La testimonianza di Sergio Zavoli a Vasto: "Una società comincia dove c’è un giovane" - Nel 1988 fu ospite della rassegna di poesia organizzata dai Salesiani
 

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25 novembre 2020
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Vasto   Personaggi 06/08

La testimonianza di Sergio Zavoli a Vasto: "Una società comincia dove c’è un giovane"

Nel 1988 fu ospite della rassegna di poesia organizzata dai Salesiani

L'intervento di Sergio Zavoli a VastoSi è spento ieri a 96 anni Sergio Zavoli, maestro del giornalismo radiotelevisivo, per sei anni presidente della Rai. Zavoli, nel gennaio 1988, fu invitato a Vasto come relatore del Concorso di Poesia Dialettale e in Lingua della comunità Salesiana. Nell'appuntamento, tenutosi eccezionalmente nella chiesa di San Giovanni Bosco, con l'organizzazione di Ezio Pepe, Zavoli tenne un discorso che, ancora oggi, è di grande attualità e rivela la sua grandezza di pensiero.

"Io non ho nessun titolo per essere qui a parlarvi di Don Bosco, altri più e meglio di me potrebbero farlo. Se ne ho uno è uno che condivido con tante altre persone della mia età ed è quello di essere stato in qualche modo un allievo di Don Bosco, nel senso che negli anni della mia giovinezza ho frequentato un oratorio salesiano, dove si imparavano le regole di Don Bosco, ed è curioso pensavo poco fa parlando con il vostro vescovo [Antonio Valentini, ndr], scoprire ad ogni piè sospinto come sono in misteriose le strade dell’esistenza. Io ho fatto e faccio ancora in qualche misura un mestiere che mi ha consentito di ascoltare tante voci in ogni parte del mondo, di conoscere voci allegre, voci tristi, voci di speranze, voci di disperazione, voci belle, voci brutte, voci miti, voci arroganti, sono, per così dire, nella mia testa pieno di voci. Ne ho incontrate di ogni tipo e colore ed oggi ho incontrato la più singolare, più inverosimile di tutti; ho incontrato la mia stessa voce, ed era la voce di uno di questi bambini che poco fa ha cantato don Bosco ritorna tra i giovani ancor, gridiamo frementi di gioia ed amor, me le ricordo ancora queste parole. Erano delle domeniche per qualche verso straordinarie quelle che vivemmo negli anni che vanno da 1933-34-35 fino alla guerra. La guerra ha interrotto tante cose, ha interrotto anche queste consuetudini. Si andava il pomeriggio della domenica alle 5 alla benedizione, intendiamoci, non era sempre un grande empito spirituale quello che ci portava in quella stipatissima funzione pomeridiana, in realtà noi ragazzi vi andavamo anche per una ragione molto pratica, perchè chi andava alla benedizione aveva diritto a ricevere una marchina con la quale si aveva l’altro diritto essenziale, fondamentale, di accedere alla sala parrocchiale dove si proiettava un cine, quindi c’era un certo calcolo anche in questa fede della domenica pomeriggio. 

Ricordo che, un pomeriggio, sarà stata la chiesa così piena di persone, sarà stato il sussurro, non so, che veniva dai confessionali, il riverbero delle candele, l’odore dell’incenso, la vista dei volti delle persone che si comunicavano e che risalivano dal palmo delle mani come rimesse in pace dalla introduzione del Cristo; sarà stata anche questa congestione della tanta gente che stava una attaccata all’ altra, questa breve piccola vertigine che viene a volte durante le funzioni religiose nelle chiese appunto piene di persone, sarà stato tutto questo messo insieme, non so che altro, non riuscivo a valutare quello che mi accadeva nel corpo, ma certamente qualcosa stava accadendo nell’anima. lo provai come una specie di invaghimento per tutto quanto mi accadeva intorno e capii che probabilmente stava avvenendo dentro di me, si stava avverando qualche cosa di misterioso e importante: probabilmente mi dissi, mi sta venendo la «fede» e siccome io ero un ragazzo molto presuntuoso, pensai subito che dovendo avere fede e quindi dovendo testimoniare, si dovesse prendere ad esempio, a punto di riferimento, a parametro si dice oggi, del farsi avendo la fede, la misura della santità, mi pareva che non si potesse aver fede se non essendo santi.

