Flavio Ferrara, un programmatore nel settore del Fintech - Un percorso formativo e professionale tra Italia, Brasile e Portogallo
 
Vasto   Personaggi 16/01

Flavio Ferrara, un programmatore nel settore del Fintech

Un percorso formativo e professionale tra Italia, Brasile e Portogallo

Vorremmo pubblicare centinaia di storie semplici e incoraggianti, come questa.
Flavio Ferrara è un 29enne vastese che si diploma in provincia, seguendo la sua passione consegue la laurea in uno dei grandi poli universitari italiani, e poi finisce per realizzare i propri desideri professionali all’estero.

Flavio, come sei finito in Brasile?
Dopo il diploma al Mattei di Vasto e la laurea in ingegneria informatica al Politecnico di Milano, grazie ad un Erasmus, sono finito in Brasile nella città di Vitòria per completare gli studi.

Hai trovato molte differenze tra l’università italiana e quella brasiliana?
Abbastanza, per farla breve in Brasile si segue il modello americano in cui ti fanno mettere in pratica quello che studi mentre in Italia si cura più la didattica e, in soldoni, ti insegnano ad imparare. Ciò che devi realmente saper fare in qualsiasi ambito professionale, soprattutto nel campo dell’informatica.

Conseguita la laurea poi cos’è successo?
Ho trovato lavoro qualche mese prima la conclusione degli studi in un’azienda della stessa città in cui mi trovavo, Vitòria. Due anni intensi in cui ho fatto molta esperienza. Poi sono finito in Portogallo, a Lisbona.

Come mai proprio a Lisbona?
Per desiderio comune con la mia compagna e per l’offerta professionale che ho ricevuto. Ho cominciato a cercare esattamente tre mesi prima di trasferirmi.

Con quale criterio hai scelto la piazza professionale di Lisbona?
Come sai Internet ti consente di farti un’idea abbastanza realistica sul piano professionale di un paese o di una città. E non esistono soltanto le piazze più blasonate come Londra, Berlino o Milano, infatti Lisbona e tutto il Portogallo stanno vivendo, almeno per il settore in cui opero, una buona fase di sviluppo. Ho scelto un’impresa piccola, perché per ora non mi vedo in un grande gruppo, preferisco cercare di incidere in una piccola realtà in cui il valore di ognuno può essere determinante.

Che fai ora?
La startup in cui lavoro appartiene al settore del “Fintech” – le startup in ambito finanziario – e il progetto in cui lavoro mira infatti a sostituire i vecchi modelli di previsione che usano le banche. Aiutiamo le istituzioni finanziarie a dare credito meglio e più velocemente, con l'aiuto di intelligenza artificiale e machine learning. E’ un settore relativamente nuovo e molto soggetto al fenomeno della “disruption” [ndr: il radicale cambiamento di un processo o un intero settore, come Uber nel settore del trasporto privato].

Tu cosa fai di preciso?
Io scrivo codice, faccio il programmatore. Sono software engineer e, nel dettaglio, data science engineer. In pratica ragiono sull’algoritmo usando nozioni della matematica e della statistica, e poi traduco in codice generando una parte del programma che sia scalabile, veloce e privo di errori.

Lavori all’interno di un gruppo?
Lavoro in un team di otto persone in cui ognuno ha un compito (front-end, back-end, sistemi) e soprattutto un obiettivo.

Cosa ti appassiona di questo progetto?
Nel progetto in cui sto lavorando entra in gioco il “machine learning” [ndr: la capacità di nuovo apprendimento che può avere un software], una delle aree più affascinanti dell’intelligenza artificiale.

Fai un lavoro che ti piace? Era proprio quello che volevi fare?
Decisamente sì. Non sapevo cosa volevo fare. Immaginavo che l’informatica, almeno ad un certo livello, fosse un campo dove avrei trovato problemi, complessità e la necessità di affrontarli con intuizione e creatività. Ed è proprio ciò che mi appassiona.

Dunque un programmatore può essere creativo?
Certo. Se riesce ad esserlo aggiunge valore aggiunto prezioso per l’intero team. E non serve solo creatività. Uno degli esami più spiazzanti è stato quello in cui si approfondiva l’etica connessa con la gestione delle informazioni. Gli stereotipi ci fanno immaginare la figura dell’ingegnere freddo e razionale, mentre credo che occorra non solo intuizione e creatività ma anche un approccio “umanistico” che metta al centro l’essere umano, specialmente se si parla di intelligenza artificiale. Il lavoro che svolgo mi appassiona perché non è mai ripetitivo e mi ritrovo sempre in scenari differenti.

Torneresti in Italia?
Non penso e comunque sento la necessità di vivere non lontano dal mare. La vedo dura dato che da Londra e Berlino, ad esempio, ricevo interessanti offerte di lavoro, mentre da Milano per ora niente.

Come si vede l’Italia da fuori?
Lo dico con molto rispetto: vecchia, stagnante, lenta. Ti faccio un esempio semplice attingendo dal settore in cui opero, quello finanziario: in molti paesi, Brasile incluso, si usano correntemente le carte per fare anche i piccoli acquisti. Perché in Italia sembriamo arrivare sempre in ritardo? Mia personale opinione: manca coraggio. Coraggio dei giovani a spostarsi, a mettersi in gioco accettando nuove sfide. Coraggio della classe dirigente, nel dare spazio e potere ai giovani. Coraggio da parte di tutti nel riconoscere la “diversità” come una risorsa da sfruttare. Pensa allo spazio di crescita che viene dato ad una startup (che vede un ambito di business in maniera necessariamente “diversa”) a Londra, Berlino o Barcellona, rispetto a ciò che avviene da noi in Italia.

A livello professionale come ti immagini fra 10 anni?
Mi piacerebbe rimanere nel privato a fare ricerca applicata al prodotto
. Spero di continuare a crescere dal punto di vista del lavoro di gruppo, quando capita mi stimola coordinare le attività di altri colleghi. 

Cosa consiglieresti ad uno studente che a 16/17 anni si appresta a scegliere il proprio futuro?
Intanto di godersi la vita! Dal punto di vista professionale cercherei il migliore punto di contatto tra ciò che mi piacerebbe fare e ciò mi sento di poter fare. Occorre conoscersi e guardarsi dentro, certamente, anche a costo di sbagliare e di dover prendere un’altra strada. Anche un piccolo progetto di alternanza scuola-lavoro può accendere qualche luce importante del nostro futuro. Anni fa, proprio qui alla Studioware (ndr: Studioware è l’anima tecnologica del quotidiano online Zonalocale.it) sono stato formato sull’agile programming, una tecnica che si basa sul riciclo iterativo del codice, fino a raggiungere l’obiettivo finale con zero errori.

C’è qualcuno che vorresti ringraziare?
I professori del Mattei di Vasto, nonché le imprese che all’inizio mi hanno dato coraggi
o. Ad esempio in Brasile, all’inizio del mio percorso, ho ricevuto e accettato delle responsabilità importanti che ti fanno realmente crescere. E comunque, avendo già fatto una caterva di errori, devo ringraziare principalmente i miei genitori che hanno sempre creduto in me, senza di loro non avrei fatto granché.

di Renato De Ficis

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