Don Palmerio, prete da 50 anni al servizio di poveri e ammalati - Oggi il cappellano del San Pio celebra i suoi 50 anni di sacerdozio
 
Vasto   Personaggi 08/12/2014

Don Palmerio, prete da 50 anni
al servizio di poveri e ammalati

Oggi il cappellano del San Pio celebra i suoi 50 anni di sacerdozio

Don Palmerio esce dall'istituto salesiano per andare in ospedaleOgni giorno indossa il suo camice bianco e poi su e giù per i corridoi e per i reparti dell’ospedale San Pio da Pietrelcina di Vasto, sempre con la sua discrezione e il suo amore per il prossimo che traspare dagli occhi sinceri. Gli occhi di un 88enne sacerdote che ha trascorso quasi metà della sua vita tra i poveri del Brasile e che l’8 dicembre di 50 anni fa, a San Paolo, dove era già missionario, veniva ordinato sacerdote. La vita di Don Palmerio Taliani, cappellano dell’ospedale di Vasto, è stata improntata al servizio, alla missione verso gli ultimi, nello stile di Don Bosco. Oggi sarà la comunità salesiana a far festa con lui ma anche in ospedale, dove Don Palmerio presta il suo servizio quotidiano, c’è tanta gioia per questa ricorrenza speciale. La sua vita inizia “il 28 marzo 1926, in provincia di Ascoli Piceno, a Corbara di Montegallo”. Erano i tempi del fascismo “ma quasi non me ne sono accorto. Eravamo in un paesino nascosto tra i boschi, c’era ben poco di quello che accadeva”. Terminate le scuole elementari, nel 1938, il piccolo Palmerio si trasferì a Roma. “Lavoravo in un bar e studiavo, a Montesacro. Frequentati fino al quarto ginnasio. Poi, con lo sbarco degli alleati in Sicilia, chiusero le scuole e ci rimandarono tutti a casa perché i tedeschi prendevano i ragazzi per portarli in Germania”. Lui tornò nel suo paese, dove iniziò a lavorare nei campi, mettendo da parte gli studi. “Avevo una buona terra da lavorare, si raccoglieva bene. Lavorando spesso pensavo: cosa farò della mia vita? A quei tempi mi piaceva leggere i calendari missionari, con i francescani, i cappuccini, mentre i salesiani non li conoscevo per niente. Quando vedevo le foto di qualche frate che in Africa, sotto un grande albero, insegnava il catechismo a tanti bambini mi dicevo: mi piacerebbe somigliare a lui, per insegnare catechesi ai bambini, parlare di Gesù della Madonna, del Paradiso. Ma non sapevo a chi rivolgermi fino a quando un giorno, era il 1952, capitando a casa di mia zia, vidi una rivista, il Bollettino Salesiano. Sulla prima pagine c’era l’immagine di un salesiano coaudiutore italiano che era in missione in India. Quell’immagine fu come un lampo e dissi questa è la mia vocazione. Ma avevo già 26 anni e pensavo che, avendo anche interrotto gli studi nove anni prima, non sarei potuto diventare sacerdote.

Don Palmerio TalianiScrissi alla Casa Madre dei Salesiani, a Torino, e mi rispose un sacerdote che mi indirizzò alla casa salesiana di Loreto, la più vicina a casa mia”. Il primo incontro con quella realtà fu affascinante per il giovane Palmerio. “Era il mese di marzo del 1952, andai a Loreto e vidi una realtà molto bella, c’erano i ragazzi, c’era un bel clima, si studiava, giocava, pregava”. In un colloquio con il superiore dei salesiani un secondo “lampo” per Palmerio. “Sapendo delle mie intenzioni di entrare nella congregazione mi chiese se avevo la voglia di completare gli studi. Accettai con entusiasmo e, nonostante fossero passati nove anni da quando li avevo interrotti, rientrai direttamente in quinto ginnasio”. Iniziò così un percorso che lo portò a Pinerolo, per il Noviziato, poi a San Callisto, a Roma, per completare gli studi. E poi fece la domanda per andare in missione, scegliendo in Brasile. “Sempre sul Bollettino Salesiano avevo letto l’intervista ad un sacerdote che spiegava come in Brasile ci fosse bisogno di missionari. Finalmente, nel dicembre del 1957, partii con la nave da Genova, insieme ad un altro chierico tedesco”. Inizia la sua esperienza nel paese del Sudamerica. “Ero nello stato del Mato Grosso, nel centro del Brasile. Dapprima imparai il portoghese, poi iniziai ad insegnare storia, geografia e scienze ai bambini. Dopo i 3 anni di scuola andai a San Paolo per studiare teologia. Lì, l’8 dicembre 1964, sono stato ordinato sacerdote”. Altri due anni in Brasile e poi il rientro in Italia. Nel suo paese aspettavano  con ansia il “loro” sacerdote. “L’8 dicembre 1966 celebrai messa nel mio paese, avevo 40 anni. Dopo due anni in Italia sono tornato in Brasile. Però mia madre stava male e così, dopo 4 anni, feci rientro in Italia. Ero nella comunità di Porto Recanati, così ogni tanto potevo andare a casa”. Nel 1978, in seguito alla morte della madre, Don Palmerio prese nuovamente l’areo e tornò in quella terra tanto lontana ma tanto amata. “Sono rimasto in Brasile per altri 24 anni, fino al 2003. Quando sono tornato in Italia avevo già 78 anni. Sono passato per Ancona, Macerata e poi, dal 2007, sono qui a Vasto”.

