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Afghanistan, "L’altro volto della medaglia"

La riflessione di Benedetta Argentieri

Foto AfpÈ difficile pensare che in un’altra parte del mondo la situazione sia così tanto diversa dalla nostra, che sia così dura, difficile, inverosimile.

Siamo inondati da notizie agghiaccianti: vediamo foto, video e non ce ne capacitiamo. Siamo di fronte a quel genere di situazione che si può comprendere solamente dopo averla vissuta, provata sulla propria pelle. Ciò, però, non significa che l’empatia non sia dalla nostra parte e che, quindi, non siamo neanche tenuti a cercare di immedesimarci, per quel che si può, in ciò che di più brutto e terrificante sta accadendo a persone come noi, ad altri esseri umani.

Sto parlando del tragico momento che i cittadini afghani stanno vivendo, ma non dal 15 agosto di quest’anno come riportano tutti i giornali, bensì da anni e anni di terrore e preoccupazione per ciò che, appunto, è accaduto per davvero: l’occupazione del Paese da parte dei talebani.
Nel 2001 è terminato il lungo periodo di sottomissione da parte dei cittadini dell’Afghanistan ad un regime che non permetteva loro la libera espressione e ora, a distanza di venti anni, la storia si sta ripetendo, facendo ricominciare la fase del terrore.

Ecco, questo non vuole essere un articolo storico in cui parlare della storia e dell’evoluzione del Paese, ma piuttosto una sincera, personale e aperta riflessione su come i diritti umani non vengano più considerati, in modo specifico nei confronti delle donne.

L’argomento che vede come protagoniste queste ultime è ampio, corposo, lungo e a tratti sembra essere infinito, come se in ogni momento della storia le donne debbano costituire un capitolo a parte, rendendo ancor più evidente la crescita esponenziale delle disuguaglianze.

Il fatto di doverci focalizzare principalmente sulle brutture che le vedono protagoniste, piuttosto che mettere in luce gli aspetti positivi è devastante, angosciante ed estremamente triste.

Tale argomento ha addirittura costituito il fulcro attorno al quale ho scelto di far ruotare il mio esame di Stato, in cui ripercorrere il ruolo della donna nella storia mi ha aiutata a comprendere le molteplici sfaccettature che si celano dietro secoli di potreste, rivendicazioni di diritti e lotte non indifferenti che ad oggi consentono a me e ad altre milioni di donne la possibilità di vivere.

Purtroppo, però, questo è un privilegio non consentito a tutte le ragazze del mondo e, per quanto ci sembri lontano, in realtà, in una parte del mondo non troppo distante da noi, è impensabile godere di tali privilegi.

I benefici di cui usufruiamo ci appaiono come insignificanti, scontati, a noi dovuti e un esempio è proprio questo: scrivere quello che pensiamo, esprimere la nostra personale opinione in relazione a qualcosa che sta accadendo e pensare che sia normale poterlo fare ovunque.

Delle volte diamo per certo cose che per altri, in posti diversi del mondo, non sono affatto concesse.

L’argomento di cui sto parlando è di una delicatezza unica, importanza indescrivibile e grandezza infinita, pertanto ogni notizia che ci giunge pesa come un macigno lanciato a capofitto sulle nostre coscienze.

Gli anni della guerra civile afghana, compresi tra il 1996 e il 2001, durante i quali le donne erano obbligate a indossare il burqa, ad essere accompagnate in luoghi pubblici e quando accedere all’istruzione non era loro concesso, sembra essere tornato, se non totalmente, ma sicuramente in parte.

Ciò che più spaventa la società è, senza ombra di dubbio, il fatto che esistano libri interi, numerosissimi articoli di giornale, video, addirittura film dedicati a come le donne vengano percepite e considerate inferiori, difettose, non adatte.

Se in diversi Paesi assicurare l’istruzione e la preparazione ad entrare nel mondo del lavoro è fondamentale anche per il genere femminile, affinché le donne diventino indipendenti, in Afghanistan la normalità sta diventando un’altra: nelle città conquistate, scuole e università sono state già chiuse militarmente alle donne, mentre altre sono state rimosse dai loro luoghi di lavoro. 

Tutto ciò che è stato affermato negli anni in cui i talebani sembravano essere solo un lontano ricordo, è stato considerato sbagliato, ignobile, da modificare radicalmente.

I manifesti raffiguranti volti femminili sono in fase di cancellazione, in quanto da questo momento in poi la figura femminile ha l’obbligo di indossare il velo islamico denominato hjiab.

L’accesso a qualsiasi luogo di cultura è stato categoricamente vietato alle donne, affinché queste ultime vengano lentamente riportate alla totale sottomissione alla figura maschile.

Sono state riportate testimonianze agghiaccianti di giovani ragazze che non si capacitano di come la realtà sia cambiata da un giorno all’altro e di cosa il futuro possa loro riservare. 

Nella seconda città più popolosa dell’Afghanistan, l’accesso all’università è stato proibito alle donne, mentre nella capitale anche le scuole femminili sono state chiuse e alcune insegnanti sarebbero state anche uccise.

Quando mi imbatto nella lettura di storie raccontate da ragazze mie coetanee, che si trovano intrappolate in questo incubo, io personalmente fatico a realizzare.

Non riesco neanche lontanamente ad immaginare di non poter più studiare, di essere privata del desiderio di diventare un tutt’uno con la cultura e praticare il mestiere per il quale sono stati impiegati tempo, denaro e volontà.

All’apparenza siamo tutti uguali, ma in verità ognuno di noi ha una forte individualità, le cui sorti differiscono e determinano un’unione sempre inferiore sotto gli aspetti più rilevanti: istruzione, considerazione nella società, senso di appartenenza, inclusione.

Ogni cosa che avviene intorno a noi deve essere considerata una lezione di vita, un insegnamento a migliorare noi stessi nell‘individualità e la nostra persona nella collettività.

Non ho voluto riportare percentuali, numeri che indicassero quanto le donne stiano perdendo ogni diritto, perché ho preferito dar voce ad una mia riflessione, convincendomi del fatto che se tutti agissimo con maggiore premura verso gli altri, contribuiremmo a migliorare le azioni quotidiane.

Affermo ciò in quanto, spesso e volentieri, ci ritroviamo a dover scegliere tra due paia di scarpe, tra un vestito lungo oppure quello corto, maglia nera o colorata, mentre i cittadini afghani sono impegnati nella ricerca di un rifugio nel quale nascondersi per non farsi trovare dai talebani ed evitare che le sorti delle loro vite vengono stabilite da terzi: l’addestramento per gli uomini, matrimoni combinati e il dominio da parte dei mariti sulle mogli.

Più nello specifico, le donne fuggono da una delle azioni più ignobili mai viste: in diverse città i miliziani talebani stanno girando casa per casa per rapire tutte le persone di sesso femminile tra i 12 e i 45 anni, con l’intenzione di renderle schiave sessuali per il gruppo armato.

Se fino a qualche giorno fa pensavamo che ciò potesse accadere solamente nei film, ad oggi la verità è che da sempre tutto questo orrore succede attorno a noi, in confini anche molto vicini.
Viviamo in una società in cui pretendiamo tutto e subito, non siamo abituati ad aspettare, ad avere pazienza.
La tendenza a fermarci e riflettere sulle cose sta diminuendo, è ormai fuori uso la percezione più meditata e attenta delle cose.

In sostanza, per quanto ci soffermiamo sull’analisi di un problema senza tentare di risolverlo, non riusciremo mai ad uscirne concretamente.

Benedetta Argentieri

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