"Il coraggio di educare", incontro con Paolo Crepet - Intervista di Patrizia Angelozzi
 
 
 

Vasto   Eventi 24/01

"Il coraggio di educare",
incontro con Paolo Crepet

Intervista di Patrizia Angelozzi

Paolo CrepetIl Cicaf, Centro Italiano di Consulenza e Alta formazione di Lanciano promuove il Convegno Formativo con lo Psichiatra Paolo Crepet, ospite mercoledì 25 Gennaio, nel teatro della scuola Madonna dell'Asilo a Vasto alle ore 16.30. Il coraggio di educare è il tema, fortemente voluto da chi da anni opera all'interno di questa Associazione nella convinzione della crescita individuale e collettiva. A moderare l'incontro, che vede l'accreditamento per professionisti di settore, la giornalista Paola D'Alonzo. Per partecipare è necessaria l'iscrizione. Info e Contatti: Dr. Luigi Gileno, Psicologo, Psicoterapeuta, tel. 3475519028, segreteria.nazionale@cicaf.it - Clicca qui per la pagina Facebook.

Rivolgo alcune domande al Prof. Paolo Crepet, che ringrazio innanzi tutto per la disponibilità: Professor Paolo Crepet, qual è il suo punto di vista sull'emergenza educativa?
È un punto di vista che nasce dalla cronaca di tutti i giorni, quello che è successo con i ragazzi di Ferrara e altri casi di questo genere che sono solo la punta di un iceberg che ci dice che non è una emergenza, ma è un disastro educativo, un totale disatro di cui non dimostriamo di essere così tanto preoccupati. L'anticipazione dell'età, un'idea di educare senza alcuna regola, pensando che i figli debbano solo pretendere e non dare mai niente, perdonarli in tutto e per tutto, questa è idiozia educativa.

Gli agenti educativi, scuola, famiglia ed educatori, in rete sono una forza. Nella sua esperienza quanto è importante il confronto tra le parti?
Certo si, è importante. Però nell'autonomia, possibilmente. Nel senso che ciò che abbiamo visto in tutti questi anni, che è quello di 'invadere costantemente' da parte dei genitori sempre più spesso, il territorio della scuola, è dannoso.  Una mamma non fa l'insegnante e viceversa, chiaro? E un papà non fa l'insegnate e viceversa. Quindi mamma e papà fanno i genitori quando è il momento, cioè a casa loro, in una scuola, no. Tranne cose eccezionali, no. Certo se un genitore vuole andare a scuola per sapere come va il proprio figlio, si. Quello che abbiamo visto in maniera terrificante, sopratutto nel nostro Paese, è l'entrata a gamba tesa di mamme e papà, zie, nonne, etc etc..sulla scuola, sopratutto quando la scuola diventa esigente e severa, ma la scuola o è esigente e severa oppure non è una scuola.

Presto avremo la sua presenza qui in Abruzzo, a Vasto per un convegno-formativo. C'è un suo testo che possiamo approfondire prima dell'incontro con lei?
Uno è La gioia di educare di Einaudi e un altro più recente è Baciami senza rete per Mondadori, in questo ultimo, 'rete' nel senso della rete web che ha invaso le nostre vite e non mi sembra una cosa marginale.

