Don Spagnoli: "La società ha bisogno di persone coraggiose nel bene e capaci di sacrificio" - L’omelia del parroco di Santa Maria maggiore nella celebrazione di ringraziamento
CHIUDI [X]
 
Vasto   Attualità 01/01

Don Spagnoli: "La società ha bisogno di persone coraggiose nel bene e capaci di sacrificio"

L’omelia del parroco di Santa Maria maggiore nella celebrazione di ringraziamento

La fine dell'anno nella Chiesa è segnata dalla celebrazione del Te Deum, rito di ringraziamento per i giorni passati. A Vasto è sempre viva la tradizione della chiesa di Santa Maria Maggiore con i 365 rintocchi della campana maggiore, uno per ogni giorno dell'anno, e l'omelia del parroco - chiamata nella tradizione popolare "la prediche di Fabbrizie", in ricordo di un'antica storia - in cui cogliere spunti per rileggere l'anno trascorso e avere uno sguardo di speranza al nuovo anno. Pubblichiamo le parole pronunciate ieri sera da Don Domenico Spagnoli.

Nel pomeriggio abbiamo ascoltato i 365 tocchi del Campanone di Santa Maria Maggiore che ricordano il tempo che scorre, di anno in anno, ma anche la grazia che viene offerta in ogni singolo giorno. Quella nota era risuonata per 365 volte, una nota di lode e di gratitudine ma anche di intercessione, di richiesta di luce e consolazione per le ferite dei nostri cuori. La nota grave della campana grande, infatti, può ingenerare curiosità, stupore e meraviglia ma anche seria riflessione. Il richiamo del suono ci aiuta a cogliere il senso profondo del canto che faremo al termine di questa mia catechesi. Meraviglia e meditazione, perdono e lode tenuti insieme dal canto. Rivolgeremo prima al Signore una preghiera litanica, in cui invocando Maria con i suoi vari titoli, chiederemo preghiera per noi, per la Chiesa, la società civile, gli amici e i nemici, i nostri vivi e i nostri defunti. Prima di poter rivolgere qualsiasi altra parola a Dio occorre insomma riconoscersi deboli, piccoli, fragili e peccatori per non presumere di sé o avvicinarsi con parole inutili a Colui che è Santo. Ecco il primo atteggiamento da assumere nell’ultimo giorno dell’anno: il riconoscimento della propria debolezza e la fiducia in colei che, Madre, sostiene e incoraggia i suoi figli indirizzandoli all’essenziale. 

Dopo aver chiesto la preghiera alla Vergine e invocato la misericordia del Signore canteremo l’Inno Te Deum, nell’originale melodia settecentesca tramandata dai nostri padri, che ci costringe a de-centrarci. Le prime parole infatti dicono già tutto: ci rivolgiamo al Dio Trinità dandogli del Tu, Te Deum; siamo qui per rivolgerci a Te e non ai potenti della terra, ci rivolgiamo a Te perché tu sei il padrone del tempo. Canteremo Te Deum laudamus, ossia ricorderemo a noi stessi che la lode degli uomini va rivolta a quel Dio che si fa dare del Tu, e che ci da del tempo sulla terra, per riconoscerlo come Signore. Tu sei il Dio che merita la nostra lode; Tu - e nessun altro come te - merita la nostra gratitudine perché da Te proviene ogni cosa e ci hai resi capaci di pregare, di dialogare con l’Infinito. 

Che fine ha fatto questo nostro peculiare dono di parlare la stessa lingua di Dio, di poterlo pregare nello Spirito, visto che in noi dimora lo stesso Spirito del Padre come ricorda l’Apostolo (Rm 8,15): “avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»? Ho trovato in questo anno il tempo di lodare, ringraziare per ogni cosa il buon Dio che mi ha accompagnato come pellegrino in questo tempo? 