Non capivo nella mia innocenza di bambino che, aver fede, significa santificarsi in qualche modo tutti i giorni vivendo insieme con gli altri la vita di ogni giorno nel modo migliore possibile e più semplice possibile. Allora all’idea della santità e quindi delle privazioni cui sarei andato incontro, all’idea di tutta questa vita decurtata di tutta la sua felicità, di tutta la sua gioia di vivere, mi parve che mi sarei dovuto privare di una così grande porzione appunto della mia umanità che a modo mio pregai il Signore di non darmi la fede. Ora francamente non so se sono stato esaudito, non credo d’altronde che sia questo quel che debbo dirvi, nè che questo possa in qualche misura particolare interessarvi, dovendovi io parlare di don Bosco. Ma certo, l’entrare in questa chiesa, ancorché sia cosÌ diversa da quella di allora e vi dirò dopo il perché mi ha ricondotto a quel pomeriggio. La chiesa, raccontavo poco fa al vostro Vescovo, era un finto gotico, dava su piazza Tripoli a due passi dal mare. Avevamo, lì, un prete straordinario, che è ancora vivo, ha 83 anni e che si chiama don Rossi. È stato il nostro educatore, quello che ci ha preso per la mano, è stato il vicario di tante cose, della famiglia, della scuola, della società, ci ha insegnato in qualche modo a vivere, ci ha insegnato la cosa fondamentale, a stare insieme, senza predicare, senza declamare, ma insegnandoci i piccoli passi quotidiani da fare. Ecco, in quella chiesa, che aveva sullo sfondo, magistrale per i miei occhi di bambino, l’immagine della Madonna, tutta celeste con Gesù in braccio e nella nicchia più importante, quella di destra don Bosco con il giovane Domenico Savio, che lo guardava con un giglio in mano. Ricordo quegli occhi perduti, nella visione del suo maestro, guardava in sù, tant’è che pensavo, beh, essere santi vuol dire che dovrà guardare in sù per tutta la vita. Poi ho capito che Cristo non ci chiede tanto, Cristo non ci ha dato gli occhi nè per piangere nè per guardare in sù, ma per stare qui e guardare le cose che sono qui sulla terra dove ci giochiamo tutto, anche il dopo. In quella chiesa cosÌ diversa da questa, così austera, almeno così mi sembrava, dove non era pensabile il coro dei bambini, o le danze folcloristiche, dove tutto era molto severo, tuttavia io in quelle penombre, in quelle suggestioni, in quel rigore, imparai che cosa potesse essere vivere, la dimensione, come posso dire, spirituale dell’esistenza.

