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Fresagrandinaria   Cultura 29/11/2020

La risicoltura lungo il fiume Trigno e altre attività scomparse

L’approfondimento di Pierino Giangiacomo

Anni '40, mietitura del grano a FresagrandinariaBuona parte dei nostri maggiori non disponeva di beni materiali a sufficienza, però in compenso la natura aveva dotato questa gente di resilienza ed endorfine. Anche se ne erano inconsapevoli. Infatti questi benefici neurotrasmettitori umani sono stati scoperti e studiati scientificamente soltanto una cinquantina di anni fa. Voglio dire che lo spirito formidabile di sopravvivenza e di adattamento alle varie situazioni della vita dei nostri contadini li aveva portati a imparare ed esercitare molteplici attività finalizzate a sfruttare ogni risorsa. Tra le tante, anche ad utilizzare i terreni golenali improduttivi del fiume con la risicoltura.

La coltivazione del riso paglioso lungo il Trigno fu praticata per secoli dalle popolazioni di Dogliola, Fresa, Lentella, Montenero, Ripalta, San Salvo e Tufillo. Non sappiamo l’anno iniziale di tale coltivazione, probabilmente dalla fine del medioevo al tempo degli Aragonesi. Per Fresa esiste un documento che parla del 1687, data certa.

Dai libretti comunali di terraggio si rileva che nel ‘600/’700 l’estensione delle risaie fresane era di 450 tomoli mentre nell’800 si era ridotta a 120. Il tomolo, misura locale usata fino all’avvento del sistema metrico decimale, era qui di circa 2.700 metri quadrati. Per la coltivazione nella piana fluviale si approntavano gli arginelli (in dialetto scìrtǝ) fatti con frascame, pietre e terra per incanalare le acque ai fini della necessaria irrigazione. Durante i mesi estivi gruppi di mondine diserbavano a mano il seminato.

La semina si effettuava in primavera e il raccolto a ottobre/novembre. Di tale prodotto si faceva commercio con le popolazioni vicine come affermò anche il Giustiniani. Per tale coltivazione esistevano delle precise normative emanate a più riprese, nei tempi, dalle autorità per la tutela della salute umana (contro i miasmi nocivi e la malaria). Il Regolamento Provinciale per la coltivazione delle risaie nella Provincia di Chieti, emanato dal Medico Provinciale nel 1907, vietava la coltivazione in terreni privi di acqua perenne e corrente; il seminato doveva essere costantemente coperto da uno strato di acqua di almeno 5 centimetri "... ricambiantesi in tutta la sua superficie, continuamente...".

Le risaie dovevano essere distanti non meno di 100 metri da un’abitazione isolata, 500 metri da un centro di 500 abitanti e di 1000 da un abitato da 501 a 5000 abitanti. La giornata di lavoro per i mondatori non doveva eccedere le nove ore; essa doveva essere interrotta da periodi di riposo. Spulciando gli atti notarili di Luigi De Martinis ho trovato degli atti di protesta, datati 8 luglio 1753, avanzati da alcuni massari seu camparoli di Fresa, Dogliola, Lentella e Tufillo in merito ai pretesi ingiusti metodi di tassazione sulle risaie da parte dei rispettivi feudatari i quali imponevano la compassatura e non la decima. Per separare i chicchi dalla lolla si usava pilare i chicchi con un attrezzo chiamato pila: un grosso mortaio consistente in un tronco di quercia di forma svasata incavato internamente. Nel nostro museo contadino di Fresagrandinaria ne è esposto un esemplare antico con annesso pestello. Per le restrizioni imposte dalla legge, da noi il riso fu coltivato per tutto l’800 mentre a Ripalta lo si continuò fin oltre il secondo dopoguerra quando quei contadini lo venivano anche qui a Fresa a smerciare.

Altre colture molto praticate erano quelle della canapa e del lino fin dall’antichità. Una testimonianza ci è pervenuta dal frate Serafino Razzi quando, parlando di Lentella nel 1576, scrisse "... Onde Lentella, quasi bella ella, o vero detta è Lentella, quasi lino tien’ella, havendone abondanza, e maturandon’assai nel suggetto fiume Tresta... ". La canapa serviva per i tessuti grossolani e resistenti adatti per i sacchi e sacconi, teli, bisacce, mentre il lino era per i capi più delicati come la biancheria, le lenzuola, le camicette e gli abiti eleganti.