Il tempo. Una dimensione inafferrabile e di cui ci lamentiamo sempre: “non ho tempo” – diciamo – non abbiamo mai tempo per Dio. Forse in questo anno abbiamo trovato tempo per lo sport, per la palestra, per il cane, per i balli e per le cene, facendo anche grandi sacrifici per queste cose, ma rischiando di trascurare il Dio che è al di sopra di ogni cosa. Tutto può essere buono, ma c’è qualcosa o Qualcuno che viene prima, che è all’origine di ogni dono. Se ciò che facciamo ci distrae dall’essenziale occorre rimettere ordine nella nostra vita.

Qui si apre una delle ferite della nostra società contemporanea: la distrazione. Siamo gente continuamente distratta che è, come ricorda l’etimologia - “dis-trahĕre” - tirata da diverse parti…quindi altrove non “presente al presente”. Non è un caso che gli incidenti stradali nel 2019 riportino un bilancio di nove morti al giorno in Italia, e che la prima causa di questi sia la distrazione. La distrazione non è sempre innocente, se si pensa a chiamare o chattare al cellulare quando dovrei stare vigile. Analogamente la continua distrazione nella vita spirituale può avere delle conseguenze mortali se non sappiamo prestare attenzione a Colui che passa nel quotidiano, si dona a noi, ci interpella nel volto del fratello e della sorella e chiede ospitalità nel cuore. Uomini e donne distratti perché “at-tratti” da altro e “dis-tolti” dall’impegno per il duraturo, spesso fagocitati da uno schermo o dalle illusioni del mondo. Scrive Lucia Bellaspiga: “A ben guardare, qual è l’attrattiva reale? Che cosa ci affascina? Non il comunicare con l’altro, ma con noi stessi, con quell’io da postare e sottoporre all’altrui consenso, e guai se questo non arriva…”[1]. 

Come uscirne? Cercando la Vita. Guardando con onestà a ciò che stiamo facendo e se le nostre scelte lascino una scia di vita anziché rubarla. Nel tempo di Natale abbiamo a che fare con un Bambino che deposto in una mangiatoia si vuole far mangiare, viene a nutrire e non a rubare. Questo è lo stile di Dio che va conosciuto e riconosciuto da adulti, con una fede adulta nel nuovo anno che si apre per Provvidenza di Dio. Vincere le distrazioni con la onestà intellettuale di chi sa distinguere le vie di vita da quelle di morte, le vie generative (che liberano il cuore mio e degli altri) da quelle de-generative. La preghiera in questo senso, attraverso quel tempo di ascolto restituito a Dio, aiuta a cogliere quelle vie di pienezza e di liberazione di cui tutti abbiamo bisogno. Nel 2020 ricominciamo a dare tempo a Dio per riscoprire così il tempo restituito all’umano…che ancora è noi e nel fratello. 

