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I giochi di una volta

L’approfondimento storico-culturale di Antonio Petrucci

I ricordi più lontani che ho sui giochi che facevo da ragazzo affondano, ahimè, a una sessantina di anni fa. In quel periodo, per noi ragazzi (nati in uno sperduto paesino del vastese, Fresagrandinaria), soldi da spendere ve n’erano pochini e i giochi dovevamo inventarli. Ogni oggetto che ci passasse per le mani, dunque, scatenava la nostra fantasia: la scopa diventava un focoso destriero che ci catapultava nel mondo dei fumetti che, occasionalmente, ci passavano per le mani (Capitan Miki, Piccolo Ranger, Zagor, Tex Willer). Le stecche metalliche di un vecchio ombrello, opportunamente trasformate in arco e frecce, ci proiettavano al tempo di Robin Hood. Le guaine rigide di plastica per impianti elettrici (cannelli) diventavano letali cerbottane per sparare proiettili di carta nelle furibonde battaglie che facevamo tra gruppi di quartieri rivali. Una vecchia ruota di bicicletta, privata dei raggi metallici, ormai piegati e arruginiti, diventava un veicolo guidato con grande abilità (per mezzo di un bastone fatto scorrere nell’incavo del cerchio), col quale percorrere le strade del paese. Un mucchio di sabbia e mattoni per l’edilizia, scaricato su uno slargo del paese, diventava, nel giro di pochi minuti, un plastico meraviglioso dove apparivano: strade, ponti, tunnel sotterranei, che percorrevamo con automobili che, in realtà, erano solo schegge di mattoni.

A sera, per le viuzze del paese, i giochi continuavano: quello da noi preferito era: “Curreattac” (corri e acchiappa). Due gruppi di ragazzi erano protagonisti: il primo si nascondeva nei ricetti più impensabili del paese (stradine buie, portoni lasciati aperti, stalle di animali, siepi), il secondo gruppo, al segnale convenuto, cercava gli avversari fino a scovarli tutti (era consentito l’uso delle prime torce elettriche che per noi rappresentavano l’arma “tecnologica” vincente).

Altro gioco da noi praticato era lo “jondacaval” (salta a cavallo). Due gruppi di ragazzi si alternavano nel ruolo di “cavallo” (quelli che stavano in fila appoggiati a un muro, chinati in avanti, a formare la groppa di un cavallo); e di “cavalieri” (quelli che saltavano in groppa al cavallo, cercando di fare un salto lungo per lasciare posto ai propri compagni). Vinceva il gruppo che non cedeva sotto il peso dei cavalieri o per la precarietà del loro salto.

Non saprei dire quali conseguenze abbiano avuto quei giochi sulla nostra vita di adulti. Certamente hanno sviluppato in noi la capacità di sognare; di autoproiettarci da una realtà povera di stimoli (quella del paese), verso una “virtuale”, regno dell’immaginario, dove unico limite era la mancanza di fantasia.

Ma quei giochi di ragazzi, a pensarci oggi, erano anche (inconsapevolmente) il riaffiorare di pulsioni ancestrali quali la caccia (come per gli uomini del Paleolitico che, in gruppo, cercavano le prede). O la guerra, dove eternamente riaffiorano conflitti fra gruppi rivali. O, infine, erano la parodia di tornei medievali dove i cavalieri si misuravano in prove di abilità, davanti ad un pubblico che, nel nostro caso, era quello di paesani ben disposti a tifare per l’uno o l’altro gruppo, tra lazzi e battute ridanciane.

I miei nonni e mio padre mi raccontavano dei giocattoli che, a loro volta, costruivano con gran divertimento e con mezzi ancora più poveri dei nostri: la racanel (raganella) che consisteva in una sezione di canna comune, tagliata in maniera tale da lasciare pervia solo una delle due estremità.

Sul lato aperto venivano praticati due tagli longitudinali paralleli, lasciando una specie di ancia su un solo lato. Veniva poi inserita una rotella dentata in legno, collegata alla canna mediante un asse metallico che fungeva anche da impugnatura. Facendo roteare la canna, la rotella dentata, a contatto con l’ancia, produceva un suono simile al gracidare della raganella. Questo semplice strumento veniva usato durante la Pasqua o a Carnevale.

