Vasto   Personaggi 27/11/2021

Beatrice Pelliccia, acting coach di Lady Gaga: "Nella vita ci deve essere qualcuno che crede in te"

Da Vasto agli States per studiare recitazione. Al debutto uno show su Amy Winehouse

Beatrice PellicciaIl suo nome inizia ad essere più conosciuto, visto che, una settimana fa, Lady Gaga - al secondo Stefani Germanotta - durante l’intervista con Fabio Fazio per presentare il film House of Gucci, in cui interpreta il ruolo di Patrizia Reggiani, l'ha citata e ringraziata, ripetendosi poi in altre interviste tv. Beatrice Pelliccia, attrice e acting coach 27enne, è stata la preziosa guida che ha aiutato la star americana ad entrare nel personaggio - che vedremo nel film in uscita in Italia il 16 dicembre, mentre in America è già in sala da tre giorni -, facendole acquisire il giusto accento. Un’esperienza che impreziosisce il percorso artistico e lavorativo di Beatrice Pelliccia che, partita dall’Abruzzo, si divide tra New York e Roma. Incrociando i fusi orari abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lei - le cose da raccontare erano davvero tante -, partendo subito dallo sciogliere un dubbio sulla città delle sue origini, a metà “tra San Salvo, dove sono vissuta per diversi anni e Vasto, dove poi mi sono trasferita e ho frequentato le scuole fino al liceo scientifico. Ma ho legami e amici in tutte e due le città, magari per me potremmo coniare un nuovo termine per definire bene la provenienza”. È, in ogni caso, una figlia di questa terra che nel mondo artistico si sta costruendo una strada luminosa.

- Torniamo indietro di qualche anno. Com’è iniziato il tuo percorso?
Terminate le superiori sono andata a Roma per studiare recitazione. Ho scoperto Susan Batson grazie al mio insegnante e da lì ho sentito l’esigenza di trasferirmi a New York per studiare con lei. E così, nel 2017, ho preso l’areo direzione Stati Uniti.

- Come sono andati i primi approcci con il mondo americano?
Sono venuta qui come ragazza alla pari, ospite di una famiglia. Dopo il lavoro con i bambini andavo in studio per studiare recitazione con Susan. È stato pesante conciliare i due lavori. Susan, dopo quasi due anni, mi ha dato una borsa di studio e da lì ho potuto iniziare a studiare più giorni e più ore fino a costruire uno one-woman-show su Amy Winehouse

- Hai avuto difficoltà con la lingua? Considerando che, un conto è farsi comprendere nella vita quotidiana, ben altra cosa è recitare in un’altra lingua. Eri già preparata a questo?
Quando sono arrivata non parlavo inglese. I primi mesi sono stati difficilissimi, avevo dei bambini di cui prendermi cura e senza parlare la stessa lingua era complesso. Poi andavo in studio da Susan e cercavo di capire il più possibile senza comunque riuscire a comprendere tutto. Ho iniziato a guardare tantissimi film, a ripartire studiando di nuovo la grammatica. Perché, è vero, recitare in inglese è tutta un’altra cosa.

Beatrice nei panni di Amy Winehouse- Superando i timori di un nuovo percorso, il vivere dall’altra parte dell’oceano, hai affontato la prova, non semplice, di recitare in inglese. Com’è stato il debutto?
Ho vissuto l’esperienza più bella della mia vita
. Ero convinta che non venisse nessuno, ero certa di dimenticare tutte le battute, di non provare nessun tipo di emozione. E poi, salita sul palco, mi sono completamente persa nel mio personaggio, quindi qualcosa di positivo per un’attrice. Credo sia una delle cose più belle che mi sono successe. 

- Hai scelto un personaggio complesso da raccontare. E poi eri sola sul palco, senza neanche avere un altro attore a cui appoggiarti quando magari arriva quel momento di incertezza.
Non ero sola, perché c’era Amy con me, l’ho sentita davvero. Lavorare su di lei è stato davvero complesso, perché il lavoro di preparazione è durato diversi mesi. Ho fatto tante ricerche, sono andata a Londra, nei posti che frequentava, ho incontrato i suoi amici. Sono andata al cimitero ed è stata un’esperienza che mi ha segnata. E poi ho incontrato la bambina che voleva adottare, che adesso è una donna. Quando l’ho vista da una parte mi sentivo a disagio nell’interpretare Amy, dall’altra ho sentito crescere un forte senso di responsabilità. Ho compreso a fondo che non ero io a dover fare questo spettacolo, non era un lavoro su di me. La domanda che continuavo a farmi era: come mettiamo in scena un’altra vita in scena? Senza dire nulla di sbagliato, senza offendere le persone che lei amava. La vera difficoltà penso sia stata il processo per poi arrivare allo spettacolo. Però quel percorso mi ha segnata, lo spettacolo di Amy ha cambiato anche il mio essere attrice. Ho davvero capito cosa vuol dire sentirsi un’altra persona addosso. Una persona che ha un’altra voce, ha un altro corpo, ha altre difficoltà, altri traumi infantili. Ricostruire lei è stato complesso ma bellissimo.