La visita ai repartiDopo tanti anni in missione, nonostante l’età avanzata, don Palmerio non ha esitato a rispondere sì a questa nuova chiamata. “L’arcivescovo Bruno Forte aveva chiesto ai salesiani aiuto per un cappellano dell’ospedale. Così l’ispettore Don Giovanni Molinari mi chiese se me la sentivo. Io dissi “ci provo”. Sono qui da 7 anni e mi trovo benissimo”. La sua giornata è fatta di preghiera e ascolto, di parole di conforto e di incontro con la sofferenza. “Arrivo in ospedale per le 9, passo in cappella dove leggo, studio, prego. Alle 10.30 inizio la visita dei reparti, fino a mezzogiorno. Poi torno in comunità per il pranzo  e verso le 15 torno in ospedale, dove continuo le visite ai malati fino alle 19.30”. Della lunga esperienza missionaria a don Palmerio rimangono negli occhi “i volti dei poveri. La nostra parrocchia non è nelle favelas ma comunque la gente vive in case di cartone, di latta, dove d’inverno si gela e d’estate è come stare in un forno. In Brasile cambiano i governi ma nessuno riesce a risolvere questo problema anche se, da quando sono andato via ad oggi, qualche cosa è migliorata”. Il servizio in ospedale è un incontro con tante situazioni di sofferenza. “In ospedale si trovano tante situazioni che fanno dispiacere. L’altra sera sono stato a visitare  un signore che soffriva tantissimo alle gambe, sono tornato il giorno dopo e per fortuna il dolore si era alleviato”.

Con due pazienti del reparto dialisiNell’incontro con i malati la sua presenza è sempre discreta. “Preghiamo un po’, a volte leggo un brano di Vangelo, lascio qualche pensiero, cerco di lasciare loro qualche pensiero di vita eterna”. C’è un confronto anche con i non credenti. “C’è grande rispetto, con qualcuno avvio un dialogo ma senza fare polemiche”. Nella cappella al piano terra dell’ospedale passa anche tanta gente che non è qui ricoverata ma che cerca un conforto. “Viene anche gente di fuori a sfogarsi, a chiedere consigli. Quanta sofferenza c’è in giro –rivela con sconforto -. Ho sentito di un figlio che picchia la mamma, di mariti cattivi che tengono le mogli quasi come schiave – dice questa volta con rabbia –“. Gli anni in cui è partito missionario erano certamente differenti da quelli attuali, non c’erano mezzi di comunicazione veloci come oggi. “Ma stando lì ho imparato tutto. E’ come un sacerdote che viene nominato parroco, deve imparare a svolgere questa missione. E lo fa insieme al popolo, perché il popolo va servito, mai comandato”. Ottantotto anni di vita di cui 50 dedicati al sacerdozio, sempre sotto la guida di Don Bosco. “Come mi è stato di aiuto il suo esempio? Don Bosco voleva andare in missione lui stesso. La missione è parte essenziale della nostra congregazione, è nata per aiutare dove c’era scarsità di sacerdoti. Oggi sono pochissimi i preti in Brasile, con tantissimi abitanti, distanze immense. Sono pochi  anche negli altri Paesi, ma le vocazioni scarseggiano”. Oggi sarà ancora più forte l’affetto delle tante persone che quotidianamente incrociano le strade con la sua. “Ringrazio il Signore per il mio sacerdozio, non avrei mai pensato di iniziare questo percorso a 26 anni e invece è andato tutto bene, è stato facile con il Suo aiuto”.

Immagini di Costanzo D'Angelo

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di Giuseppe Ritucci (g.ritucci@zonalocale.it)

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