Altro giocattolo era la siringa spara acqua, realizzata con una sezione di canna comune, pervia su una sola delle due estremità. Sull’altra estremità, quella chiusa, si praticava un piccolo foro. Veniva poi inserito nella canna un pistone di legno che, tirato all’indietro poteva aspirare acqua (come una pompa di bicicletta) e, spinto in avanti, spruzzava l’acqua su qualche malcapitato.

Il fucile era realizzato con una piccola asse di legno sagomata a forma di fucile. Dalla parte del calcio era fissata con un chiodino una molletta per bucato, pure in legno. Sulla canna erano fissate le due estremità di un elastico ricavato da una vecchia camera d’aria. Tirando l’elastico lo si fissava alla molletta e si poneva un sassolino a contatto dell’elastico. Premendo la molletta, l’elastico scagliava il proiettile a una discreta distanza.

La mazz e vrej (la Lippa). In Puglia (Bisceglie) prende il nome di mazzarèid (G. Pitrè, Giuochi fanciulleschi siciliani, Palermo,1883). Era un gioco molto diffuso che si praticava con un bastone lungo circa mezzo metro e un piolo di legno appuntito sui due lati. Il gioco consisteva nel colpire il piolo col bastone e, una volta per aria, colpirlo di nuovo facendolo andare il più lontano possibile.

La fròzz. Giocattolo piuttosto pericoloso, infatti, veniva usato per colpire piccoli uccelli. Era ricavato da un ramo a forcella, opportunamente tagliato (lasciando l’impugnatura e due piccoli rebbi). Veniva completato con l’aggiunta di due elastici e una toppa di cuoio che ospitava il sasso da lanciare.

Il carrarmato. Era un giocattolo semovente ottenuto da un rocchetto di legno attraversato da un elastico fissato alle due stremità mediante una o due piccole stecche di legno lunghe una decina di centimetri. Queste venivano caricate e Il carrarmato, appoggiato a terra, si spostava lentamente.

Le bambine preferivano dedicarsi a giochi più tranquilli. Il “gioco della corda”. Si giocava in tre: due bambine facevano oscillare una lunga corda, mentre la terza saltava cercando di non inciampare in questa. La “mosca cieca” era un gioco di gruppo nel quale una bambina veniva bendata e, senza poter guardare, doveva cercare di afferrare una delle compagne che, poteva scansarla agevolmente, potendo guardare.

Antonio di Nino, studioso abruzzese delle tradizioni popolari, ha lasciato nella sua monumentale opera “Usi e costumi abruzzesi”, una descrizione dettagliata di giochi fanciulleschi. Egli scrive nel secondo tomo della sua ricerca:

“Se volessi descrivere tutti i giuochi che fanno i nostri fanciulli, empirei un volumone. Accennerò dunque i più caratteristici (...) Si trova una pietra alta o si va a un gradino di scala, e per turno vi si monta su. La fanciulla, che sta lì sopra, allarga le braccia, le gira attorno facendo molinello, e pronunzia questi versi:
Zumpe zumpitte, calecagnitte:
Damme la mano, ca vuoglie zumpà'.
Tienghe gli uomene a zappa',
E le femmene a summunnà':
Zumpe zumpitti, ca vuoglie zumpà' “. 

Il De Nino chiosa con queste parole: “(…) con le reminiscenze dei lavori campestri, come se la fanciulla fosse già donna di casa”. 

I giochi, dunque, sia nel caso dei ragazzi che delle ragazze, non erano (e non sono neppure oggi) quasi mai una mera “perdita di tempo” ma la prefigurazione della vita da adulti, nella quale le esperienze fanciullesche si traducevano (e si traducono) in vita vera.  

Antonio Petrucci

Bibliografia:
Antonio De Nino, Usi e costumi abruzzesi, tomo II, Firenze, 1881
G. Pitrè, Giuochi fanciulleschi siciliani, Palermo,1883

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