Tra i grani coltivati vi erano le vecchie varietà come il farrone (varietà di farro), il caccavone, la carosella (un grano tenero con le spighe prive di ariste e con una farina adatta per la panificazione), l’americano (un grano duro a ciclo breve dalla farina un po’ scura), la saragolla (grano duro dallo stelo ricurvo e dalle ariste rossastre e farina giallognola), la spelta (i cui lunghi steli erano adoperati per la copertura dei pagliai e delle biche di paglia). Nel XVI secolo i feudatari di Sangro, dalle campagne di Fresa e Palmoli, ritraevano ogn’anno multa quantità de grano che facevano portare, con carovane di muli, nel porto di Vasto per l’esportazione extra Regnum. Queste terre producevano anche avena, orzo, fave e altri legumi, uva da vino, olive, ortaggi. Un’altra coltura molto praticata fu quella del granturco quando le piogge erano più abbondanti e non vi erano i cinghiali devastatori: un cereale consumato quotidianamente dai contadini sotto forma di pizza o polenta e anche di pane mischiando la farina con quella del grano. Si seminava ad aprile e si raccoglieva a settembre. Le pannocchie si sgranavano mazzolandole e, successivamente, usando le apposite sgranatrici/trebbiette funzionanti a manovella. I cartocci interni più sottili venivano usati per riempire i sacconi dei letti ed anche come cartine per sigarette. I fratelli adolescenti Romano ed Egidio Giangiacomo si facevano i muscoli girando per le contrade con la loro trebbietta a due manovelle: per ogni soma (kg 144 circa) di chicchi trebbiati ricevevano il compenso di 2 misure (6 kg) del prodotto stesso. In tempi più recenti in questi campi si coltivarono il girasole, il tabacco, la barbabietola da zucchero, la soia: tutte abbandonate a eccezione del grano di nuove varietà. Oggi si coltiva anche il coriandolo e si sono molto ridotti i vigneti. 

Molti mestieri risultano abbandonati: bastaio, fabbro ferraio, maniscalco, falegname, filatrice, tessitrice, ricamatrice, sferruzzatrice, portatrice d’acqua; e anche scalpellino, tagliatore di roccia, cestaio, tinaio, sanatore di porci; e poi vetturale, cardalana, pastore, garzone, tosatore, zappatore, gualàno, mietitore a mano, trescatore, crivellatore, ciabattino a domicilio e altri ancora. "... Ma mi manca il respiro!" come disse Erasmo il pensatore.  
In genere non si campava con una sola attività.  

Nel medioevo, unitamente al mulino ad acqua impiantato sul Treste tra i tenimenti di Fresa e Furci, funzionò una gualchiera per l’infeltrimento e l’impermeabilizzazione dei tessuti di lana tramite la follatura e battitura con l’impiego di varie sostanze. Nel 1618 c’era una scafa sul Trigno tra i paesi di Fresa e Ripalta e si pagava la relativa tassa all’allora feudatario Cesare Caracciolo. Nel 1919 fu costituita e funzionò per qualche tempo la Società Anonima Coop. a Indirizzo Agricolo con 46 soci. Altre attività  di cui più nessuno parla furono i due piccoli mulini sull’Annecchia appartenenti alle famiglie Terpolilli e Di Stefano, il mulino feudale poi comunale sul Trigno, la centrale idroelettrica sul Trigno della Ditta Gorga poi di Secondino Artese che ancora nel 1938 dava corrente a Fresa, Lentella e San Salvo. Ricordo il gessificio Adorante a Lentella, il pastificio e il mulino elettrico a cilindri della Ditta Di Vincenzo del quale si servivano tutti i paesi vicini, l’officina Longhi Rocco per la costruzione di aratri in ferro (per vendita o concessione in uso dietro estaglio), la fabbrica di laterizi sul Calvario. Non si può certo dire che le nostre genti siano state inattive.
Oggi i lavori più pesanti non si fanno più a braccia ma con le macchine. È il progresso che avanza e trasforma.

Nel ‘500 si praticava anche l’intacco degli orni per far manna. Nei boschi, in estate, con una roncola si incideva la corteccia degli alberi di frassino (Fraxinus ornus L.) di circa una diecina d’anni per provocare la fuoruscita di un succo biancastro che solidificava rapidamente al sole. Tale sostanza dall’odore e sapore del mosto era usata come dolcificante e molto ricercata. Ancora oggi, in qualche paese della Sicilia la manna (da non confondere con quella biblica) viene raccolta per essere utilizzata in erboristeria. Altra attività praticata fino al secondo dopoguerra fu quella di cogliere le foglie del lentisco (Pistacia lentiscus L.) per conferirle alle industrie di coloranti e farmaceutiche. Dalle bacche nere e ben mature di tale arbusto, previa bollitura e lunga lavorazione, anticamente si ricavava un olio per uso alimentare.  

All’inizio parlavo delle molteplici attività svolte dai nostri maggiori. Essi si dedicarono pure agli allevamenti di  animali: greggi di ovini, mandrie di bovini allevati in capanne (mandrelle) e allo stato brado, migliaia di suini un tempo chiamati neri dal colore del mantello, una specie molto apprezzata perché ricchi di lardo. Tali allevamenti sono ricordati nei nomi delle contrade: Collemaiale, Annecchia, Difesa dei buoi, Vaccareccia. Alle Macchie Ferrate c’erano stormi di tacchini ghiotti di cavallette portati a pascere dalle anziane per essere venduti a Natale. Per la loro carne v’erano anche i porcellini d’india (Cavia porcellus) multicolori che si allevavano nelle case più povere perfino in cucina o sotto gli alti letti. A tal proposito si ha notizia che nei ristoranti tipici peruviani tale animaletto viene tuttora servito arrostito o fritto (cuy), con adeguato contorno, ai turisti. Da noi l’animaletto, chiamato zizì o curzutìllǝ, si usava farcirlo e cucinarlo al ragù per condire la pasta. Personalmente mangiai quella carne una settantina di anni fa e la ricordo un po’ molliccia ma comunque migliore di quella del coniglio. Come dire, quel che non strozza, ingrassa; per campare tutti i mezzi erano e sono buoni.

Pierino Giangiacomo

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