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Vasto   Editoriali 14/11/2016

Le banche che dicono no

Oltre le righe

Di una banca, oggi, è difficile farne a meno; in verità, quasi impossibile. Considerando, poi, la loro tradizionale attività, il vecchio saggio direbbe: in banca, è meglio andare per portare soldi e non per prenderli. Infatti, la loro principale attività è quella di raccogliere il risparmio tra la gente, obbligandosi alla restituzione, e poi prestare quei denari, così esercitando il credito. E’ l’intermediazione finanziaria. Col tempo, la sua ragion d’essere si è manifestata in tantissime altre attività ma, originariamente, il suo compito d’istituto era questo.

Le origini della “Banca” sono molto remote. L’attività era svolta, addirittura, dai sacerdoti delle popolazioni della Mesopotamia e della Grecia antiche. Nel Rinascimento, Firenze contava oltre ottanta banche ed è nel ‘400, a Genova, che i suoi servizi vennero organizzati in modo moderno e l’evoluzione divenne costante. Un ruolo determinante svolsero gli orafi che conservavano l’oro ed i preziosi della clientela, rilasciando “note di banco”. I preziosi ritirati un po’ alla volta e man mano nel tempo avevano un valore inferiore rispetto a quello rappresentato da tali scritture rilasciate e garantite dall’intero dei depositi e fu così che gli orafi, investendo le differenze rimaste in giacenza in attività redditizie, al pari dell’attuale denaro per le banche moderne, divennero veri banchieri. Il ricavo di tali investimenti veniva utilizzato (così come oggi) per il pagamento degli impiegati e per remunerare il capitale depositato dalla clientela.

Questa semplicistica premessa permette di inquadrare la funzione primaria delle banche, la cui attività viene svolta con le strategie di un’impresa che ha lo scopo di generare utili operando speculazione commerciale. Gli investimenti che la banca fa per generare tali utili sono rappresentati dai prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi, questi ultimi costituiscono il costo del denaro prestato. Questo meccanismo, in un sistema capitalistico in cui non vige il baratto, dovrebbe permettere di creare ricchezza e benessere economici diffusi. Agli scopi d’impresa, propri delle banche, si aggiunge così una finalità sociale.

Al fine di edulcorare, per quanto possibile, l’aspetto speculativo degli istituti di credito, per limitarne l’anonimato, assicurare il maggior radicamento sul territorio ed evitare la spersonalizzazione dei rapporti con la clientela, a partire dalla fine dell’800, si diffondono, in Italia, le cosiddette “banche popolari”. Le loro caratteristiche sono particolari al fine di renderle diverse dagli istituti di credito con natura giuridica di società per azioni.

In concreto, si differenziano così: c’è un preciso limite nella proprietà delle azioni per singolo socio, la maggioranza delle quote è appannaggio dei suoi clienti, la maggior parte dei servizi è offerta ai soci, ogni socio ha diritto ad un solo voto indipendentemente dal numero di azioni possedute (regola poi e per alcuni casi modificata), l’ingresso di un nuovo socio è subordinato alla decisione di un apposito organo sociale. Queste “strettoie” hanno lo scopo di garantire, attraverso una governance cooperativa, una particolare attenzione ai soci, al territorio ed all’aspetto proprio di un impegno sociale.

I presupposti originari sono, quindi, quelli di una realtà che vuol tendere ad incoraggiare lo sviluppo ed il progresso del territorio e delle comunità locali, stringendo rapporti fiduciari e duraturi con le famiglie e le piccole imprese. Un sistema in grado di offrire particolare attenzione ai bisogni di servizi finanziari di individui che si ha la possibilità di conoscere personalmente e sulle cui capacità professionali è la stessa banca ad investire.

Negli ultimi anni, le cose, però, non sembrano evolvere attraverso i canoni descritti ed infatti le banche popolari più grandi e forti hanno preso il controllo di altre popolari e di banche locali, costituendo gruppi bancari non più di livello locale ma nazionale. Una riforma del 2015 non sembra certo aver migliorato tale tendenza. Oggi la quota di mercato delle “popolari” è prossima al 25% e la formazione di detti gruppi bancari nazionali assicura la capillarità dei loro sportelli.

In tale situazione, il rischio, per realtà quali le piccole imprese e le famiglie che, per principio, pur dovrebbero ambire ad una maggiore tutela da parte delle banche popolari, è quello di veder attenuati sempre più, fino a dissolversi, i benefici derivanti dall’esserne soci. E’ legittimo pensare che quando una banca popolare diventa troppo grande, “popolare” non lo sia più!

Allora ci si domanda: come è possibile, per chi vuol far impresa, accedere a forme creditizie che consentano almeno di partire? Come è possibile, per i giovani che non hanno la “copertura” finanziaria delle loro famiglie, attuare uno start-up con un minimo di rischio garantito? Come è possibile, senza la fiducia nelle attività private, sperare nella ripresa economica del territorio? Come è possibile ambire ad una funzione sociale del capitale se non si favorisce la possibilità di ottenere credito?

Le misure pubbliche d’intervento, per giovani o per tutti, più o meno fantasiose, s’infrangono di fronte all’indisponibilità degli istituti bancari a concedere credito a chi, al momento, non è in grado di fornire sufficienti garanzie di restituzione: ma se si disponesse di capitali o redditi sufficienti perché un privato dovrebbe ricorrere ad un prestito bancario su cui pagare interessi?

Troppo spesso, la realtà è ben diversa da quella che gli accattivanti messaggi pubblicitari delle banche promettono al solo fine di acquisire clientela; troppo spesso le misure d’intervento pubblico restano confinate in slogan d’effetto; troppo spesso l’artificio mira a creare la suggestione giusta per incoraggiare chi vuol intraprendere, salvo poi lasciare sulle sue spalle tutto il rischio in un mercato che, però, respinge.

Al vecchio saggio diciamo: in banca, sarà certo meglio portarli i soldi anziché prenderli ma il problema è che, se li chiedi, non te li danno e se non te li danno non ci sarà più neanche la possibilità di portarceli.

Massimo Desiati

di Massimo Desiati

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