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3 agosto 2021
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Le palme infiorate nei riti di Pasqua a Fresagrandinaria

L’approfondimento di Pierino Giangiacomo

Sono molte le tradizioni fresane tramandate nei secoli; alcune dimenticate altre ancora tenute vive, altre ancora modificate. Risulta che alcuni secoli addietro in questo paese si rappresentavano drammi ispirati alla vicenda tragica e dolorosa della crocifissione di Cristo. Oggi non più, ma permane tuttora la commossa partecipazione alle manifestazioni religiose.

Ogni festa aveva e, in certi casi ancora ha, una sua caratteristica e un proprio programma di svolgimento. Alcune di esse sono certamente quelle del periodo pasquale. Oggi parliamo di quelle legate alla mistica settimana santa nel corso della quale vi sono tante feste e iniziative scaturite dalla pietà popolare nei secoli.

Iniziamo con la Domenica delle palme nella quale si usa benedire le palme di olivo nella chiesa di Santa Maria delle Grazie e portarle in corteo alla parrocchiale per assistere alla messa più lunga dell’anno (perché vi sono molte letture). Questo in ricordo dell’entrata a Gerusalemme di Gesù a bordo di un asinello sulla via adornata di palme e tra la folla osannante. Tutti gli altari delle chiese vengono ornati con rametti fronzuti di verde olivo. Alcuni cestini sono ricolmi di palme ingegnosamente intrecciate con profumate violaciocche multicolori da distribuire gratuitamente. Così che ciascun devoto possa riportare il rametto a casa per appenderlo a capo del letto o per farne dono a un ammalato. Questa usanza, praticata anticamente in molti paesini del Vastese, così come in varie forme un po’ in tutta Italia, viene qui ancora mantenuta come pure, sembra, dalla vicina comunità mafaldese.  

Si racconta che un tempo i giovani contadini facessero a gara per preparare quelle più grandi e più belle per donarle alle innamorate. Dopo la festa, i rametti si portavano tra le colture dei campi in segno beneaugurante; altri si bruciavano nel fuoco santo la cui cenere si riponeva per usarla nella funzione delle Ceneri l’anno appresso. Tra i preparatori più assidui e bravi viene ricordato Gioacchino Cilli, sagrestano, il quale ne approntava tante da portarle in dono alle famiglie nei casolari, le quali gradivano molto e gli regalavano Processione del venerdì santovolentieri in cambio un po’ di farina, di olio, di formaggio o delle uova. Intanto le brave massaie, avvalendosi delle gran quantità nel periodo di uova, latte, formaggi, mandorle e noci, preparavano in casa i tipici squisiti dolci pasquali a forma di cuore, pupattola, cavallo, nonché fiadoni e pigne, tutti giulebbati e cosparsi di confettini decorativi multicolori.

Il mercoledì, il giovedì e il venerdì, alla sera in chiesa, nel corso delle funzioni sacre si spegnevano per qualche istante tutte le luci e nel buio assoluto, fino alla riforma del 1955, avveniva l’Officium Tenebrae in cui si battevano legnetti e bastoni sui banchi (strepitus) in ricordo dei tumulti susseguenti all’arresto di Gesù. Ancora oggi il giovedì si coprono tutti i crocifissi e le croci con un panno viola e si appronta l’altare della reposizione, (dial: lu suppèlǝchǝ, il sepolcro), tutto addobbato con merletti e tessuti ricamati; con vasi di germogli pallidi di grano o legumi cresciuti al buio inframmezzati con violaciocche a vivaci tinte. 

Si “legavano” le campane e frotte di ragazzi giravano per l’abitato gridando e scuotendo bàttole (in dialetto: ciòcchǝlǝ, in Sardegna tauleddas) e raganelle di canna o di legno da loro stessi costruite. Sempre il giovedì si celebra ancora la messa in Cena Domini nella quale si ricorda l’ultima cena, l’istituzione dell’Eucarestia e avviene il lavaggio dei piedi. Alla sera e per tutta la notte gruppi di cantori intonavano sugli usci dell’abitato e delle masserie il mesto cantastoria (un canto di questua) nel quale si raccontavano le Ore della Passione di Cristo. All’imbrunire del venerdì, al pallido chiarore della luna piena, si svolge ancora il partecipato corteo con le lanternine di carta crespa colorata e candele accese, con i lampioni (‘ndrijìunǝ) portatili dalle lunghe aste, facendo breve sosta nelle varie stazioni della Via Crucis, per tutto il paese fino al Calvario (una collinetta brulla prospiciente il centro storico con una gran croce, oggi spianata e fitta di nuove case) con il Cristo Morto portato su una lettiga dagli uomini e l’Addolorata su un piedistallo dalle donne, mentre tutti cantano accorati il dolore di Maria, le spine crudeli e “sono stato io l’ingrato”. 

Si racconta che anticamente il vento di scirocco spirasse tanto gagliardamente da riuscire a strappare dalle mani dei portatori la statua del Cristo, di cartapesta leggera, per volteggiarla ripetutamente giù per la china di Ezechiele a Collemarino, con la costernazione di tutti. 

Nella notte precedente la Pasqua sul sagrato si accende un gran fuoco da cui il parroco officiante, dopo la benedizione, accende il gran cero simbolo di nuova luce e del Gesù risorgente dalle tenebre e lo porta in chiesa rimasta al buio; e mentre si riaccendono le luci e si scoprono le croci, le tre campane suonano a distesa in segno di festa e di gloria al Signore. E comincia la messa solenne.  È Pasqua! 

Il giorno seguente, lunedì, la gioventù si sparge nelle campagne rinverdite e profumate dai nuovi fiori per fare picnic, ballare, cantare alla vita e divertirsi. Un altro giro nella giostra della vita è cominciato. Nella settimana successiva il parroco inizia la benedizione di casa in casa. In questo annus horribilis che ancora sparge la sua virulenza probabilmente tali manifestazioni avranno luogo in forma ridotta.

Pierino Giangiacomo

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