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3 agosto 2021
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"Il mio Klondike": la poesia di un
lettore per la pineta di Liscia

Un mese fa il terribile incendio che ha distrutto 150 ettari di vegetazione

Sagome nella notte dell'incendio di Liscia che combattono contro il fuocoOspitiamo volentieri l'intervento di un lettore di origine di Liscia sull'incendio che un mese fa ha distrutto la pineta. Il legame dell'autore con la propria terra d'appartenza lo ha portato a comporre (dopo una riflessione sull'accaduto) una poesia sul disastroso evento.

 

Un mese esatto è trascorso da quando è letteralmente andata in fumo la pineta di Liscia. Ettari di alberi spariti nel giro di qualche ora, mentre la popolazione assisteva impotente ad un disastro ambientale senza precedenti, terrorizzata dal fuoco, ormai alle porte del paese.

Il tutto aggravato dalla constatazione, con il passare delle ore, della mancanza di una precisa strategia da parte delle istituzioni intervenute. Forse, sarebbe bastato poco per salvarla. Quando è apparso evidente che le fiamme avrebbero mirato lì, bisognava presidiare il punto più vulnerabile e, cioè, il costone est e concentrarvi le operazioni. Sia pure con il senno di poi, va detto, anche, che la responsabilità maggiore è da addebitare all’incuria dell’uomo, allo stato di abbandono in cui la pineta versava da oltre trent’anni. Una vangatura annuale di quel costone, infatti, avrebbe potuto ridurre di molto i rischi. Peccato!

Peccato per il paese che ha perso una cosa tanto cara, motivo di orgoglio di tutti, indistintamente. Quale bambino non ha trascorso giornate intere tra quei pini, fatto un pic nic o costruito una capanna? 

Peccato per quanti, residenti nel circondario, amavano trascorrere qualche ora tra quella meraviglia, magari facendo una capatina ai 5 Tigli, per gustare qualche piatto tradizionale. Peccato per chi, come me, pur vivendo a Vasto da più di trent’anni, torna volentieri al paese, non mancando mai, all’andata o al ritorno, di attraversare la pineta, anche se è notte inoltrata, quando sembra di essere su un'oasi, circondata da un mare di luci.

Qualche anno fa, passeggiavo con mia moglie tra quei viottoli e, guardando in lontananza, mi trovai a dire: "Guarda, sembra il Klondike!". "Aaaaah! Curati!" sbottò lei con l’aria di chi non ne poteva più. È vero: è una malattia, costantemente in prognosi riservata. Una malattia, tuttavia, che ne lenisce tante altre.
Voglio sperare che non sia un requiem, come auspicano i pochi versi che seguono, scritti senza pretese, testimoni di uno stato d’animo, condiviso, è certo, da tutti i miei compaesani e da quanti conoscevano quell’angolo di paradiso.  

Il mio klondike

Nessuna fiamma brucerà
quella capanna in mezzo al cielo,
custodisce ancora sogni e speranze
di esili fanciulli.

E vanno e vengono pensieri
senza tempo, immagini mai sbiadite
che rasserenano, sviliscono  rancori,
giurati eterni e poi svaniti.

Una coltre discreta cela antiche memorie,
che sanno di acerbi o di segreti amori,
coltivati sotto un manto di aghi di pino,
l’aria  intrisa di garofani di bosco.

Resta incantata quando il giorno si sfila,
non un sospiro smorza la quiete,
il sole disegna magie, rischiara le vesti
e fa arrossire anche il cielo. 

Non sembra turbata e al ritorno mostra la via,
in un istante si svela, appare immensa,
verdeggiante o bianca e candida d’inverno,
la criniera frastagliata: sono a casa.

Ora ha planato lieve, il volto di cera,
con le ali bruciacchiate giace stordita,
indomita raccoglie un respiro
e aspetta un alito di vento per rialzarsi in volo.

Ezio D'Ottavio

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