- Un esordio come forse non ti saresti mai potuta aspettare quando hai preso il primo aereo per New York. Da quel momento come è proseguito il tuo percorso?
Sono successe tante cose, ho iniziato a credere che potevo fare questo lavoro. In un certo senso ci ho sempre creduto, del resto ho cambiato la mia vita per questo. Però, con questo spettacolo, ho capito cosa vuol dire la recitazione. Non è imparare le battute a memoria, non è mettersi dei vestiti addosso ma è sentire un’altra persona dentro di te, dare a quella persona lo spazio di esistere. E questo l’ho davvero capito con Amy grazie alla tecnica di Susan, che va a toccare il tuo vissuto per arrivare al personaggio. Essere seguita da Susan Batson e Carl Ford mi ha aperto un mondo.

- L’imprevisto era però dietro l’angolo. È arrivato un 2020 che, se per tutto il mondo è stato difficile, per il mondo dello spettacolo è stato ancor più complicato. Come l’hai vissuto?
È stato un caos. Lo studio a un certo punto ha chiuso, i provini si sono fermati, non ho potuto più fare lo show nonostante fosse già in programma in altri teatri. È stato doloroso perché, dopo tutto quel lavoro, bisognava fermarsi. Ho iniziato il training con Susan e Carl per diventare insegnante. Da lì ho iniziato a creare delle classi online, con attori italiani, cercando di insegnare questo metodo che ti tocca davvero l’anima. Non pensavo di avere una risposta e invece diversi ragazzi si sono iscritti e ho iniziato con loro, anche se eravamo online. Ho cercato di trasmettere questo metodo e ho visto tutto ciò che loro potevano fare, anche stando davanti a un computer. Con la loro voglia di imparare mi hanno insegnato tanto. 

Sul set con Lady Gaga- Hai studiato recitazione, insegnamento e poi sei arrivata nel mondo del cinema come acting coach di Lady Gaga. Come è iniziato questo progetto?
Susan aveva lavorato con Stefani – l’ho chiamata e continuo a chiamarla sempre così - nel film A star is born. In House of Gucci, interpretando Patrizia Reggiani, c’era la difficoltà di portare sul set una donna italiana, oltre che un personaggio. Stefani voleva imparare l’italiano, voleva un’acting coach italiana al suo fianco e ci siamo incontrate tramite Susan. La prima volta in cui ci siamo viste mi sono presentata ed era lei a dover decidere se potevo andare bene. Per un attore, l’acting coach è una figura particolare, ti devi fidare. Si crea un’intimità, ci sono fiducia e stima da condividere. Lo so perché per me Susan è tutto questo. Avevo tanti dubbi ma, appena ci siamo incontrate, lei ha detto “ok, voglio lavorare con te”. Abbiamo iniziato con l’italiano – e con l'accento italiano dell'inglese  – lavorando online, io a New York, lei a Los Angeles. Abbiamo costruito il personaggio, dalla ricerca di chi era Patrizia, da quando era bimba, la sua famiglia, da dove viene, quali sono stati i suoi traumi. Una volta costruito il personaggio siamo andati sul testo, sulla sceneggiatura. E lì c’è stato un percorso di recitazione e accento che dovevano andare di pari passo. 

- Oltre alla preparazione sei stata con lei anche sul set. Che esperienza hai vissuto?
Stefani mi ha chiesto di essere sul set con lei
. Sono stati tre mesi intensi, avevamo solo un giorno di pausa ogni settimana. I ritmi erano davvero serrati, la sera, rientrando in hotel, si lavorava già per il giorno dopo. Tutto questo mentre eravamo in zona rossa, non c’era modo di uscire o fare altro. È stata una vera full immersion nel personaggio e nel progetto.

