“Pàrle ’gna màgne” - Oltre le righe
 
Vasto   Editoriali 29/12/2017

“Pàrle ’gna màgne”

Oltre le righe

Parla come mangi. Mangiare cibi a chilometro zero è più salutare, anche più economico, per questo quel che deglutiamo rappresenta pietra di paragone per le buone pratiche, quelle che tutti dicono dover essere esercitate per vivere meglio. Ne deriva che, se mangiare cibi a chilometro zero fa bene alla salute ed alla saccoccia, assecondare il detto popolare “pàrle ‘gna màgne” ed esprimersi in dialetto, lingua a chilometri zero, a qualcosa dovrà pur far bene.

Purtroppo, non è facile educare alle buone pratiche ed il percorso che induce all’uso del dialetto, in Italia, non appare agevole, anzi. Tale realtà è certificata dall’ISTAT, l’Istituto nazionale che tutto sa: il 45,9% della popolazione con più di sei anni di età, quando sta in famiglia, si esprime prevalentemente in Italiano; il 32,2% sia in italiano che in dialetto, soltanto il 14% prevalentemente in dialetto e il 6,9%, percentuale in forte crescita, in un’altra lingua.

La pratica esclusiva del dialetto diminuisce anche tra gli anziani (32%), la cui più lunga permanenza in vita assicura però sostegno alle ragioni del suo uso. Dal punto di vista social-culturale, fa uso del dialetto, in famiglia e nella cerchia amicale, chi ha un titolo di studio piuttosto basso: il 24,8% ha il diploma di licenza media e solo il 3,1% una laurea; con un master, si scende al 2,7%. Aumenta la forbice tra l’uso del dialetto e la conoscenza di lingue straniere, queste ultime raggiungono ben il 60,1% della popolazione, come dire che, in termini generali, al dialetto, quale seconda lingua, si va sostituendo quella straniera conosciuta dall’80% dei giovani di età fino a 34 anni. Nel nord-ovest, la percentuale sul totale della popolazione è del 66,2, nel nord-est del 65,7, nel Sud del 50,6, nelle isole del 51,5.

In famiglia, la “lingua comoda” cede il passo all’italiano: negli anni, il dialetto viene parlato in casa in misura sempre minore ed oggi soltanto meno del 9% lo pratica tra le mura domestiche, soprattutto tra quelle del nord-ovest e del centro.

Con gli estranei, l’uso misto italiano-dialetto è soltanto del 10,7%, quello del solo dialetto dell’1,8%. C’è poi da considerare il confronto tra generi: in famiglia, le signore si esprimono solo o prevalentemente in italiano nel 55,2% dei casi, mentre i signori sono al 51%. Le percentuali di chi usa il dialetto in famiglia crollano tra i giovani (18/34 anni): le ragazze per il 2%, i ragazzi per l’8%; figuriamoci con gli estranei. In Italia, però, non vi sono soltanto Italiani ma anche immigrati; nell’area geografica dove il fenomeno è più evidente, il nord-est, soltanto l’8,9% degli immigrati conosce l’italiano.

Fin qui le statistiche aggiornate. Vediamo come si è arrivati all’uso della lingua italiana, considerando che, prima del 1861, anno dell’unificazione politica nel Regno d’Italia, l’italiano era parlato soltanto da una piccola minoranza. Questa lingua, oggi la ufficiale della Repubblica, discende dal toscano usato dai grandi scrittori quali Dante, Petrarca e Boccaccio attorno al XIII secolo e si è diffusa, man mano, grazie all’istruzione obbligatoria e, nei tempi moderni, all’uso della radio e della televisione. Nel tempo, i mass media ed una maggiore mobilità della popolazione hanno limitato sempre più l’uso delle tante lingue locali, oggi considerati “dialetti”, se non altro per favorire le relazioni tra le varie popolazioni italiane, in quella sorta di omologazione che, oggi ed in termini internazionali, chiameremmo globalizzazione.

Ci sono però alcune nostre Regioni che, con proprie Leggi, hanno preservato il loro idioma, riconoscendolo ufficialmente: Piemonte (1990), Friuli-Venezia Giulia (1996), Sardegna (1997), Veneto (2007), Sicilia (2011), Puglia (2012) e Lombardia (2016). Esistono, poi e di fatto, lingue che possiamo considerare territoriali tra cui il “napoletano”, un dialetto che ha informato il linguaggio di più aree regionali del Meridione: Campania, Marche meridionali, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria settentrionale e Puglia settentrionale e centrale.

Discriminare i dialetti non ha, quindi, alcun senso. Sono veri linguaggi con proprie regole grammaticali e lessicali. D’altronde, anche il toscano, divenuto modello linguistico, era un dialetto e, pertanto, non si capisce perché gli altri vari dialetti dovrebbero essere considerati quali degenerazioni della lingua italiana, il ceppo d’origine resta sempre il latino. Nell’uso del linguaggio, non parlare dialetto, oltre che facilitare comunicazione diffusa, sembra più un atteggiamento legato ad un fatto di prestigio, di comunicazione colta, potremmo quasi dire di… status symbol. Certo, l’italiano, lingua largamente utilizzata per la comunicazione interpersonale (e non solo) è uno strumento opportunamente riconosciuto per l’espressione del proprio pensiero ma questo non può giustificare la soppressione dell’uso del dialetto laddove la partecipazione al dialogo, per il suo tramite, può esser resa più efficace e favorire maggiormente i rapporti sociali.

Meglio sarebbe, pertanto, riscoprire e rivalutare i dialetti in condizione di bilinguismo con l’italiano, lingua di per sé meravigliosa almeno al pari dei nostri dialetti, o trilinguismo, nel caso in cui si conoscesse anche una lingua straniera. Per cui, pàrle ‘gna màgne, perché è buonissima la bistecca alla fiorentina ma cànde è bbóne lu vrudátte më! Ahuànne è jìte, bbinidàtte l’ànne néuve, senza lu malùcchie.

di Massimo Desiati

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