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4 agosto 2021
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La vecchia parlata fresana

L’approfondimento di Pierino Giangiacomo

Benedetto Croce ebbe a dire che molta parte dell’anima nostra è il dialetto. Ma la vecchia parlata si sente sempre di meno dalle persone anziane ed è ormai quasi sconosciuta ai giovani giacchè è chiaro a tutti che ogni lingua si adegua al nuovo, si evolve, si trasforma in continuazione in base alle esigenze e alle sollecitazioni. I giovani sono nati in un mondo nuovo e hanno avuto esperienze differenti dai vecchi: conoscono il significato di molti neologismi quali ad esempio algoritmi, anabolizzanti, clip, colf, informatica, scannerizzare ma non conoscono i termini rurali antichi perché non ne hanno alcuna necessità. 

Le parole fresane possono essere simili o uguali ad altre, ma la nostra inflessione è sicuramente originale e caratteristica anche per effetto della cosiddetta dittongazione.

Ecco un  piccolo campionario di vecchi termini, usati abitualmente fino a sessant’anni fa, tratti dalla mia raccolta generale di oltre tremila vocaboli effettuata prima che fosse notte. Il nostro dialetto, come tutti gli altri, deriva in gran parte dal latino medievale ma anche dall’inglese, francese, spagnolo, croato, napoletano. Si può dire che ogni popolo che ha frequentato questi luoghi vi ha lasciato i propri termini. 

Della lingua vernacolare abruzzese si sono occupati eccellenti ricercatori tra cui Gennaro Finamore, Ernesto Giammarco,  Domenico Bielli, Roberta D’Alessandro ordinario dell’Università di Leiden in Olanda, Marcello Di Giovanni, Tito Spinelli, Emilio Di Paolo e altri. Domenico Larcinese discusse la sua tesi di laurea dal titolo Le parlate di Fresagrandinaria, Dogliola, Lentella, Tufillo presso l’ateneo teatino nell’anno accademico 1970/71.

Il nostro antico parlare regionale non era uniforme: ogni zona aveva il proprio –  caratteristico ed esclusivo – e a me pare che non esista una regola generale per una grafia omogenea dialettale anche nel nostro Vastese. C’è chi scrive la parola in vernacolo usando di preferenza soltanto le consonanti come ad esempio bčclòtt = bicicletta oppure sfrzchtt = sferzichetto (monello), altri scrivono la "e" finale non accentata usando la dieresi (ë). Altri ancora al posto della "e" muta usano l’apostrofo: sull’zz’ (= singhiozzo)Per quanto riguarda questo superficiale studio mi sono attenuto a queste poche e semplici regolette:
a) la e nel corso o alla fine di una parola, quando non accentata, è quasi muta o non si pronuncia (come nel francese) per cui la scrivo ǝ (e rovesciata: scevà o schwà);
b) il digramma sc, dove necessario (come ad es. la s seguita dalla t), lo scrivo con il grafema š;
c) la c (dolce) seguìta da e, i, è scritta talvolta con il grafema č  (c stresica); 
d) la zeta: ha suono aspro (z: pozzo, altezza, ecc.) o sonoro (z: zaino, zolfo, zizzania, ecc.). 

Molto ci sarebbe da dire ma qui non è il caso, dunque:
accasàlǝ, sf = pasto frugale consistente in fette di pane duro bollite in acqua con aglio e sale e poi condite con olio d’oliva e peperone rosso in polvere
a duvìllǝ, loc avv = da nessuna parte
a l’ambrillìtǝ, all. = al crepuscolo, all’imbrunire
andèannǝ, avv = allora. Dal napoletano tanno
ariggiàcculujò, v = rimettere in ordine gli arnesi, gli attrezzi
arimìscilijò, v = rovistare, perquisire
arimònnǝ, sf = buca dove si rifugia il granchio di ruscello
arizilè, v = rassettare, rimettere in ordine la casa, gli oggetti
arizàppilijò, v = triturare le zolle, rassodare il terreno seminato usando il bidente o zappa
arrannè, v = scorazzare, girare in cerca di qualcosa. Forse dal frisone ran
arravùjǝ, sm  = ragguaglio, imbroglio
assillè, v = accatastare i covoni di grano sul campo a sera dopo la mietitura formando i “selli” (mucchi di 10 o 14 covoni)
azzorràitǝ, (esclamazione) = altrochè. Dall’americano it’s all right?  

