francesco e nella preghiera da lui presieduta nella Basilica di San Pietro per invocarne il dono da Dio, è stato caratterizzato dalla coralità delle voci dei partecipanti al Sinodo, provenienti da ogni parte del “villaggio globale”.
Una seconda caratteristica dell’esperienza sinodale mi sembra sia stata quella di una grande libertà di parola: fortemente incoraggiata da Papa Francesco, questa libertà è stata esercizio concreto del rifiuto di quel clericalismo autoreferenziale e ottuso, che – come ha più volte ripetuto il Papa in questi anni – svuota la vita cristiana di freschezza e autenticità e riduce la Chiesa a forma esteriore, senz’anima né verità né bellezza. Il lavoro nei circoli, radunati intorno a tavoli a gruppi di dodici persone, ha permesso un notevole scambio di esperienze e riflessioni nella “conversazione nello Spirito”, vissuta in assoluta franchezza, traducendosi nelle assemblee plenarie in occasioni in cui le voci più diverse hanno trovato spazio e il vissuto di donne, uomini, presbiteri, laici, consacrati e consacrate ha potuto esprimersi senza remore o timori di fraintendimenti. Se a volte ciò è avvenuto a prezzo di qualche ripetitività, l’aspetto incomparabilmente positivo è stato che tutti si sono sentiti liberi di raccontarsi e di presentare ferite, sfide e problemi dei loro vissuti con sincerità e fiducia profonda. Questa scioltezza e facilità di parola sono sembrati a tanti un vero dono dello Spirito, confermando il desiderio di Francesco di fare della Chiesa tutta un laboratorio di umanità autentica, libera da forme e prassi sterilizzanti, capace di accogliere, accompagnare e integrare persone diverse, provate non di rado da esclusioni ed etichettature paralizzanti.
Infine, si è sentito forte il richiamo a vivere la Chiesa in uscita, tanto sottolineato dal Papa: il Vangelo è grazia che spinge a comunicare ad altri la bellezza del dono ricevuto. Una Chiesa senza passione missionaria è un corpo morto, che tende a ripiegarsi su di sé fino a consumarsi nell’autocelebrazione o nella paura propria di una cittadella assediata. La sinodalità è comunione, partecipazione e missione, e dove quest’ultima mancasse anche le altre due dimensioni si rivelerebbero carenti o malate. Una Chiesa missionaria è dimentica di sé, non nel senso di non amarsi come dono ricevuto dal Signore, ma in quello che rende il dono stesso fecondo proprio nello spendersi perché a tutti giunga la bellezza dell’amore divino, che in Gesù Cristo è stato offerto agli uomini. La vita eterna è grazia da accogliere ed offrire a tutti, attraverso l’annuncio del Vangelo, la grazia dei sacramenti e l’impegno per la cura e la salvaguardia del creato, che Dio ha affidato all’uomo come giardino da coltivare, in cui condividere la ricchezza dei doni che il Creatore ha fatto alla Sua creatura. L’appello per un’etica e una spiritualità ecologiche ha evidenziato come la Chiesa sinodale missionaria sia chiamata ad attuarsi anche nell’impegno per un’ecologia integrale, che investa ogni dimensione dell’esistenza e tutta la ricchezza delle relazioni possibili fra gli esseri umani e l’intera creazione. Uno sguardo particolare è stato rivolto ai giovani, cui la Chiesa sa di poter offrire il senso della vita che viene dalla gioia del Vangelo. Lungi dal chiudersi in se stessa, la Chiesa sinodale è fermento di vita nuova e piena per tutti, ispiratrice di prassi impegnate al servizio della giustizia, della pace e della salvaguardia dell’ambiente affidato da Dio a tutti noi.