24 LUGLIO 2013

Le "nobili decadute"

Le "nobili decadute"

Sempre più spesso si sente parlare di “top club” europei. Tra questi ci sono anche quelle compagini che, grazie a società economicamente forti presiedute a volte da magnati o emiri, lauti contratti di sponsorizzazione, ricavi pecuniari enormi provenienti dalla vendita dei diritti tv e da stadi di proprietà, si sono imposte nei rispettivi campionati nazionali e provano a fare lo stesso nelle coppe europee con risultati altalenanti, non sempre proporzionati al fiume di denaro investito. Tra i “top club” quindi troviamo sia storiche realtà del calcio europeo e mondiale come Real Madrid e Barcellona, Milan, Juventus ed Inter, Manchester United e Liverpool, Bayern Monaco, Porto e Benfica, sia club che negli ultimi decenni o addirittura negli ultimissimi anni sono approdati, o stanno provando a farlo con la forza economica succitata, nel gotha del calcio europeo: Chelsea, Arsenal, Manchester City, Paris Saint Germain, Lione, Borussia Dortmund (dall’orlo fallimento nel 2005 alla finale di Champions League di quest’anno) o l’ambizioso Monaco.

Ma nei decenni scorsi, quali erano i top club? Ci sono squadre dal passato glorioso che non sono riuscite, per i motivi più disparati (prevalentemente economici) a restare nell’Olimpo del calcio, Olimpo di cui hanno fatto parte in epoche passate. Tra queste ricordiamo ad esempio il Torino, il Borussia Moenchengladbach, il Saint Etienne e il Nottingham Forest.

Il Grande TorinoQuando si dice Torino si pensa al “Grande Torino”, compagine entrata nella leggenda del calcio per via della sua forza quasi inarrestabile, fermata solo da una tragedia. Il Grande Torino degli anni ’40, che vinceva in lungo e in largo nella Penisola, non ha mai potuto confrontarsi con le realtà del calcio europeo poiché semplicemente la Coppa dei Campioni non ancora esisteva. La mitica squadra granata fu spazzata via dalla tragedia di Superga in quel maledetto 4 maggio 1949 (giorno sacro per i tifosi granata che ogni anno onorano i loro leggendari campioni).

La squadra del Torino era di ritorno da Lisbona, dove aveva disputato un’amichevole con il Benfica. L’aereo che riportava i granata a casa si schianta sulla collina dove è situata la Basilica di Superga, a pochi chilometri dal capoluogo piemontese. Nebbia fitta, guasto all’altimetro, il motivo dello schianto è ancora avvolto nel mistero, sta di fatto che alla tragedia non sopravvive nessuno e da quel giorno il Grande Torino di Bacigalupo, Ballarin, Gabetto, Menti, Rigamonti, Ferraris II e Valentino Mazzola entra nel mito, ispirando letteratura e cinematografia.

Cinque scudetti consecutivi tra il 1943 e il 1949 (eguagliato il record precedente della Juventus degli anni ’30), una Coppa Italia e la sensazione che nelle coppe europee questa squadra avrebbe aperto un ciclo lunghissimo e, perché no, con la sua ossatura presente in azzurro, il Mondiale brasiliano del 1950 avrebbe potuto essere roba nostra. Da quel maledetto 4 maggio 1949, il Toro si aggiudica “solo” uno scudetto nel 1976 con i “gemelli del gol” Pulici e Graziani (7° titolo nazionale), 3 Coppe Italia e una Mitropa Cup, facendo spesso la spola tra la Serie A e la B, rischiando più volte il fallimento. Noto è il gemellaggio della “nobile decaduta” granata con il River Plate. La compagine argentina supportò, non solo economicamente, il Toro dopo la tragedia di Superga. Lo storico legame tra i granata e la banda è sancito dalle rispettive seconde o terze divise che ciclicamente vedono i millonarios di Buenos Aires vestire il granata e i piemontesi indossare una maglia con una banda trasversale. Il Borussia Moenchengladbach

In Germania la “nobile decaduta” per eccellenza è il Borussia Moenchengladbach. I verdi del Basso Reno hanno incantato gli appassionati di calcio in patria e non solo negli anni ’70. Il loro palmares

in quel decennio è davvero ricco: cinque campionati nazionali (1969-70, 1970-71, 1974-75, 1975-76, 1976-77), una Coppa di Germania (1972-73), due Coppe Uefa (1974-75 e 1978-79). I tedeschi sfiorarono la vittoria della Coppa dei Campioni 1976-77 (superati dal Liverpool in finale) e altre due Coppe Uefa (sfumate all’atto finale nel 1973 e nel 1980). I “Puledri”, soprannome dei giocatori del Borussia Moenchengladbach, guidati da Berti Vogts, capitano e bandiera del club, dal bomber Jupp Heynckes, da Gunter Netzer e da Allan Simonsen, Pallone d’oro 1977, giocavano un calcio veloce, votato all’attacco che fu davvero innovativo in quegli anni.