Di seguito un breve riepilogo del professionista che oggi, con il suo modo di comunicare ed un carisma speciale, insegna con parole semplici, concetti complessi rendendoli fruibili e adottabili nella nostra vita. L'incontro con Franco Basaglia, collega e amico di suo padre, Massimo Crepet, pioniere della medicina del lavoro e prorettore dell'ateneo padovano. In quel periodo l'Italia guardava con diffidenza a Basaglia e tendeva a liquidarlo con l'etichetta di “testa calda”, atteggiamento che non fu di Massimo Crepet, che in un periodo di difficoltà gli aprì le porte della sua scuola di specializzazione in Medicina del Lavoro . Allora non era scontato che le idee dello psichiatra più discusso e creativo del novecento si sarebbero affermate, che la sua azione di rottura potesse divenire il progetto guida di un nuovo modo condiviso di rapportarsi alla malattia mentale, una legge dello Stato, la “180”. Un concetto che troviamo 'pieno e forte' nelle parole di Paolo Crepet: "Mi piace l'umanità, l'uomo, per questo da ragazzo ho guardato la facoltà di medicina come un modo per avvicinarlo. Poi la psichiatria è arrivata come scelta estrema in una grande stagione culturale. Posso dire che c'è anche un'altra radice nella scelta di fare lo psichiatra, che affonda nel clima respirato da bambino grazie ai miei nonni, entrambi artisti. Quello paterno, pittore veneziano, era un intellettuale dell'arte, quello materno, ceramista marchigiano, era un artigiano dell'arte. Con loro ho passato tanto tempo, tempo che ha voluto dire una lunga infanzia felice, un periodo in cui ho immagazzinato sensazioni, emozioni, potenzialità. La mia famiglia mi ha insegnato il valore della creatività, dell'immaginazione, del “bello”. Tutto parte dalla ricerca della felicità e per questo credo che la psichiatria sia l'arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità. Sono convinto che la psichiatria abbia più a vedere con l'arte che con altro". Ho avuto la fortuna di vivere il mio esordio professionale nel luogo dell'avanguardia e della sperimentazione,ad Arezzo nel 1979. Un laboratorio eccezionale dove non si sentiva la dimensione ristretta della provincia italiana, era come stare a Madison Square. Ho avuto modo di conoscere i più importanti nomi della psichiatria, esperti che venivano da tutto il mondo per osservare il nostro esperimento di apertura dei manicomi, di riconsegna dei reclusi alla società civile. Poi ho preferito lasciare per un po' l'Italia. Ho colto al volo una borsa internazionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e ho cominciato a girare il mondo: ho lavorato in Danimarca, Inghilterra, Germania, Svizzera, Cecoslovacchia e infine in India. Viaggiare è stata un'altra eccezionale opportunità formativa. Più tardi i contatti internazionali sono stati fondamentali e sono sfociati nell'insegnamento in varie università: a Toronto, a Rio de Janeiro, al Centro di Studi Europei di Harward". "Al ritorno in Italia ho ritrovato Franco Basaglia ed ho accettato il suo invito a seguirlo a Roma. Anche lui aveva lasciato Padova, ahimè città bigotta in cui non è facile vivere con un respiro ampio, da dove io peraltro me ne ero andato dopo i primi anni di Medicina anche perché consideravo troppo condizionante il fatto di essere il figlio di Massimo Crepet. E' così che scelsi Verona dove conobbi un altro personaggio straordinario, il professor Hrayr Terzian, collega e amico fraterno di Basaglia". "Nella mia vita ho sempre scelto più le persone che le situazioni. Ho sempre cercato individui che fossero molto di più di quello che facevano ed ho avuto la fortuna di averli vicini. Queste persone sono stati i miei grandi maestri. Il mio incontro con Basaglia è stato su questo piano. Io, ventiseienne, con lui scoprivo cosa significa pensare con la propria testa. Lui mi ha spinto a cercare la mia individualità, mi ha insegnato a valutare l'individuo, a lottare per la mia “vita”. L'Organizzazione Mondiale della Sanità mi chiese di coordinare un progetto sulla prevenzione delle condotte suicidarie, questione che la società rifiutava e che la psichiatria, anche quella riformata, rimuoveva. E' stato a quel punto che ho cominciato a dare un senso definito alla mia identità professionale. Ho deciso di concentrarmi su quel tema specifico che alla fine mi ha condotto ad avvicinare in modo particolare le questioni giovanili. L'essermi occupato di suicidio ha prodotto il libro Dimensioni del vuoto: è stata la prima volta in cui in Italia è stata edita una pubblicazione su questo argomento. Le vendite mi incoraggiarono a continuare a scrivere. Così l'idea di riflettere sui “ragazzi cattivi” e la pubblicazione di Cuori violenti, che ha venduto 70.000 copie". "Ho cominciato a dare un grande spazio all'attività divulgativa. Così qualche trasmissione televisiva si è accorta di me, e poi le radio, i giornali. Tutto questo mi ha costretto a cambiare linguaggio e modo di comunicare. Ho anche cambiato pubblico: non più i miei colleghi, non più solo congressi e seminari scientifici, ma incontri con la gente, i giovani, i genitori, gli insegnanti, semplici cittadini. Anche i miei libri ne hanno tenuto conto, finalmente mi sono liberato dalla costrizione del parlar difficile, del linguaggio tecnico. Mi sento più libero e privilegiato: posso dire ciò che penso senza filtri, senza ipocrisie perché la gente capisce, gli “esperti” meno". "Credo che le cose importanti si comunicano raccontando delle storie, storie che hanno una motivazione didattica. Ho sempre pensato che Dostoevskij o Tolstoj fossero immensamente più capaci di interpretare e descrivere l'animo umano di quanto non lo siano stati Freud o Jung. Sento l'esigenza di usare la scrittura come grande possibilità di comunicare, per inquietare. Come diceva Calvino “un buon libro è quello che quando lo sfogli puoi annusare tutta l'inquietudine di chi l'ha scritto”. Trovo che scrivere sia come godere della più alta forma di libertà: quella di indignarsi" (http://www.paolocrepet.it/).

Patrizia Angelozzi


di Redazione Zonalocale.it (redazione@zonalocale.it)

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