calatròunǝ, sm = avena selvatica (Avena fatua)
calicàrǝ, sf = fornace per gesso da costruzione
camèfrǝ, sm = falso bandista, messo nel gruppo per far numero
camèatrǝ, sm =  assenzio (Artemisia absinthium)
carrìchǝlǝ, sm = ceste di legno per trasporto di covoni. Altrove: travàjǝ, bàjìrdǝ. Dal latino carra?
chibbòcchǝ ni saččǝ, mdd = che vuoi che ne sappia
chimmè, cong = perché
čiarčèllǝ  sm = bargiglio di volatile o caprino. Dal latino circellu
čiarìllǝ, sm  = trìtoli di sudiciume sulla pelle
čiutròunǝ, pl čítrìunǝ, sm =  cocomero. Dallo slavo molisano zitrun
crudòvǝlǝ, agg = non cottoio
cudujò, v = armeggiare con pazienza, cercare di fare qualcosa

dibbènnǝ (preposizione) = accanto. Da: di banda (a lato)
dirìhuǝ, sf = navetta del telaio da tessitura. Altrove in Abruzzo: andrùa. Dal latino trua

fazzchidò, avv = invece 
flùttǝ, sm  = ddt liquido. Dall’inglese flit

ghièffǝ, sf plurale = percosse
grasselalìnǝ, sm = scapecchiatoio (attrezzo tessile)
gruscìnǝ, sm = ventriglio di volatili

matàrchǝ, sf = madia + arca. Differiva dalla comune cassapanca perché aveva un cassetto inferiore dove si riponevano tovaglie e bancali tessuti in casa

‘ndruhatòurǝ, sm = incannatoio senza ruota per fare spolette per la navetta da tessitura. Nel 1568: intratore
‘ngunùcchiǝ, sf  = unghiata, falangina del pollice usata come misura di lunghezza
nìušǝ, sf  = bruscolino nell’occhio
‘nz ugnùolǝ, sm = pezza di tessuto di casa di qualche metro. Era la quantità realizzata in una  intera giornata di lavoro da una tessitrice a mano

ónǝčǝ, sm = èndice. Dal latino endix
ovàpélǝ, sm = uovo dal guscio molle. Dall’antico napoletano vàpulo

pallòunǝ. pl pallìunǝ, sm = fandonia. Oggi si dice fake news
panarazzǝ, sf = aspraggine (Picris echioides)
putùssǝ, agg = piccoletto ( soprannome). Dallo spagnolo argentino petisso

ratìllǝ, sm = aratro monostegola a chiodo a trazione animale usato fino al 1930
riddònghǝlǝ, sm = ordigni, oggetti da cucina o vari 
ruhèniǝ, pl rihèniǝ, sm = rigagnolo
rutrùnghǝlǝ, pl. ritrènghǝlǝ, sm = redabolo, rastrello con una lama in legno o in ferro al posto dei denti, tirabrace, tiragrano

sanabblàcchǝ, agg = buono a nulla, inetto. Dall’americano son a black, figlio di nero?
scapillè, v = tagliare repentinamente la treccia ad una fanciulla. Per lei era un disonore per cui era poi costretta a sposare l’aggressore spesso non voluto
šcappǝ, sf = scheggia di legno. Dallo slavo molisano škapa
sciaffèrrǝ, sm  = conduttore, autista. Dal francese chauffeur
sciandìne, sm = baracca di legno  per allevarvi piccioni, galline, conigli. Dall’americano chanty
scufazzàtǝ, agg = tronco cavo per marciume
sforchǝ, sm = distanza tra la punta dell’indice e del pollice  (misura di lunghezza quando non c’era ancora il sistema metrico decimale). A Napoli ziracchio
štarnè, v = rifare il taglio al vomere da parte del fabbro
štrapitìnij, sm =  strepiti, patimenti, sofferenze
štùjǝ, sm = bica di fieno attorno ad un palo. Dallo slavo molisano štilj

tríččèirǝ, sf = gruppo numeroso di donne che diserbavano a mano il grano. Dallo spagnolo tercero che era un battaglione di soldati
trucchǝpòllǝ, sm = camion trasportante oggetti e cose diverse. Dallo slang americano truckpool

vasàlǝ, sm = piattaia di legno (ma anche ricavata nel muro interno) per riporvi stoviglie, posate e arnesi vari da cucina
vòtǝnǝ, sm = fusto, recipiente di latta per conservarvi l’olio. Dal latino bothinus
vrèulǝ, sf = cerchietto metallico di tenuta della falce fienaia
vunnulòllǝ  sm = bindolo, aspo.

Pierino Giangiacomo

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