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Fresagrandinaria   Cultura 25/12/2020

Il Natale antico

L’approfondimento di Pierino Giangiacomo

Dicembre, dodicesimo figlio dell’anno, era un mese particolare per la sua sacralità in un periodo in cui le campagne erano spoglie e la natura pareva si fosse addormentata. Del giorno 2, Santa Bibiana, si diceva: "Se piove a Santa Bibiana lo farà una settimana, ma villi ville nu soli sulillǝ (locuzione avverbiale che vuol dire se per caso un solicello) quaranta jurrǝ di mali timbillǝ". Col significato che, in ogni caso, si avrebbero avuto molti giorni di maltempo.

I primi dodici giorni del mese erano chiamati le calende di santa Lucia e a ognuno di essi gli si aveva voluto attribuire la propria previsione del tempo nei mesi dell’anno appresso: così il giorno 1 rappresentava gennaio, il 2 febbraio e così via. La sera del giorno 7, vigilia dell’Immacolata, all’imbrunire, nelle aie dei casolari si accendevano dei falò: lungo tutta la piana del basso Molise, a Montenero in particolare, si vedevano molte decine di fuochi accesi all’aperto in segno di devozione. Il giorno 8, dopo una partecipata novena, si festeggiava l’Immacolata con messe e canti corali come dalla guerra fame e peste la tua gente sia serbata o Concetta Immacolata. Il 13, a piedi, si andava alla fiera di Dogliola, molto frequentata, per vendere i tacchini e i maiali e per comprare castagne, arance, filze e pupe di fichi secchi dai contadini dei paesi slavi del Molise come San Felice, Acquaviva e Montemitro. Si faceva visita alla chiesetta, si rivolgeva una preghiera e si prendeva una immaginetta di Santa Lucia a protezione della vista.

La novena natalizia iniziava il giorno 16, nel corso della quale una šcupina, cioè un suonatore di ciaramella, proveniente da Ripalta, girava per le case in cambio di un obolo. In un clima festoso la sera, nella chiesa gremita, si partecipava  alla funzione religiosa coi canti Regem venturum Domino, venite adoremus o Fermarono i cieli. Intanto nelle scuole arrivava l’organista Osvaldo, che a Fresagrandinaria era anche banditore, bandista e sarto, un omettino che vendeva per poche lire artistiche letterine di Natale che si aprivano ad organetto e illustrate con scene natalizie: i ragazzi le scrivevano e le ponevano sotto il piatto del genitore nel pranzo conviviale promettendo le solite cose: di essere più buoni, ubbidienti e studiosi. I più volenterosi, secondo la tradizione francescana, approntavano il presepio usando il muschio e i licheni dei boschi, i piccoli cespi di hallìccǝ delle rocce (Umbilicus horizontalis L.) e le statuine fatte di creta. Una sua rappresentazione – sotto una capanna – fu quella realizzata da Carmine Di Biase: importante, ricca e suggestiva, con dovizia di ambienti creati con la fantasia e dozzine di personaggi comprati in Via San Gregorio Armeno a Napoli, attirò per anni folle di visitatori ed ebbe importanti riconoscimenti con coppe, targhe e pergamene. Oggi al presepio si preferisce l’albero di tradizione nordeuropea, più pratico ma meno poetico.

Il 24 dicembre era per i fresani giornata di astinenza o vitto magro per le persone, ma di cibo sostanzioso e abbondante per gli animali domestici; questi dovevano essere necessariamente ben governati e satolli di modo che, alla venuta al mondo del Bambino, non vi sarebbero stati motivi di lamentela nei confronti dei propri padroni. Eh già! perché in quella santa notte gli animali avevano la facoltà di parlare della loro vita e di raccontare a Gesù gli eventuali maltrattamenti ricevuti. Intanto il capo di casa aveva raccolto della legna secca per la vivace fiamma necessaria per la friggitura delle scrippellǝ, dei torcinelli e dei calcionetti con la purea di ceci. Fin dal mattino aveva sistemato un grosso tecchio sul focolare; un ceppo che sarebbe rimasto acceso per la notte intera per dare tepore alla casa e al Bambinello con la mamma Sua.

Al tenue chiarore di una lucerna ad olio, si consumava la cena fatta di nove cose tra le quali le castagne e le arance comprate per l’occasione. Il torrone era fatto con un fico secco contenente una mandorla tostata.

La carne era rigorosamente esclusa ma si mangiava l’anguilla arrosto, il baccalà e la verdura. Era opinione diffusa che chi avesse mangiato dell’uva in tale occasione avrebbe poi avuto fortuna negli affari e di poter maneggiare molto denaro nell’anno appresso e che il fuoco era da considerarsi come un commensale, perciò gli si dava degli assaggini come al tempo della dea romana Vesta. Consumata la cena, nell’attesa della messa notturna, si ragionava di cose pratiche come del tempo, delle lunazioni, dei seminati, degli attrezzi, degli animali e delle provviste. Le donne, quando non filavano e non facevano la calza o tessevano, parlavano di corredi, ricami con i vari punti, di accia e di cotone, di tessuti alla terlìce o alla circassa. Mentre i nonni, come sempre succedeva, raccontavano ai nipoti le storie della loro giovinezza, quando la visione della vita si apre a ventaglio, del periodo militare o della loro esperienza di emigrati in America. Qualcuno più istruito raccontava qualche  episodio delle Mille e una notte, dei reali di Francia, del Guerin meschino, di Rizziero e Fioravante, di prete don Macario, oppure qualche favola locale come Cece o la Capra foresta con sette palmi di corna in testa. Perché non c’erano ancora gli smartphone, Youtube, Instagram, Tik Tok, la televisione e quant’altro.

Si giocava a tombola; i ragazzi irrequieti che non volevano stare dentro – tempo e chiari di luna permettendo – uscivano sull’aia o sulla piazzetta a giocare a nascondino, alla cavallina o altri giochi di gruppo.

Verso le dieci di sera le campane, a distesa e per nove volte, invitavano al rito religioso e si andava in chiesa con le vie, alle volte innevate, illuminate dalle farchie approntate dal farchiaro. Alla fine della messa in fila indiana si andava (e si va ancora) a baciare il Bambino ai piedi dell’altare maggiore mentre tutti, con accompagnamento dell’organo, cantavano la toccante pastorale fresana Nel silenzio di una notte del concittadino M° Florio Croce.

Si credeva pure che le streghe andassero a messa, ma uscivano sempre per ultime e furtivamente.

La gente di allora, semplice com’era, credeva che, se in quella notte il cielo fosse stellato e l’aria limpida, in primavera poi vi sarebbe stato uno straordinario raccolto di fave.

Era un periodo in cui si veniva a creare un clima di serenità e di fratellanza che addolciva l’aridità dei cuori e predisponeva alla bontà d’animo. Caro vecchio, magico, mistico Natale. L’anno e il mese si chiudevano la sera del 31 col canto augurale di questua portato porta a porta dai cafoni: lu bon inne e lu bon anne.                                                                                  

Pierino Giangiacomo

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