Il brigantaggio nel Vastese: i Pomponio - L’approfondimento storico-culturale di Pierino Giangiacomo
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29 novembre 2020
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Il brigantaggio nel Vastese: i Pomponio

L’approfondimento storico-culturale di Pierino Giangiacomo

Per oltre un decennio dopo l’Unità d’Italia nei nostri paesi, come un po’ dappertutto nell’ex regno borbonico, si verificò il fenomeno che, a seconda dei punti di vista, dai conquistatori venne definito “brigantaggio” e dai lealisti chiamato “resistenza”, almeno relativamente al periodo che va dall’autunno del 1860 all’estate del 1861 quando, per le dure repressioni e la spietatezza messe in atto dai nuovi arrivati, i più compromessi furono costretti a darsi alla macchia con la necessità di autofinanziarsi con conseguenti degenerazioni. Ciò, anche, sia per l’assenza di veri capi che per l’odio nutrito verso i generali borbonici venduti e verso i vecchi padroni passati prontamente al nuovo per rimanere a galla. Ma anche per l’odio verso l’esercito invasore. Un astio reciproco: i galantuometti consideravano i popolani dei pezzenti “… pronti a rinnegar Cristo per un tozzo di pane…”. 

Un periodo cruento in cui nel territorio vastese si calcolò operassero 400 fuorilegge che trovavano rifugio nelle estese boscaglie e sostegno da manutengoli e famiglie nostalgiche, tanto che il nuovo governo dovette acquartierarvi a più riprese carabinieri e interi reparti dell’esercito regolare (22° Bersaglieri, 42° Fanteria ). Gente comune, che si sentiva tradita da promesse non mantenute, ma anche soldati sbandati dell’esercito borbonico (come l’ex sergente Gaetano Prezioso di Ripalta) che avevano dimestichezza con le armi. 

Buona parte dei briganti erano locali: di Casalanguida erano il capobanda Donato Colantonio e altri; di Fresa Ezechiele Troilo, Giovanni Battisti, Nicola Messere e Cosimo Terpolilli; di Furci Concezio Argentieri; di Guilmi Luigi Berardi; di San Buono Buono Paganelli ed altri. Vi furono battaglie con morti e feriti da ambo le parti come anche imprigionamenti e fucilazioni. L’ultima operazione che si ricordi avvenne nel marzo del 1872 con la cattura di quattro famigerati briganti evasi dal carcere di Chieti… in tenimenti di Roccaspinalveti alla masseria di Giuseppe Barattucci… (C.C. di Fresa del 17.3.1872). 

Sulle motivazioni sociologiche, le considerazioni politiche e il giudizio storico sulla questione si sono adoperati fiumi di inchiostro. Per molto tempo hanno scritto coloro che da sempre sono più cattolici del papa e più monarchici del re. Con la visione del vincitore e, dunque, poco obiettiva. Nel meridione abbondano strade e piazze cittadine intitolate al Piemonte e ai Savoia, dimenticando volutamente Napoli che fu pur sempre nostra capitale per molti secoli. Da qualche tempo, però, da parte di alcuni studiosi è in atto una sorta di revisione storica per un giudizio più equilibrato.

La banda brigantesca dei fratelli Giuseppe (anch’egli ex soldato) e Michelangelo Pomponio di Liscia era riuscita sempre a sfuggire alla cattura delle forze dell’ordine, operava nei paesi tra il Trigno ed il Treste e si nascondeva nei boschi di Collemaiale, Montefreddo e della Saracina. Le famigerate gesta di costoro diventarono leggendarie e furono a lungo oggetto di fantastici racconti attorno al focolare. Il termine Pomponio, infatti, diventò sinonimo di brigante feroce, sadico e terribile in grado di compiere qualsiasi misfatto. 

Veramente il brigantaggio non era nuovo da queste parti. Abbiamo testimonianze scritte che molte comitive di fuorilegge erano state molto attive specialmente negli ultimi anni del periodo napoleonico/murattiano. I paesi di Fresa e Lentella furono attaccati, invasi dalle masse con ruberie e saccheggi delle case più agiate specialmente il 12 febbraio 1799 e il 5 aprile 1808. In quelle occasioni furono bruciati anche gli archivi comunali. Sappiamo pure che qualche componente della famiglia Pomponio operava già in quel tempo: parla la taglia messa su di loro.

Si dice che chi plagia un altro senza alcuna verifica ne commette anche gli errori. Per la tragica vicenda accaduta 150 anni fa, ancora oggi si persevera nell’equivocare sui luoghi, nomi e date relativi al fatto, perché si continua a scrivere sul sentito dire senza alcuna ricerca documentaria. Vengo al dunque. Nel Registro dei morti del Comune di Fresagrandinaria, anno 1870,  è scritto:” …alle ore diciassette italiane di ieri ventotto andante mese (settembre, nda) in contrada Vallone della Guardiola, tenimento di questo Comune, è morto Gaetano Franceschelli, di anni sessantacinque, proprietario, nato e domiciliato in Montazzoli, figlio celibe dei defunti Giovanni Franceschelli ed Angela Tracchia, proprietari civili domiciliati in detto Comune di Montazzoli…”. È un documento di prima mano per cui chi racconta questo fatto in modo diverso asserisce il falso. Il nome del brigadiere comandante lo speciale nucleo dei Carabinieri in San Buono era Chiaffredo Bergia e non Chioffredo. L’anno fu il 1870 e non il 1874 come ha scritto qualcuno a San Salvo.

