Caterina Garone: "Investire nella ricerca è investire sul futuro" - La ricercatrice vastese è impegnata in un progetto sulla diagnosi del Covid-19
 

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4 giugno 2020
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Caterina Garone: "Investire nella ricerca è investire sul futuro"

La ricercatrice vastese è impegnata in un progetto sulla diagnosi del Covid-19

Caterina Garone, medico e ricercatrice vastese, si occupa di ricerca sulle malattie rare all'università di Bologna - Policlinico Sant'Orsola. Ma in, questo periodo, come tanti suoi colleghi, è impegnata in attività di ricerca sul Covid-19. Abbiamo parlato con lei del suo percorso e delle attività in cui è impegnata nella nostra Mezz'ora con..., l'appuntamento di Zonalocale in diretta su Instagram.

Nel suo percorso professionale c’è stata una lunga esperienza all’estero e poi il rientro in Italia. Quali sono state le tappe fondamentali?
Sono partita all’ultimo anno di specializzazione con l’idea di fare una tesi all’estero. Ero un medico che non aveva esperienza di laboratorio ma ho avuto l’opportunità di iniziare negli Stati Uniti dove ci sono spinta ed entusiasmo verso la ricerca. Così, con altre persone come me, abbiamo iniziato a fare attività di laboratorio alla Columbia University di New York sulle malattie rare, in particolare le malattie mitocondriali. Da lì ho scoperto che mi interessava la ricerca di laboratorio e il poterla coniugare con il mio background clinico. La mia idea era di poter visitare il paziente, trovare il suo problema, studiarlo in laboratorio e tornare indietro con la risposta, quella che noi chiamiamo medicina traslazionale. Ho portato avanti il percorso per 5 anni negli USA, da lì mi sono trasferita a Cambridge, dove ho potuto iniziare questa doppia attività, clinica e di ricerca. Poi ho avuto la fortuna di vincere il programma Rita Levi Montalcini e rientrare In Italia lo scorso settembre. Ho avuto una bellissima accoglienza dal Dipartimento Scienze Mediche e Chirurgiche del Sant’Orsola di Bologna. Oggi ho una doppia opportunità perché, in un evento abbastanza difficile da riorganizzare nell’ambito dell’università, ho la possibilità di fare un’attività clinica che è strettamente collegata alla mia ricerca. Una volta a settimana c’è l’attività di ambulatorio dedicato alle malattie mitocondriali e, per il resto del tempo, sono nel mio laboratorio. In questo periodo la mia ricerca di base si è interrotta, quello che io e altri ricercatori stiamo facendo è mettere a disposizione dell’emergenza del momento le nostre capacità tecniche. Anche se non siamo dei virologi ci sono delle competenze tecniche che possono essere a supporto dell’emergenza e, per quando mi riguarda, ci sono degli aspetti nell’ambito di questa pandemia che sono strettamente correlati al mitocondrio. 

Con l’università di Bologna è impegnata in un progetto legato al Covid-19. Di cosa si tratta?
L’idea è di mettere a punto nuove tecniche diagnostiche che ci permettano di diagnosticare non solo la malattia ma di poterne seguire le fasi della, dal momento in cui non ho sintomi, alla fase conclamata della malattia, fino alla remissione. Questo è importante perché ovviamente va di pari passo con la terapia e va di pari passo rispetto alla cura, l’ospedalizzazione o l’utilizzo della terapia intensiva. Le tecniche che vogliamo mettere a punto permettono di aumentare la rapidità di diagnosi o di studiare un maggior numero di pazienti allo stesso tempo. L’aspetto fondamentale è studiare chi non ha sintomi, poter isolare le persone che non hanno sintomi ma hanno l’infezione. Sono quelle che, purtroppo, sono causa dell’espansione della pandemia. Oltre a questo c’è l’idea di studiare il meccanismo rispetto alle malattie rare che sono oggetto della mia attività principale di ricerca, quindi come si comporta la disfunzione mitocondriale quando una persona viene esposta a Covid-19. 

Com’è cambiata l’attività di voi ricercatori in questo periodo?
C’è una completa conversione dei laboratori sulla pandemia in corso, anche le cliniche specialistiche non funzionano. La maggior parte di noi è in smart working, dobbiamo lavorare in meno persone in laboratorio, seguendo dei turni e qualsiasi scambio di informazioni sugli esperimenti e sui risultati deve essere fatto in via telematica. Questo rende difficile poter valutare un risultato che a volte hai su un film o su una schermata. C’è poi difficoltà nel reperire alcuni reagenti e questo sta condizionando la nostra attività. Ma la passione è tanta e le difficoltà non ci fermano.

In questo periodo stai dando il tuo contributo all’attività sul Covid-19. Come porta avanti questo impegno con il suo progetto sulle malattie rare?
La mia attività sulle malattie rare è quella di poter dare una speranza e una terapia. Ovviamente, in questo periodo, c’è grande sofferenza nel sapere che tutto verrà ritardato. Però sappiamo che se uniamo le forze nella pandemia globale potremo tornare tutti presto alla nostra attività. Quello che stiamo cercando di fare è non dimenticarci dei nostri pazienti. Nel caso dei pazienti con patologie mitocondriali abbiamo avviato un progetto per indagare in che modo il Covid-19 ha impattato la loro qualità della vita, la loro patologia, il loro stato di salute generale. Così potremo avere informazioni importanti per il futuro, sia in un’eventuale seconda ondata della pandemia, sia di fronte alla possibilità di un vaccino. Vogliamo avere più informazioni per valutare come ci dobbiamo comportare con i nostri pazienti, che sono persone a rischio, con delle patologie particolari. Dobbiamo consigliare loro il vaccino? Serve l’isolamento o le misure igieniche sono sufficienti? Abbiamo creato un questionario online, aperto a pazienti con malattie mitocondriali, con l’associazione Mitocon [CLICCA QUI].