Hai avuto occasione di vivere a stretto contatto con una produzione importante. Per la Beatrice attrice cosa ha rappresentato?
Penso che questa sia un’esperienza che mi porterò dietro per sempre. Quando entri su un set del genere sembra di essere in un altro mondo, c’è un’altra dimensione spazio-temporale, c’è una professionalità fuori dal comune. Sei lì con Ridley Scott che riesce a vedere le cose prima che accadano. Già solo poter osservare questo, per un’attrice, è incredibile. Vedere come parla Al Pacino, come si muove, come si prepara. Con Jeremy Irons ho condiviso anche un bel momento di confronto, è una delle persone più umili che ci sia. Ho compreso fino in fondo che puoi essere chi vuoi ma al primo posto devi mettere l’umilità. Jared Leto, un mostro nel creare personaggi. Ho due scene con lui e recitare con lui è stato un altro momento che mi ha trasmesso tantissimo, mi ha insegnato a stare nel personaggio. E poi Stefani, che mi ha insegnato troppe cose. Ho vissuto la fiducia che deve esserci tra un’attrice e un’acting coach, ho imparato a stare sul set. Vedere il lavoro che lei faceva potendo stare a due passi dal centro del set è stata una delle cose più belle. La sera si provava una scena in hotel e poi, il giorno dopo, accadeva davvero sul set.

- Nel tuo percorso ti sei messa alla prova con un’occasione importante. E se c’è questo riconoscimento pubblico da parte di Stefani – Lady Gaga, vuol dire che sei riuscita davvero a centrare l’obiettivo sia dal punto di vista professionale che umano.
Non mi aspettavo questo. Lavorare tanti mesi con un’attrice, scambiare tante cose personali, è davvero difficile. In un certo senso, quando si andava sul set, lo si faceva insieme. Si portava questa energia, tutti i giorni, per tre mesi. C’era uno scambio di emozioni tra noi in cui ho cercato di dare la mia parte umana. Non sono in grado di insegnare con un distacco, di insegnare con freddezza. Sono così anche con gli allievi del mio corso. 

- Questo progetto arricchisce il tuo bagaglio di esperienze. E adesso, cosa ti aspetta?
Io sono veramente un disastro nel vedere il mio futuro. Sto continuando a studiare il più possibile perché penso che la recitazione, come tutte le arti, non abbia mai una fine. Non puoi dire mai un giorno “ho finito di imparare, non ho più niente da fare”. Sto studiando con Larry Moss, altro acting coach americano, continuo a studiare con Susan. Voglio continuare le mie classi perché sento una responsabilità verso quello che ho creato con i miei ragazzi. Vorrei continuare a fare lo show di Amy Winehouse e portarlo a Londra per dare il ricavato alla fondazione in sua memoria. C’è anche una sceneggiatura che vorrei mettere su il prima possibile, ma servono comunque 6-7 mesi di lavoro per farlo. La verità è che non voglio mai sentirmi arrivata, non voglio vedere la parte di me che si ferma. E poi vorrei iniziare a studiare psicologia, lo sto già facendo ma non ancora mi iscrivo all’università. Questa tecnica di Susan va ad esplorare tanti traumi, tanti bisogni dell’infanzia. E mi sono resa conto che più cose si sanno della psicologia, della mente umana, dell’anima, più si può insegnare questo metodo in maniera più incisiva. 

- Anche se ti dividi tra Roma e New York il tuo impegno principale è negli Usa. Ti vedremo mai con uno spettacolo in italia?
Mi piacerebbe, ma intanto dovrei trovare un’agenzia in Italia. Sono italiana e vorrei lavorare lì con questo metodo. Ecco, forse un altro obiettivo della mia vita è portare questo metodo in Italia, lo sto facendo, per ora, online. Ho fatto un workshop ad agosto e ne farò uno il prossimo anno. 

- La tua storia racconta che nella vita ci sono delle occasioni che arrivano, magari quando meno te lo aspetti, ma devi essere bravo a coglierle facendoti trovare pronto e preparato.
Tante cose nella vita capitano così. Il segreto, un po’ in tutti i lavori, è essere preparati il più possibile. Sono anche convinta che ci deve essere qualcuno che crede in te, in quello che puoi fare. Susan ha creduto in me, diversi anni fa, e non potrò mai ringraziarla abbastanza. Con Carl Ford è lo stesso, anche grazie a lui abbiamo messo su lo show, il mio percorso umano l’ho fatto con lui. E poi Stefani, lei è un’altra donna che ha creduto in me. Poteva tranquillamente non farlo, non sono famosa, il mio nome non è sui cartelloni di cinema e teatri del mondo, non era scontato che mi scegliesse solo perché sono italiana. Invece lei ci ha creduto. Nella vita di un artista, ma poi penso in generale, qualcuno deve credere in te. Mi hanno insegnato che devi credere in qualcuno. Adesso sto cercando di fare questo con i miei studenti, voglio credere in loro. Il talento non basta, la preparazione a volta non basta, serve qualcuno che ti dia fiducia. Può essere una sola parola, una frase, a cambiarti la vita.

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

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