In questi giorni abbiamo ricevuto infiniti auguri di felicità, promesse e “offerte commerciali” di ogni genere comprese quelle relative al cenone di capodanno. La verità è che la nostra sete di felicità diventa un’esca per tanti, troppi che vogliono venderci delle cose. Anche in questo 2019 saremo cascati – a volte ingenuamente altre in modo consapevole – nella triade “tutto – subito – facile” a cui educhiamo istintivamente anche i giovani. Stai ingrassando ecco la dieta del “tutto – subito – facile”, stai invecchiando ecco la crema del “tutto - subito - facile”, hai un problema di salute ecco la pillola, hai un problema a scuola ecco “risolve mamma”, vuoi divertirti ecco la sostanza! Può bastare “qualcosa” di finito per saziare la nostra sete di in-finito? E soprattutto quanto durerà l’effetto e quali possono essere le conseguenze? Occorre urgentemente vigilare “sull’illusione consumistica per cui per essere felici bisogna comprare anziché comprendere, godere anziché gioire, arraffare anziché impegnarsi …salvo poi scoprirsi sempre insoddisfatti”[2]. A tal proposito ci ha colpito la recente indagine sugli studenti italiani che rivela che l’80% dei ragazzi non raggiunge il livello minimo per la comprensione di un testo (la percentuale cresce se si sale con l’età). Si è poi anche onestamente detto che questa stagnazione culturale si protrae dagli ultimi quarant’anni. Sta di fatto che, se le cose stanno così, tutti abbiamo delle responsabilità e non solo il mondo della Scuola. Il tutto – subito – facile non costruisce il “durevole” e non regge agli urti della vita e al confronto con un mondo in continuo cambiamento. Occorre affrontare il nuovo anno imparando a guardare la realtà in cui viviamo con impegno, sapendo che si diventa uomini e donne maturi solo quando ci si assume una responsabilità su qualcosa e su qualcuno: il percorso è graduale, lento e impegnativo; esattamente il contrario di quello che ci promette il mondo. Cosa facciamo noi adulti per corresponsabilizzare i ragazzi? Come coinvolgiamo gli altri nella comprensione che dietro un diritto vi sono anche dei doveri verso la collettività, e che in un mondo in cui tutti seguono la via più comoda (in modo edonistico) non si garantisce il futuro? In un epoca in cui “va bene tutto” infatti nulla rimane “bene”. Se tutto è uguale, nulla più si distingue. Ma la società ha bisogno di persone affidabili, formate, professionali, coraggiose nel bene e capaci di sacrificio; la società ha bisogno di futuro e questo lo si prepara oggi, chiedendo a tutti la capacità di fare il proprio dovere con coscienza. Per fortuna in tanti si prendono a cuore l’educazione dei ragazzi e dei giovani in diversi settori, dalla Scuola, alle Parrocchie alle Associazioni culturali e sportive, ma occorre sposare una cultura che sa investire nel tempo e non su un risultato immediato ed illusorio. Credere tutti insieme che si va lontano se si va piano, con rispetto ed intelligenza: questo criterio vale per la crescita sana, per l’ecologia e per le piccole cose di ogni giorno. 

Che cosa c’entra tutto questo con il Vangelo nel giorno in cui preghiamo Dio con il Te Deum? Non posso non agganciarmi alla festa della Santissima Madre di Dio, di cui ricorrono i Primi Vespri. Nel Vangelo poc’anzi proclamato a Messa si parlava della visita dei Pastori a Betlemme e dello stupore dei presenti nell’ascoltare quegli umili, destinatari dell’annuncio angelico. Maria meditava tutte quelle cose nel suo cuore, qui il verbo greco “symbàllusa” esprime il tenere insieme le tante parole provenienti dal racconto, tenere insieme gli aspetti incomprensibilmente contrastanti: la notte e la luce degli angeli, gli scartati dalla società (i pastori) e la predilezione di Dio per questi, la giustizia e la misericordia, il santo e il peccatore, il divino e l’umano, il bene e le nostre mille contraddizioni. Ella incarna infatti il simbolo e il sim-bolico che si differenzia dal dia-bolico che è appunto il contrario; diabolico è agire per esasperare il contrasti fino a portare alla divisione, alla guerra tra di noi, alla polemica senza fine, alla gioco della colpa. Insomma entrare in questi primi vespri di Maria Madre di Dio, ci aiuta a ricentrare il nostro futuro nell’accettazione del diverso da noi, nella misericordia da vivere verso noi stessi e gli altri, nel rinnovare la fatica di tenere insieme - da un punto di vista civile ed ecclesiale - le nostre mille diversità di pensiero, per continuare a costruire il futuro a vantaggio di tutti e non solo di alcuni. Occorre passare dalle nostre reazioni puramente emotive (spesso dettate dalla paura) al coraggio di riflettere e di meditare sull’insegnamento che posso trarre dall’altro, diverso da me. Ci sarà qualcosa che posso imparare da chi non la pensa come me? Mi potrà aiutare a prevenire le “guerre del futuro”, a custodire una casa per tutti, a custodire la nostra Madre Terra e la nostra Città? Che cosa c’è di buono nell’altro che devo raccogliere per salvare il bene di tutti. 4 

