In ricordo di don Felice Piccirilli - Storia locale, il prelato vastese fu a Fresagrandinaria dal 1936 al 1940
 

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11 luglio 2020
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In ricordo di don Felice Piccirilli

Storia locale, il prelato vastese fu a Fresagrandinaria dal 1936 al 1940

In qualità di cittadino di questa terra, mi sento in dovere di esprimere due parole sulla umanissima figura di don Felice Piccirilli, un uomo nato e formato nel semplice, sincero e pratico mondo contadino; quello di una volta, di sani principi e di buoni sentimenti. Una persona che ha voluto e fatto del bene alla mia gente.

È risaputo che non tutti i Santi sono stati riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa e, anzi, direi nella maggioranza dei casi.
Ma al popolo rimangono il loro esempio, la loro testimonianza di fede, le loro opere. E il nostro indimenticabile don Felice è certamente uno di questi. Sono convinto che, come me, i fresani lo considerano tale.

Era un vastese. Negli intensi quattro anni che visse e operò in questa parrocchia (dal 1936 al 1940) lasciò una traccia indelebile di fede e impegno quotidiano, di zelo e di altruismo che, a distanza di ormai ottant’anni, rimane intatta in chi lo ebbe a conoscere e apprezzare.

Posso dire che per questo popolo è cosa straordinaria giacchè qui le persone sono state sempre riottose, discordi, individualiste e talvolta anche ciniche. L’essere qui riuscito ad ottenere l’universale stima nonché unanime consenso fu, per un giovane prete forestiero, una cosa fuori dal comune. Direi unica più che rara, quasi un miracolo. Era nato nel 1912 e, dunque, venne a Fresa appena ventiquattrenne. Insieme alla madre Maria Rosaria D’Adamo e alla sorella Elena abitò in un piccolo appartamento al pianterreno dell’ex palazzo baronale sulla sommità del centro storico, un po’ umido, senza acqua corrente e privo di servizi come tutte le abitazioni popolari di allora. Fu sobrio nel mangiare e semplice nei modi.

Prima di don Felice e per lunghi anni la parrocchia fu tenuta da un anziano parroco locale il quale, sia per l’età che per i suoi malanni senili, ma anche per una sua mentalità antiquata, aveva trascurato un pochino i suoi impegni sacerdotali. Faceva vita con distacco dalla gente che, di conseguenza, disertava. Pare che nei tempi ordinari aprisse la chiesa soltanto di sabato. Era geloso anche dei confratelli per via delle offerte per le litanìe e sulle messe.  
Pace anche all’anima sua.

Dunque, don Felice. In poco tempo questo esemplare sacerdote riuscì a rivoluzionare la parrocchia nel riportare tutto il popolo in chiesa con la sua parola e i suoi insegnamenti: egli sapeva stare con la gente ascoltando, consigliando, esortando, talvolta anche ammonendo. E poi anche fattivamente con la decorazione della chiesa, l’acquisto di un armonium, la chiamata di un gruppetto di suore comboniane – chiamate “Pie madri della nigrizia” – per la tenuta di un asilo infantile e per l’insegnamento della cucina, del ricamo e del cucito alle ragazze contadine -; l’istituzione di un partecipato oratorio, l’organizzazione della Azione Cattolica che, da inesistente, ottenne numerosi premi e riconoscimenti diocesani e nazionali. Senza contare la scuola serale per i contadini lavoratori da lui tenuta e curata personalmente. La sua casa era aperta a tutti e ciascuno vi trovava consigli, parole di speranza e, anche, aiuto. 

Quando usciva era sempre attorniato di grandi e piccini, quasi come un Cristo tra la gente. Perché tra le sue doti naturali aveva l’empatia e lo metteva in pratica.
Per ragioni di età non posso ricordare don Felice che per sentito dire. E non sento che dire bene. A Fresa come nella natìa Vasto per il suo grande, continuo, instancabile impegno sociale durante tutta la sua vita non proprio lunga.

Tengo sempre presente che celebrò il matrimonio dei genitori e mi impartì il battesimo per cui gli nutro venerazione, lo penso e ricordo quotidianamente nelle mie preghiere. Tanto debbo e voglio per sincera riconoscenza e ammirazione.
Questa luminosa figura meriterebbe senz’altro l’intitolazione di un luogo pubblico di Fresa. E dico: signori, se gli si intitolasse, con l’apposizione di una targa, lo spazio antistante la parrocchiale, non sarebbe cosa doverosa e bella?

Tanto ricordato, mi pare anche opportuno oltrechè piacevole spendere (poche ma convinte) parole sul nuovo, bellissimo libro che don Gino Smargiassi ha così ben saputo scrivere e riccamente documentare: Ricordando don Felice. Una biografia densa di significato che tengo cara e conservo tra le più interessanti da me lette e rilette. Una testimonianza che non mi stancherò di consigliare ai miei amici e parenti. Con la sua prosa elegante ed espressiva e, a volte toccante, col procedere sicuro di chi è padrone della materia (per 12 anni fu vice del Nostro), con la puntigliosità, obiettività  di uno storico rigoroso don Gino ha arricchito la nostra cultura e rinvigorito un pochino anche la nostra fede. Egli ha magistralmente saputo delineare la vicenda terrena, l’apostolato e il carisma del sant’uomo suo conterraneo. E lo ha posto in una degna cornice a futura memoria.

Io che ho il privilegio di conoscere don Gino da tanti anni, di apprezzarne l’impegno quotidiano nella sua missione sacerdotale e di stimarne profondamente le qualità umane, gli dico: Bravo, veramente bravo! Grazie don Gino anche a nome di questa comunità.

Pierino Giangiacomo

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