Gaetano Franceschelli era stato sequestrato nei pressi del molino di Carpineto Sinello e i briganti lo trasferivano continuamente nei vari loro covi dislocati in zona; non era commerciante ma proprietario e, in quell’anno, rivestiva la carica di Capitano della Guardia Nazionale di Montazzoli. L’assassinio (mediante pugnalate e colpi di pistola nonchè il corpo gettato in un fosso) avvenne nei pressi del rudere dell’abbazia di Cornacchiano nei pressi del Vallone della Guardiola, a circa un chilometro dal nascondiglio), dove la vittima era stata raggiunta dal brigante ferito. Infatti il Franceschelli, che era segregato tra le rocce gessose di Giullerìa (sempre di Fresa non a Lentella come si disse), approfittando del sonno del guardiano, e benchè avesse le mani legate, gli aveva tolto il fucile a due canne e sparato ferendolo alla spalla per darsi alla fuga verso Furci che si vedeva lontano. La banda dei fratelli Pomponio venne annientata nella notte tra il 2 e 3 ottobre in territorio di Furci in seguito a delazione di un certo Argentieri. Nell’operazione fu parte attiva Donatangelo D’Orazio assessore facente funzioni di sindaco di quel Comune. Nell’occasione…si catturò  il ferito Giuseppe Pomponio e sua druda, e mercè la rivelazione di costoro si sono scovati vari manutengoli… ( G.M. di Fresa del 16.10.1870). 

Dal verbale di interrogatorio di Giuseppe Pomponio del 3 ottobre 1870 [1] apprendiamo: “…[A domanda risponde]…Sono Giuseppe Pomponio fu Annangelo di anni 33, contadino di Liscia…Non ricordo con precisione tutti i fatti da me commessi nei dieci anni che ho corso la campagna...[Ma in  un documento è riportato un lungo elenco di misfatti commessi a San Buono, Carunchio, Gissi, Liscia, Furci, Roccaspinalveti, San Salvo, Scerni, Guglionesi e altrove]. …  E’ vero che nel 1864 io, mio fratello Michele e Pasquale D’Alena ci ricoverammo a Roma, e colà venimmo arrestati, sospettandosi che noi avessimo ucciso due Carabinieri Francesi. Dopo di essere stati per ventinove mesi in carcere, si conobbe la nostra innocenza e fummo esiliati in Algeri, donde poi, dopo un certo tempo…ritornammo a Porto d’Anzio, perché in Algeri infieriva il colera. In seguito ritornammo nelle Province Napoletane, e si unì a noi un certo Berardino Di Nardo di Scerni…Non è vero che io avessi ucciso il Franceschelli, ma invece fu questi che mi tolse il fucile mentre io dormivo e me lo puntò contro, e così mi ha ucciso perché mi sento morire. Se il Franceschelli non mi avesse sparato, io l’avrei in quello stesso giorno licenziato all’ora tarda della sera, quando non poteva più avvisare la forza, e così sarebbe egli tutt’ora vivo, io non sarei morto, e i miei compagni non starebbero in mezzo alla piazza….Da Franceschelli avemmo tre orologi d’oro e la somma di Ducati 1.000 tra oro ed argento che seppellii al bosco di Ripalta alla contrada Colle o Macchie Saraceni, sotto di una quercia a due rami, distante in mezzo ai stingi, ed in prossimità della stradella che dal fiume mena al bosco, muovendo dalla masseria presso cui avvenne l’uccisione di D’Alena giorni fa per opera dei Carabinieri….[2]  …La mia banda brigantesca si componeva di me di mio fratello Michele, dello Scernese Berardino Di Nardo, di Pasquale D’Alena e della donna… (Filomena Soprano 18enne di Itri, anch’essa accusata di omicidio). Dalle carte risultano anche i tratti somatici: “…di alta statura, corporatura poco piena, capelli rossardi, vini, occhi cerulei, naso filato, colorito rosso…aveva moschettoni e mustacci, calzettoni di lana nera e pendenti d’oro alle orecchie…”.

Giuseppe Pomponio morì nel Municipio di Furci l’8.10.1870 per ferita; suo fratello Michelangelo, di 30 anni, morì ucciso il 2.10.1870; Berardino Di Nardo, 21 anni, morì il 3.10.1870 nella sparatoria. 

Pierino Giangiacomo

[1] Archivio di Stato di Chieti
[2] Il 5 ottobre 1870 fu effettuata una ricognizione dal giudice istruttore Rossetti e dalle forze dell’ordine per la ricerca del tesoro nascosto in Ripalta ma nulla fu rinvenuto.


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