Le imprese di questa compagine, che da bambino mi sembrava solo uno scioglilingua impronunciabile, mi sono state narrate sin dall’infanzia da mio padre Carlo, grande appassionato di calcio (qualis pater, talis filius) che per motivi anagrafici ricorda perfettamente le gesta di Vogts e compagni. Il Borussia Moenchengladbach dopo quei favolosi anni ’70 è riuscito ad aggiudicarsi solo una Coppa di Germania nel 1994-95, conoscendo anche, nei primi anni 2000, l’onta della retrocessione in Zweite Liga.

Il Saint EtiennePiù o meno negli stessi anni in cui in Germania facevano faville i “Puledri” del Basso Reno, un’altra compagine dal colore sociale verde si imponeva in Francia: il Saint Etienne, l’ASSE. Les Verts si aggiudicarono quattro tornei nazionali consecutivi d’Oltralpe dal 1967 al 1970, in aggiunta ai precedenti titoli del 1957 e del 1964, mettendo a segno poi un’altra tripletta di campionati vinti tra il 1974 e il 1976 fino all’ultimo scudetto datato 1981. Il Saint Etienne è la compagine francese con più titoli nazionali in bacheca (10, 8 dei quali vinti nell’arco di soli 12 anni). I verdi di Francia vantano nella loro bacheca anche 6 Coppe di Francia, una Coppa di Lega (vinta quest’anno a Parigi-Saint Denis ai danni del Rennes) e 5 Supercoppe francesi.

Con l’ASSE ha militato dal 1979 al 1981, prima di consacrarsi in maglia juventina, Michel Platini, attuale presidente dell’Uefa, vincitore del titolo francese ’81 in maglia verde. Il Saint Etienne a partire dagli anni ’80 vive poi una fase di declino che lo vede retrocedere in Ligue 2 ed essere coinvolto in uno scandalo passaporti falsi. La tifoseria più calda di Francia torna a gioire solo nello scorso aprile dopo 32 anni di digiuno, invadendo gli Champs Elysees con il suo coro “Allez le Verts” (ho avuto la fortuna di trovarmi a Parigi proprio in quei giorni) per la vittoria della Coppa di Lega conquistata a Saint Denis. Il Nottingham Forest

Il Nottingham Forest, i Garibaldi Reds d’Inghilterra, hanno avuto il loro biennio di gloria a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Prima del primo ed unico titolo nazionale datato 1977-1978, i rossi di Nottingham avevano nella loro bacheca, oltre a coppe minori, solo due Fa Cup in più di cento anni di storia (il Forest fu fondato nel 1865, tre anni dopo la rivale cittadina Notts County).

La vittoria del campionato 1977-78 porta però i ragazzi di mister Brian Clough, guidati in campo dal forte portiere Peter Shilton, ad aggiudicarsi due Coppa di Lega (nello stesso anno dello scudetto e nell’anno seguente) e soprattutto due memorabili Coppe dei Campioni nel 1978-79, quando all’Olympiastadion di Monaco di Baviera gli inglesi superano in finale per 1-0 con gol di Francis il Malmoe e nella stagione successiva quando il Forest ha la meglio nell’atto finale della Coppa dei Campioni, sempre con il risultato di 1-0 (gol di Robertson), sull’Amburgo al Santiago Bernabeu di Madrid.

La ciliegina sulla torta è la conquista della Supercoppa Europea nel febbraio 1980 quando il Nottingham Forest batte il Barcellona nella finale andata e ritorno con i catalani vincitori della Coppa delle Coppe 1978-79. I rossi non torneranno più ai livelli altissimi toccati in quel biennio, bivaccando tra seconda e terza serie fino ai giorni nostri, con sole quattro apparizioni in Premier League nella seconda metà degli anni ’90.

di Stefano Troilo


Parole chiave:

chicche di calcio

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