Sta emergendo molto chiara in queste fasi l’importanza dell’efficienza del sistema sanitario e di quanto sia cruciale il ruolo della ricerca. Quanto sarà importante mantenere i riflettori accesi anche quando l’emergenza Coronavirus sarà finita?
La ricerca è la nostra unica speranza di innovazione, l'unica nostra speranza per uscire da una crisi economica, per uscire da una crisi sanitaria, per trovare una terapia, per educare un bambino. Investire nella ricerca è investire sul futuro. Stanno venendo fuori, durante questa pandemia, la vera figura del medico e la vera figura del ricercatore. Chi sono queste persone? Figuriamoci che, fino ad alcuni anni fa, si pensava che il ricercatore non dovesse essere inquadrato come lavoratore. In realtà sono persone che, con passione, lavorano senza orario, lavorano per portare un beneficio a tutta la popolazione e questo beneficio si vede non solo nella pandemia ma nella vita quotidiana. Se diamo ai ricercatori la possibilità di lavorare e raggiungere degli obiettivi, l’impatto che avremo nella nostra vita quotidiana è tale da permettere un miglioramento a tutti. La mia preghiera è che, dopo questo momento della difficoltà, non ci si dimentichi della ricerca, non ci si dimentichi dei ricercatori e non ci si dimentichi di quello che è stato fatto in questo momento e di quello che possiamo ancora fare. Non solo per la pandemia ma a 360°, per portare un’evoluzione e un’innovazione. 

Che sfida è per lei andare in laboratorio ogni giorno, confrontarsi con l’ignoto, portare avanti le tue ricerche?
Penso di fare il lavoro più bello del mondo, È entusiasmante, c’è la curiosità di conoscere e di sapere come funziona la fisiologia, il corpo umano, di poter studiare la malattia per poter trovare quella piccola molecola, quella piccola proteina sbagliata da correggere. Il nostro lavoro è creativo. Per disegnare una terapia devo inventarla, pensarla. Per disegnare un piano di ricerca devo pensare qualcosa che è impossibile. È come una sorta di mondo magico in cui parti da un fenomeno che non ti sai spiegare e, attraverso i tuoi esperimenti, trovi la spiegazione. Ci sono sicuramente dei momenti di difficoltà, non si torna tutti i giorni a casa con una scoperta o un successo, questi magari si vedono dopo anni di lavoro. Ci sono esperimenti che non vanno e sono da ripetere, progetti da rifare. Ma, soprattutto lavorando nella malattie rare, quando vedi che alla fine del progetto c’è un paziente, una famiglia, a cui dare una speranza, trovi la forza e la passione per ricominciare a volte anche da capo.

È stata per diversi anni all’estero. Da fuori com’è vista la ricerca scientifica italiana?
Sicuramente ci sono delle eccellenze che vengono riconosciute all’estero. Ma dall’estero si vede anche la fatica che l’Italia fa per la mancanza di fondi e per una tecnocrazia che ci impedisce di andare avanti rapidamente. La genialità di alcuni italiani, la tenacia, l’eccellenza di alcuni centri italiani è riconosciuta. Ma penso che l’eccellenza di alcuni centri vada valutata dieci volte di più perché, se con così pochi fondi e con un sistema così complesso per svolgere la ricerca, si riescono a raggiungere risultati competitivi a livello mondiale, vuol dire che le competenze che abbiamo qui in Italia sono alte. Ne dobbiamo andare fieri e orgogliosi e incentivare la nostra ricerca.

Nel progetto di ricerca sul Covid-19 all’università di Bologna che tempi avete?
In questo momento stiamo ancora mettendo a punto la tecnica ma dobbiamo lavorare velocemente. Quindi speriamo di poter iniziare ad arruolare i primi pazienti al massimo entro un mese. Purtroppo molto dipende dai fondi. Devo dire che in questa fase di emergenza anche la parte meramente burocratica da parte degli organi regolatori si è velocizzata, quindi il Comitato Etico approva rapidamente gli studi, ovviamente valutata l’affidabilità. È stato attivata anche una piattaforma di crowdfunding per sostenere i progetti di ricerca [CLICCA QUI].

Quanto è importante l’aspetto della comunicazione in ambito scientifico per evitare che si crei un caos nelle informazioni?
Purtroppo c’è una mancanza di comunicazione tra scienza, comunicatori scientifici e politici. La mancanza di integrazione tra queste tre parti poi fa sì che le informazioni date alla popolazione siano contraddittorie e, talvolta, sbagliate. In questa fase di pandemia si è visto che, per fortuna, la voce scientifica è stata accolta. Ma questa dovrebbe essere una integrazione continua, non essere isolata in questo momento. La modalità di comunicare delle informazioni scientifiche non è la stessa con cui possiamo comunicare altri fatti di cronaca perché hanno un impatto sulla vita quotidiana e un impatto psicologico importante. E ci vogliono competenze. Bisogna lasciar parlare gli scienziati. Purtroppo la scienza non è un’arte esatta, è chiaro che a volte emergono contraddizioni o non si hanno delle soluzioni o delle risposte immediate. Ma siamo qui a lavorare per questo.

di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

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