Avevo un padre che si piccava di essere protestante solo per il fatto che in realtà era battezzato, era cresciuto all’educazione cattolica, aveva avuto dai genitori cattolici, non si sa perché per quali stravaganze, forse perché frequentò per un anno o due un collegio protestante, passò la vita a dire che lui era protestante. In realtà è stato una persona così comune, così uguale a tutti noi che, quando ci ritrovammo subito dopo la guerra tornando a Rimini da San Marino e trovando una città distrutta da circa cinquecento bombardamenti, era una città ormai alta un metro e venti, non si riconosceva più la topografia della città, bisognava reinventarsela, e ciascuno andava in giro su queste macerie, come i rabdomanti, a cercare i segni della propria vita passata, si inciampava nei ricordi, si cercavano le testimonianze di quella che era stata la nostra vita e quasi sempre non la si trovava, almeno d’acchitto. Non trovavamo nemmeno la nostra casa perché le bombe avevano sconvolto tutta la strada. lo mi ricordo che mio padre mi indicava i tetti chiamandoli per nome e diceva Fracassi, Bertozzi, Giovannini, ma Zavoli non c’era. Perché? Perché una bomba aveva fatto saltare il tetto e non se ne vedeva il camino. Bene, mio padre, quel giorno, quando ci decidemmo, essendo ormai convinti, che la casa non c’era più e che bisognasse rifarsela e che prima o poi in ogni caso l’avremmo rifatta, dovendo rifare la strada per ritornare a San Marino, dove ci aspettava mia madre, volle passare per piazza Tripoli. Disse, diamo un’ occhiata, per vedere cosa è successo. lo non capivo che cosa gli interessasse proprio vedere, che cosa era successo a piazza Tripoli, dove d’altronde non era successo nulla di diverso da quello che era successo in tutta la città. Quando arrivammo lì, disse: Oh, è in piedi e guardò la chiesa. Allora io dissi, beh già che ci siamo, entriamo. Entrò, si tolse quella specie di cappello o berretto, non mi ricordo cosa avesse in testa e insieme camminammo verso l’altare tenendoci per mani come due fratelli, perché questo accadde dopo la guerra, che cambiò il rapporto tra padre e figli, si trasformò di fronte a quel disastro assurdo e liberatorio dove c’era tutto da ricominciare e dove avremmo ricominciato insieme questa volta non più sotto il magistero, la tutela, la podestà paterna, ma noi col padre. Ecco, questo ruolo si trasformò in quello drammatico ma amorevole di fratelli, assurdo, se voi volete, però io ricordo che non c’era più la distanza di prima tra me e mio padre, eravamo diventati quasi due persone della stessa età, quindi stessi impegni, la stessa responsabilità, gli stessi dolori e soprattutto con gli stessi desideri e le stesse speranze. lo ricordo che ero io a portarlo dentro la mia chiesa e dove lui entrava con un’ aria compunta, ma un po’ da turista o da visitatore da museo, quindi con quella vaga distrazione che hanno le persone che vogliono ammirare qualcosa che non conoscono e io lo portai davanti a don Bosco. Lui lo guardò e disse: Questo è stato un galantuomo, questo era dalla parte dei poveri. Fu il primo grande, semplice, umile elogio di questo Santo che noi celebriamo oggi, che io ricordo e cito in modo particolare perché, scusatemi questo lo voglio dire, perché è di mio padre, perché quel che conta nella vita è molto spesso quello che passa da una mano all’altra, da una mente all’altra, da un animo all’altro, perché non riesco a concepire una vita se non dentro una comunità e non riesco a concepire una comunità che non faccia passare al suo interno dei propositi, dei pensieri, qualche cosa da condividere in cui compromettersi insieme.

Sergio Zavoli a VastoVi dicevo, appunto, che non avevo grandi titoli per parlarvi del vostro don Bosco, se volete anche del mio. Il rapporto con la fede ve l’ho detto, il rapporto con la religiosità è qualcosa di più sottile che ti accompagna per tutta la vita con la quale ti misuri anche in altri termini, che sarebbe più complicato dire. Il mestiere, poi, mi ha portato in giro per il mondo dove ho conosciuto la storia della sofferenza e dove ho capito però che c’è un’altra dimensione che è la sofferenza della storia di cui mi proverò a spiegare questa situazione che ho appena fatta. Dicevo poco fa dello spirito comunitario. Ecco, io credo che l’oratorio salesiano, questa straordinaria invenzione di don Bosco, corrispondesse soprattutto a questa intuizione: lo stare insieme. Lo stare insieme, non soltanto per il piacere di condividere la consolaziòne di essere più di uno, ciò per vincere la solitudine e al limite perfino la paura, ma stare insieme in funzione di qualcosa, ecco, questa è una grandissima intuizione che è poi tutta dentro perfettamente la cultura cristiana. Intanto, perché all’interno della comunità dove due persone si mettono insieme, scatta quella cosa straordinaria che è la conoscenza. Don Benedetto disse una cosa bellissima: la conoscenza è il principio dell’amore, poi si potrà dire qualcosa di più sofisticato, di più complicato su questa parola. Conoscersi vuol dire anche altro. Ma di fondamentale, all’inizio di tutto, c’è il fatto di incontrarsi, di conoscersi, di provare il piacere di stare insieme, di misurarsi, di dire chi siamo, che cosa vogliamo e perché lo vogliamo. Noi verremo alla meta a due a due, si dice anche in una bella poesia che mutua una idea cristiana di Elvard. Lo stare insieme vuol dire anche qualcosa di molto liberatorio e anche socialmente utile, anche di civilmente utile, culturalmente utile.