Ripartiamo da Maria per imparare la nobile arte dell’ascolto accogliendo con lo sguardo del cuore. Ripartiamo da Maria per non lasciarci vincere dagli elenchi al negativo dell’anno strascorso. È giusto sapere delle numerose stragi del 2019, dell’elenco dei morti, degli attentati, dei terremoti e delle alluvioni; è vero che la nostra nazione è arrivata al più basso tasso di natalità dal 1860… ma da dove si riparte per ricostruire? Dalla speranza. Dalla speranza che sa scorgere il tesoro nascosto nelle piccole cose, che sa guardare il bene nascosto nei tanti uomini di buona volontà, di cui non parla nessuno ma che rimangono i prediletti del Vangelo: uomini e donne della eroicità quotidiana che vi erano nel passato e - per grazia di Dio - ancora oggi. Ricominciamo dal fare memoria del bene che si porta avanti con umiltà nel logorante feriale per riacquistare così speranza: Dio ci ha creati vulnerabili ma capaci di miracoli con la sua Grazia. Ci affidiamo insieme alla Vergine Maria con le parole di San Francesco di Sales: 

Ricordati e rammentati, o dolcissima Vergine, che Tu sei mia Madre e che io sono Tuo figlio; 
che Tu sei potente e che io sono poverissimo, timido e debole. 
Io Ti supplico, dolcissima Madre, di guidarmi in tutte le mie vie, in tutte le mie azioni. 
Non dirmi, Madre stupenda, che Tu non puoi, 
poiché il Tuo amatissimo Figlio Ti ha dato ogni potere, sia in cielo che in terra. 
Non dirmi che Tu non sei tenuta a farlo, 
poiché Tu sei la Mamma di tutti gli uomini e, particolarmente, la mia Mamma. 
Se Tu non potessi ascoltare, io Ti scuserei dicendo: 
“è vero che è mia Mamma e che mi ama come Suo figlio, 
ma non ha mezzi e possibilità per aiutarmi”. 
Se Tu non fossi la mia Mamma, io avrei pazienza e direi: 
“ha tutte le possibilità di aiutarmi, ma, ahimé, non è mia Madre e, quindi, non mi ama”. 
Ma invece no, o dolcissima Vergine, Tu sei la mia Mamma e per di più sei potentissima. 
Come potrei scusarti se Tu non mi aiutassi e non mi porgessi soccorso e assistenza? 
Vedi bene, o Mamma, che sei costretta ad ascoltare tutte le mie richieste. 
Per l’onore e per la gloria del Tuo Gesù, accettami come Tuo bimbo 
senza badare alle mie miserie e ai miei peccati. 
Libera la mia anima e il mio corpo da ogni male 
e dammi tutte le Tue virtù, soprattutto l’umiltà. 
Fammi regalo di tutti i doni, di tutti i beni e di tutte le grazie 
che piacciono alla SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen. 

[1] Lucia Bellaspiga, Se il cellulare ci condanna all’analfabetismo dell’anima, in L’Avvenire del 31.12.2019, p.3. La stessa aggiunge nell’articolo: “Quando lo strumento per aprirci al prossimo il cellulare si trasforma in una sorta di buco nero dentro il quale precipita il mondo a noi esterno, risucchiato senza lasciare traccia; quando diventa lo specchio di Narciso, nel quale non ci interessa vederci per come siamo, ma millantare un simulacro di come vorremmo essere, è allora che abbiamo perso noi stessi. 

[2] Alessandro D’Avenia, L’ultimo posto in “Il Corriere della Sera” del 9/12/19, p. 1. 


Commenti




 

     
     
     
     
     
     

    Chiudi
    Chiudi