Don Milani parlava della politica, una categoria che è molto chiacchierata in questi anni, in questo periodo e che noi dovremmo contribuire a rivalutare, chiedendo ai politici di stare ancora dalla nostra parte, di sentirsi ancora possessori di una delega che viene da noi, questa delega a fare, che noi abbiamo dato a loro e, a fare, secondo l’intenzione e l’utilità nostra. Ecco il grande valore della politica, guai al momento, al giorno in cui dovessimo stabilire che la politica non ci serve più, guai se la spassionatezza, il disamore, il disincanto potessero indurci un giorno a dire che non ci importa più di nulla. In un certo tempo della nostra vita c’era uno slogan, che noi ragazzi gridavamo con grande orgoglio e dicevamo: me ne frego; poi abbiamo imparato che forse bisognava dire esattamente il contrario, bisognava dire: me ne importa. C’è stato un ragazzo che ha lasciato scritto: e non dite di non volerne più sapere, pensate che tutto è successo perché un certo giorno non ne avevate voluto più saperne. Si chiamava Giacomo Olivi, ed è un ragazzo che è morto negli ultimi giorni della Resistenza, impiccato, pochi giorni prima della pace, della fine della guerra. Dico questo con la consapevolezza di interpretare un sentimento che è una cosa sentimentale, è una cosa che riguarda proprio la cognizione di quello che pensiamo e diciamo, che vi riguarda tutti, perché in mezzo a voi c’è un Ministro della Repubblica, la signora Rosa Russo Jervolino, che è stata anche la presidente della mia commissione parlamentare di vigilanza e con la quale ho avuto consuetudine di lavoro lungo e spero reciprocamente felice, per me lo è stato di certo, la quale dietro quella sua mitezza ha molta forza, dietro quella sua dolcezza ha molto vigore e che si sta occupando di qualcosa in nome nostro che passa attraverso la politica e che riguarda in qualche misura le cose che io vi dico oggi: la grande questione della gioventù. Giù le mani dai bambini, sembra dire la Jervolino, di cui proprio oggi molto significativamente un giornale, che un tempo era stato del partito comunista e adesso direi che è genericamente della sinistra marxista, dedica una intera pagina, con fotografie, grandi ragionati e molti calibrati elogi.

Sergio Zavoli (foto Avvenire)La grande questione dei giovani, questa fu la grande intuizione di don Bosco, che per fare una società bisognava cominciare non dagli studi sociologici, che peraltro allora non c’erano, ma semplicemente dalla constatazione che una società comincia dove c’è un giovane; ecco, questa è stata la rivoluzione di don Bosco. Parrebbe una cosa da poco. Tutto comincia da lì. L’altra intuizione di don Bosco, con cui accreditava la prima, era che bisognava distogliere il giovane dalla peggiore delle condizioni e dalle sudditanze, la miseria unita alla rassegnazione. Bisognava dare a questi giovani un potere contrattuale dentro la società per potersi difendere. Se pensate bene, la stessa intuizione di un altro prete, la storia di questi rimbalzi straordinari, pensate a don Milani, alla storia della parrocchia di Barbiana e alla sua intuizione di voler dare ai figli degli operai e dei contadini cento parole. Il suo progetto era di dare a dei ragazzi cento parole in più con le quali difendersi nella vita per acquistare più potere contrattuale nei confronti dei padroni, i quali, quasi sempre, ne sanno almeno cento di più. Ecco, don Bosco, capì allora, una cosa non cosÌ facile come potrebbe sembrare; l’educazione clericale si fondava essenzialmente sulla catechesi, sull’edificazione, sul buon esempio, riguardava la brava gente, la buona gente, non distingueva tra sofferenza della persona e sofferenza invece della storia".

di Redazione Zonalocale.it (redazione@zonalocale.it)

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